Alberto Cioni: “Mi piacerebbe scrivere il seguito di “Uno”, magari sostituendolo con una protagonista femminile”.

Abbiamo chiacchierato con il giornalista e scrittore toscano, uscito da poco con la sua 'fatica' letteraria "Uno", che, seppur ambientata quasi trent’anni fa, parla di tematiche sempre attuali: giovani, bullismo e diversità.

Capita, ad un certo punto della propria vita, soprattutto a noi giornalisti, sempre intenti ad ‘imbastire’ storie, trame, a raccogliere idee … di sentire forte l’esigenza di dar vita a qualcosa di ‘nostro’, di più ampio respiro… Un modo per esprimerci in maniera più approfondita e variegata. Ecco così, nascere il desiderio di creare, buttare giù frammenti di noi, della nostra persona, in un romanzo!

Probabilmente proprio questo deve essere accaduto al giornalista e correttore di bozze Alberto Cioni, ora anche pregevole scrittore, uscito con il suo libro “Uno”, che mette perfettamente in luce sentimenti e situazioni giovanili, seppur ambientate in un lasso di tempo risalente a 30 anni fa, sempre attualissime.

Protagonista del libro, Pietro Neveni, un giovane di umili origini con ambizioni letterarie, che dopo la maturità scolastica decide di lasciarsi alle spalle le ristrettezze culturali della sua città e della sua modesta condizione, e si trasferisce a Milano. Quì inizia, ma non porta a termine, l’università, e trova un lavoro come assistente bibliotecario. Ma soprattutto incontra François, un ragazzo francese che studia all’Accademia di Belle Arti, con cui instaura una fertile amicizia intellettuale, e che lo incoraggia a realizzare il suo sogno di diventare scrittore. L’amico inoltre lo sostiene nel suo desiderio di recarsi a Parigi alla ricerca di ispirazione, ma seguire le orme degli autori che hanno fatto grande la Letteratura non può bastare a soddisfare le proprie ambizioni, perché nel mezzo c’è la vita, con il suo quotidiano e incalzante incedere: un lavoro, le nuove amicizie, il ritorno in Italia, i rapporti con la sua famiglia, relazioni e situazioni che si fanno sempre più complicate e instabili. Ma alla fine il richiamo verso la scrittura sarà il rimedio necessario per Pietro per innalzarsi al di là di tutti quegli impedimenti, che la vita, il più delle volte, ci mette costantemente di fronte.

Sulle prime, il fatto che il romanzo venga narrato in prima persona, potrebbe apparire quasi autobiografico… ma, ad eccezione di una forte spinta intellettuale, non vi è nulla di personale. Si parla di giovani, di famiglia, di bullismo, di invidia, gelosia, solitudine e diversità.

Inoltre, Alberto Cioni, delinea chiaramente le differenze di classe sociale che predominavano in quegli anni, sottolineando gli aspetti legati alla cultura, all’apertura mentale e all’individualità.

E ancora, la superficialità dell’apparire, priva di ogni empatia e sensibilità… quella tipica dei Social in cui si mira ad una certa popolarità, ai like, salvo poi essere privi di affetti e sentimento amicale, vuoti come un involucro privo di contenuto.

Alberto Cioni narra un pezzo di vita che si svolge nel 1993 ma che, come accennato, ben si adatta ai giorni nostri, rispecchiando totalmente quanto, una persona di valore, colta, profonda, rappresenti quasi l’eccezione… Il libro è scritto in modo vivace, dinamico, brillante, permeato di grande conoscenza e cultura, che, del resto, da un intellettuale come Cioni, non sorprende neanche!

Un libro da leggere… E non solo dai giovani!

Lascio la parola ad Alberto Cioni…

Benvenuto Alberto… innanzitutto presentati un pochino ai lettori di LF MAGAZINE…

“Un caro saluto a voi e grazie per la vostra ospitalità.

Sono nato a Empoli, in provincia di Firenze. Ho completato i miei studi nel 2001 con una laurea in Lettere moderne presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze. Da quel momento ho cercato di inserirmi professionalmente nell’editoria, facendo anche dei corsi di formazione come editor e redattore per le case editrici, fino ad arrivare a collaborare con alcune di esse dell’area fiorentina. Dopo queste esperienze editoriali, sentivo sempre più l’impulso di scrivere, di raccontare, e così mi sono avvicinato prima al giornalismo, in seguito mi sono dedicato ancora di più alla scrittura con il fine di pubblicare alcuni dei miei scritti inediti.”

 

Difatti hai alle spalle molte esperienze come giornalista, scrittore e correttore di bozze… fino a giungere al tuo ultimo libro “Uno”…

“Le mie collaborazioni con le case editrici sono iniziate tra il 2003 e il 2004. Con E-ducation.it / Scala Group, ho partecipato come redattore al progetto “Le antologie della poesia straniera”, una collana che era pubblicata e venduta insieme al quotidiano «La Repubblica», e successivamente con la casa editrice EdM ho trascritto le memorie e curato la parte iconografica del libro autobiografico di Giuliana Rossi (la moglie fiorentina di Carmelo Bene) dal titolo “I miei anni con Carmelo Bene”, libro pubblicato nel 2005. Mentre come giornalista ho avuto delle collaborazioni come cronista con «Il Nuovo Corriere di Firenze» e il «Corriere Fiorentino/Corriere della Sera». Esperienza nel giornalismo che tuttavia si è interrotta nel 2015. Nel frattempo avevo iniziato a scrivere un libro dal titolo “Uno”, sul genere del romanzo di formazione, che è stato pubblicato da Ensemble Edizioni di Roma nel Maggio del 2020.”

 

Il libro è scritto interamente in prima persona… scelta di immediatezza narrativa?

“Sì, la scelta di scrivere il romanzo in prima persona è dovuta al fatto che cercavo di trovare una maggiore immediatezza con i lettori. Utilizzando questa tecnica ho pensato di rendere la storia e le idee dell’io narrante, Pietro Neveni, un giovane con grandi aspirazioni letterarie, più efficaci e credibili. Inoltre nel libro volevo dare maggiore risalto a dialoghi e monologhi di natura intellettuale, e per far questo avevo bisogno di pochi interpreti, soprattutto che queste idee, conversazioni, fossero comunicate in modo più soggettivo e diretto possibile. Diversamente, se avessi ad esempio usato la tecnica della terza persona narrativa, rischiavo di compromettere quell’immediatezza che cercavo.”

Si parla di giovani ma anche di ‘adulti’… quanto c’è di autobiografico?

“Nel romanzo sono centrali due amici di giovane età, poco più che ventenni, Pietro Neveni e François Ponti, un ragazzo parigino che studia all’Accademia di Belle Arti di Milano, entrambi con ambizioni artistiche, a cui si affiancano amicizie e conoscenze prevalentemente della loro età, e a cui ruotano intorno degli adulti, soprattutto al protagonista principale, i quali contribuiranno, specie durante il soggiorno di Pietro a Parigi, città nella quale è ambientato gran parte del romanzo, a consolidare le sue ambizioni di scrittore, e pure a formarlo anche nei confronti della vita.

Riguardo l’aspetto autobiografico, la narrazione in prima persona, proprio per questa sua caratteristica, credo che nel lettore possa far pensare che ci sia qualcosa di autobiografico nel libro, di creargli con ciò l’illusione che il protagonista sia l’autore. In realtà non si tratta di un romanzo autobiografico, neppure di un’autobiografia mascherata. Nessun personaggio descritto nel libro l’ho conosciuto o incontrato nella mia vita, sono solo figure di fantasia. Anche se in genere può capitare che taluni tratti della psicologia o delle esperienze di un autore potrebbero trasmigrare inconsapevolmente in qualche personaggio dei suoi romanzi e dei suoi racconti.”

 

In questo periodo che ci vede “reclusi”, credo che il prezzo più grande lo stiano pagando proprio i giovani, in termini di disagi…. Cosa ne pensi?

“Sì, penso che sia così, che siano i più giovani a pagare il prezzo più alto. Credo comunque che ogni persona, di qualsiasi età e sesso, al di là dei motivi dall’attuale emergenza, quando è costretta a limitare la propria vita e la propria libertà, si riduce quasi all’essenza minima di essere umano; e mentre per gli adulti teoricamente questo stato di disagio dovrebbe essere forse meglio tollerato, per la maggior parte dei giovani questa libertà e vita dimezzata, mutilata, diventa ancora più insostenibile da sostenere.”

 

Immagino che il romanzo lo abbia scritto, riveduto e “corretto” sempre tu… – Come è avvenuta la “svolta” nella scrittura di libri? E’ stato un impatto faticoso quello della stesura di un libro?

“Sì, “Uno” è stato ideato, scritto e rivisto da me, naturalmente per la revisione anche con il contributo dei redattori della casa editrice, con dei loro suggerimenti sulla trama e sui personaggi, e nella fase finale con la correzione delle bozze. Mi piace molto scrivere, tanto da procurarmi tutte le volte una sensazione di grande piacere interiore e di libertà, specie quando accompagno le mie idee su fogli di carta e digitali, con bozze di romanzi, racconti, poesie, frammenti. La svolta c’è stata soprattutto quando ho deciso di rendere pubblici questi miei scritti. Certi progetti e idee nel tempo hanno iniziato a prendere delle forme narrative e realizzarsi sempre più come storie compiute. E così, già prima di “Uno”, avevo scritto un breve romanzo sulle avventure picaresche di una banda di bambini, che ambiva a ispirarsi a certi romanzi come “Il signore delle mosche” di W. Golding e “I ragazzi della via Pál” di F. Molnár, ma alla fine, nonostante i miei sforzi, nessun editore lo ha pubblicato. Mentre con “Uno” ci sono state più difficoltà, particolarmente nella costruzione di alcuni personaggi, quando non riuscivo a definire in modo più approfondito alcuni aspetti della loro psicologia e della loro personalità.”

Quale tipo di letture ami particolarmente?

“Tra le mie letture preferite ci sono diversi generi, la narrativa italiana e straniera contemporanea, e tra quelle che mi hanno formato e che tuttora leggo, ci sono i libri di Pasolini, Calvino, Flaiano, i romanzi degli scrittori russi e francesi dell’Ottocento, i poeti classici latini, Orazio, Marziale, Giovenale, la filosofia greca e tedesca, Platone e Schopenhauer, la narrativa americana: J. London, S. Bellow e R. Chandler, i romanzi di Mario Vargas Llosa, i testi di psicologia di J. Hillman, i saggi di Marshall McLuhan e della Scuola di Francoforte, tra cui T. W. Adorno e H. Marcuse.”

 

Un’altra tua importante esperienza, come dicevamo prima, riguarda il libro autobiografico di Giuliana Rossi (la moglie fiorentina di Carmelo Bene) dal titolo I miei anni con Carmelo Bene… che esperienza è stata?

“Un’esperienza molto importante e significativa, sia sotto l’aspetto di una nuova esperienza di scrittura fuori dalla mia, una sorta di ghostwriter, dove per circa un anno ho raccolto e trascritto con grande entusiasmo la vita di Giuliana Rossi con Carmelo Bene. Sia anche per il rapporto nato nel corso della scrittura con l’autrice, di amicizia, di affetto e di stima.”

 

Progetti futuri? Magari un seguito di “Uno”? 

“Ho alcune idee, ancora da elaborare. Però mi piacerebbe scrivere il seguito di “Uno”, in altri contesti e con nuovi personaggi, magari anche condurre il protagonista verso ruoli più marginali, e sostituendolo forse con una protagonista femminile.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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