Antonello Fassari: Eduardo…secondo me!

Con "Eduardo's Rock", Antonello Fassari (già diretto da Eduardo alla fine degli anni ‘70) e Gino Auriuso, accompagnati dall’eleganza di Irma Ciaramella e dalla forza della musica Rock, ci conducono nella vita del geniale attore, regista ed autore napoletano, in un viaggio che avvicina il pubblico all’artista Eduardo ed all’uomo De Filippo.

Antonello Fassari, il noto attore romano (e romanista) è impegnato attualmente in vari progetti teatrali. Innanzitutto in un’unica data, il 2 Aprile al Teatro Ciak di Roma, con “Eduardo’s Rock” assieme a Gino Auriuso e ad Irma Ciaramelle, e con il One-man show “Che amarezza” in giro per l’Italia in tournèe fino all’estate.

Personalmente mi ha entusiasmata la sua grande interpretazione di Mastro Titta nel recente “Rugantino” al teatro Sistina di Roma. Dopo 40 anni è stata messa in scena l’edizione originaria, grazie alla conservazione delle scenografie e dei costumi da parte del Sistina stesso. Confronti pesanti, quelli che ha dovuto sostenere Fassari in questo ruolo… Aldo Fabrizi, Maurizio Mattioli… che però non ce li ha fatti rimpiangere per nulla e anzi, confesso, non mi sarei mai aspettata da Fassari una interpretazione così smagliante e ragguardevole!

Tornando ad “Eduardo’s Rock”, quì, Antonello Fassari (già diretto da Eduardo alla fine degli anni ‘70) e Gino Auriuso, accompagnati dall’eleganza di Irma Ciaramella e dalla forza della musica Rock, ci conducono nella vita del geniale attore, regista ed autore napoletano; tutto il percorso è scandito dalla produzione drammaturgica eduardiana. Lo spettacolo, oltre al divertentissimo atto unico “Pericolosamente”, fa perno sui brani tratti da famosissimi testi teatrali quali “Questi Fantasmi”, “Uomo e Galatuomo”, “L’Arte della Commedia”, “Filumena Marturano” ed altri. Un viaggio che avvicina il pubblico all’artista Eduardo ed all’uomo De Filippo. Il ritmo della musica e dei tre attori, i versi, le parole, gli aneddoti di vita privata e pubblica portano gli spettatori a divertirsi ed emozionarsi grazie al più grande uomo di teatro che l’Italia ha conosciuto dal ‘900 ad oggi. Uno spettacolo garbato e discreto, con una lettura meno consueta del solito, di un mostro sacro come Eduardo De Filippo. Il significato di quel “rock” sta in un aneddoto che lo stesso Eduardo raccontava alla sua compagnia: aveva conosciuto niente meno che Mick Jagger alla fastosa prima londinese di “Filumena Marturano” portata al trionfo nel West End da Laurence Olivier e Joan Plowright, e il leader degli Stones si mostrò così entusiasta dell’incontro da invitare il grande attore e drammaturgo sulla sua isola ai tropici… Questo, con qualche altro gustoso aneddoto raccolto da Fassari al tempo della sua collaborazione con il maestro, è il binario su cui procede l’atto unico contenente gli strepitosi racconti eduardiani.

La disarmante espressione di disillusione del personaggio di Cesare Cesaroni nella celebre fiction, “Che amarezza”, invece, è anche il titolo dello spettacolo che Antonello Fassari porterà in giro per l’Italia fino alla prossima estate. “Che amarezza” è una sorta di pretesto per raccontare in vari quadri da dove arrivi Antonello, dove sta e dove andrà, perché “Che amarezza” è un concetto filosofico, sopraggiunge quando non ci sono più parole, quando tutto è perduto e rimane il dispiacere di non poter aggiungere altro.

Cesare è un eroe comico in un mondo tragico. Appartiene al tempo, come l’amarezza fa parte di tutti noi. D’altronde l’amaritia, termine nato nel periodo tardo latino, è un ingrediente ormai alla base della vita quotidiana di tutti.

Nel tentativo di indagare i motivi che rendono l’uomo contemporaneo così amareggiato è nato questo spettacolo che lascia allo spettatore, come unica via di fuga ai dispiaceri della vita, quella di sorriderci su.

Un viaggio personalissimo a tappe: dal mito di Sisifo, primo esemplare di amara condizione umana, proseguendo con la nuova nomenclatura delle divinità dell’Olimpo (le multinazionali) e le nuove figure mitologiche (l’algoritmo), non senza passare attraverso le più banali quotidianità che ci amareggiano l’esistenza; ridendo delle nostre disgrazie e delle nostre prese di coscienza.

Antonello Fassari ci riesce alla perfezione, con grande ironia e simpatia, così come ci ha raccontato amabilmente di sè, in questa approfondita chiacchierata

Iniziamo con il parlare un po’ di questo “Eduardo’s Rock” che andrà in scena al teatro Ciak di Roma, in un’unica data, il 2 Aprile prossimo…

“Assieme a Gino Auriuso, un cognome difficilissimo da pronunciare (ride n.d.r.), abbiamo selezionato alcuni testi tratti dalle commedie di Eduardo De Filippo…. Dato che io ho lavorato con Eduardo in uno spettacolo che vedeva la sua regia, avevo tanti ricordi di quell’esperienza, così, timidamente, ho iniziato a tirarli fuori. Abbiamo notato che c’è un filo rosso che lega questi testi  ai racconti dei piccoli e numerosi episodi che accadevano durante le prove, e, in un secondo momento, anche nel debutto… Alla fine, dai miei ricordi, è emerso un ritratto di Eduardo da uomo anziano, molto intimo, molto privato…lui poi, ad un certo punto, mi chiese di fargli da autista, andarlo a prendere a casa e portarlo alle prove… mi sembra chiaro come in quei frangenti ci siano state delle chiacchere in confidenza… ne ho fatto tesoro, raccontandone alcune. La prima impressione che ho avuto non è stata solo quella di aver incontrato un padre del teatro del ‘900, ma un personaggio estremamente moderno, contemporaneo… lui viveva molto nella realtà, amava la scienza, il progresso, un ritratto per niente valutato, Eduardo amava stare tra le persone, era un uomo curiosissimo e molto attento anche nel parlare ai giovani. Anche nel caso specifico, la sua compagnia era formata da giovani, Lina Sastri, Paolo Grazioli ed io. Quindi riporto sul palco questi ricordi, inserendo quà e là, testi che vanno dalla poesia drammatica fino alla farsa più eduardiana possibile. Abbiamo messo in scena “Eduardo’s rock” la prima volta, ai Giardini della Filarmonica, è andata bene, ed ora replichiamo il 2 Aprile al Ciak di Roma.”

Cosa significa essere attore oggi?

“Essere attore oggi significa sempre la stessa cosa di un tempo, piuttosto, è cambiato il ruolo dell’attore nella società. Soprattutto in questo paese, c’è una grande voglia di recitare attraverso l’intrattenimento, che non è certamente parte della mia formazione nè di quelli della mia età. Per cui esiste un curioso atteggiamento, più o meno “piacionico”… ecco, in questo un po’ la recitazione è cambiata, ma ritengo, si debba un po’ alla televisione che cerca di edulcorare tutto… i drammi, i cattivi… si usa la forma da fotoromanzo. Al cinema e al teatro mi dispiace quando vedo delle sit-com alle quali hanno tolto le telecamere, come dico sempre io, però il teatro ancora resiste! Il problema è che l’attore non è più una figura centrale, le figure centrali sono state soppiantate, 20 anni fa dai conduttori, oggi, dagli influencer e da altre figure che sono al centro di questo circo mediatico. Oggi l’attore resta una figura sicuramente importante ma con un ruolo piccolo piccolo.”

Lei ha alle spalle 47 anni di carriera, ha lavorato con i grandi… ma c’è qualcosa che ancora vorrebbe fare?

“Io vorrei fare tutto ogni giorno. La cosa che mi resta più difficile nell’ambiente, è trovare un gruppo di lavoro: in tutti questi anni, lavorando con Ronconi, Vanzina, la Dandini, ho potuto riscontrare che quando accade, si mettono su delle cose belle, quando invece si ha una vita artistica solitaria, è più difficile, a meno che non si sia Eduardo.”

Che esperienza è stata quella dei Cesaroni?

“Un’esperienza bellissima sotto tutti i punti di vista, perchè non ci aspettavamo il succeso che ha avuto… la commedia è realistica, il racconto di questa famiglia allargata, a cui si è affezionata mezza Italia, è stata un’esperienza interessante da vivere tutti i giorni. Poi, quando si recita tutti insieme per 6/7 mesi, è una palestra fantastica, nonostante si interpreti lo stesso personaggio, cambiano le situazioni, le storie, non mi sono mai lamentato, in un personaggio c’è tutto comunque.”

Lei ogni anno è testimonial del FAI, che situazione sta vivendo il nostro patrimonio artistico e culturale?

“Io sono testimonial da un decennio. Il FAI quest’anno festeggia i 60 beni recuperati e poi restituiti al pubblico. Grazie al FAI i risultati si vedono e per questo continuo ad esserne il testimonial appassionato. Quando il FAI si occupa del recupero di un monumento o di un paesaggio, lo fa sul serio, ha una gestione economica che lo rende autosufficente all’87%, fa una marea di attività formative ed educative… Io sono passato al FAI perchè mi sono ricordato di quando, da giovanissimo, partivo per tournèe lunghissime, vedendo luoghi fantastici, in cui ripassavo dopo qualche anno e ritrovavo tutto abbandonato… il FAI recupera questi beni, cosa che mi è piaciuta molto, perchè stare tanto tempo lontani da casa ci fa affezionare a questi luoghi. Quello che mi ha impressionato di più in questi anni, è stata, da un lato, la cementificazione e, dall’altro, l’abbandono di tante aree! C’è ancora tanto da fare.”

Noi la abbiamo apprezzata moltissimo nel ruolo di Mastro Titta nella recente edizione di “Rugantino”…Com’è stato calcare il palco del Sistina?

“Bellissimo…Mi mancava. Tra l’altro, ho capito anche che il Sistina è il teatro dei romani. Questo Mastro Titta mi ha obbligato ad un confronto inevitabile al quale, però, non ho mai pensato… Il pubblico ha gradito tantissimo ed io ne sono ben felice. Ho cercato la mia strada e credo di averla trovata…Il bello di questa edizione è che ha ripreso fedelmente quella di 40 anni fa, con le stesse coreografie, le scenografie… nelle successive le scenografie erano ridotte ed i balletti diversi, quì, grazie a Piparo, abbiamo ripreso proprio quella edizione. Rugantino è un testo meraviglioso, scritto magnificamente, una commedia “nera”, nonostante sia musicale, perchè ci sono 3 o 4 ammazzamenti, ma nonostante ciò è appassionante, commuove, fa fare tante risate, è un grandissimo testo che bisogna rappresentare così com’è, non c’è bisogno di altro. Tutto questo è stato possibile grazie al Sistina che ha conservato le scenografie… oggi a parte la difficoltà nel realizzarle, avrebbe un costo impossibile da ammortizzare, e questo stupisce, perchè oggi ci stiamo sempre più abituando a spettacoli spogli, poveri… ho sentito fare applausi alla scenografia, che la dice lunga… non si può solo mettere in scena un tavolo e due sedie, lo spettacolo richiede anche forza visiva, spaziale… ho lavorato una vita con Ronconi che aveva una idea tutta sua sullo spazio e la scenografia.”

Progetti futuri?

“Ora mi dedico a “Eduardo’s rock”…..contemporaneamente, sto portando in scena un one man show che si chiama “Che amarezza”. Il titolo è il tormentone di Cesare Cesaroni della fiction, ma anche un pretesto… essendo io un uomo di teatro, ha poco a che vedere con il cabaret, anche se per fortuna ci si diverte…in questo spettacolo ho voluto fare i conti con questa maschera di Cesare. Secondo me, ci sono dei personaggi che un attore può incontrare nella sua carriera, anche felici e fortunati, che però lo cannibalizzano…come ad esempio Zingaretti con Montalbano o Michele Placido con il commissario Cattani della Piovra, che per uscirne, dovette passare alla regia, o ancora, Gino Cervi con Maigret… La chiave è quella di un gioco teatrale attraverso il quale sviluppo il mio discorso… andrò in scena a Ronciglione a Maggio, poi in estate in tour.”

Concludendo?

“Una cosa che vorrei aggiungere riguarda la solitudine dell’attore anziano…Più passa il tempo, più ci si dimentica che essere attore ed avere tanta esperienza, non è negativo! Se c’è una categoria in cui la parola “rottamazione” non ha senso è quella degli attori. Nella tradizione teatrale è chiaro che alla mia età io vada a rappresentare re, personaggi importanti… mentre ho notato, più che altro in Italia, poca presenza di attori più grandi, dovuto a nostre incomprensibili logiche. E’ chiaro che i giovani debbano andare avanti, ma nei cast stranieri rientrano sempre quei 2 o 3 attori importanti di una certa età, da noi vige, invece, uno sbilanciamento riguardo a questo…Io, fortunatamente, lavoro sempre, ma mi dispiace di doverlo fare spesso da “solo”!

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