Archeologia industriale e riconversioni.

Accanto allo studio di antichi reperti, si è posto il problema se demolire completamente gli stessi o procedere alla loro ristrutturazione, convertendoli alle esigenze della società moderna.

Centrale Montemartini

Con il termine “archeologia industriale”, nato intorno agli anni ’50, si intende “la scienza che studia i reperti e le testimonianze dell’epoca della rivoluzione industriale”. (Enciclopedia Treccani).

Ma accanto allo studio di questi reperti, spesso veri e propri beni culturali, si è posto il problema se demolire completamente gli stessi o procedere alla loro ristrutturazione, convertendoli alle esigenze della società moderna.

Purtroppo, un esempio di completa distruzione del complesso si è avuto ad Alessandria con la demolizione dell’antica e storica fabbrica di cappelli Borsalino per far luogo ad un anonimo centro residenziale.

Fortunatamente, però, in moltissimi altri casi è emersa una sensibilità diversa e si è cercato di preservare almeno in parte tali manufatti trasformandoli magari in fucine della cultura, community places e spazi esperienziali sotto la spinta anche di aziende più all’avanguardia che ne hanno fatto uno status simbol e una moda. Così è stato, ad esempio, a Milano, dove la Fondazione Prada si è installata su una antica distilleria degli inizi del Novecento, o a Torino, dove la Fondazione CRT ha riaperto le “Officine Grandi Riparazioni” utilizzandole come spazi per l’arte contemporanea e le altre espressioni creative, o come pure a Venezia, dove il Fontego dei Tedeschi è stato trasformato da DFS Group in lifestyle department store con un Event Pavillon all’ultimo piano, da cui si gode l’ampio panorama della città e della sua laguna.

A Roma un classico esempio di archeologia industriale riconvertita è la Centrale Montemartini al quartiere Ostiense. Nata nel 1912 la Centrale termoelettrica Montemartini fu il primo impianto elettrico pubblico per la produzione di energia elettrica; divenuta ormai obsoleta per la grande espansione della città, cessò di funzionare nel 1963 e dopo oltre 20 anni di abbandono, fu completamente ristrutturata su progetto dell’ingegnere Paolo Nervi e fu presa in carico dai Musei Capitolini che ne hanno fatto la sede permanente delle acquisizioni più recenti di reperti archeologici classici.

Sempre a Roma, altro tipico esempio di riutilizzo funzionale è stato quello della ex Fabbrica della Birra Peroni. Sorta nel 1864 proprio in quello che è divenuto poi il centro di Roma (ricordo ancora, io bambino, l’odore di malto che si spandeva per le vie limitrofe al mercato coperto di Via Alessandria dove si trovava la fabbrica) è stata riconvertita, nel 1999, in Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea, l’attuale MACRO e, in parte, adibita ad uffici, negozi ed abitazioni private.

E come non ricordare, infine, la sorte dell’ex Mattatoio di Testaccio che, sorto nel 1888 e dismesso nel 1975, ospita attualmente una parte della Facoltà di Architettura dell’Università di Roma Tre, la sede permanente della cosiddetta “Città dell’altra economia”, nonché, dal 2007, un ulteriore spazio espositivo, denominato “La Pelanda” ed il centro sociale “Villaggio Globale”.

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