Archittettando connessioni

Questa rubrica non ha l'obiettivo di sostituirsi ai sacri testi del marketing e della comunicazione. Questa rubrica intende invece integrare ed espandere le più diffuse e conclamate teorie in materia, con riflessioni e provocazioni derivanti dall'operatività quotidiana sia mia che di affermati professionisti, particolarmente abili e poliedrici e non necessariamente legati al mondo della comunicazione in senso stretto.

Marco Marini a La Havana

La persona che ci accompagnerà quest’oggi nel nostro viaggio tra impresa ed utopia è un caro amico e compagno di mille peripezie. Confesso di essere sfacciatamente di parte e quindi, per una volta, mi asterrò dal consueto preambolo di presentazione per lasciare direttamente a lui l’onere e l’onore di mostrarsi in tutta la sua essenza.

Chi è, cosa ha fatto e cosa fa Marco Marini?

“Penso di essere un uomo fortunato. Ho avuto infatti la fortuna di nascere a Roma, un luogo unico al mondo, e nel 1950, anno del primo Giubileo del dopoguerra, in cui si celebrava la rinascita di valori e prospettive dopo drammatici lunghi anni di devastazione fisica e morale. Fortunato perchè ho vissuto fino a dieci anni in casa di mia nonna materna, prima di fronte al Colosseo e poi a Piazza Navona, ed è qui che mi sono incontrato moltissime volte con la Storia, l’Arte e l’Architettura, girando in bicicletta nell’alveo di quello che inizialmente fu uno Stadio dell’Antica Roma, scorgendo ogni dettaglio pensato e realizzato nel Rinascimento e nel Barocco da Bernini, da Borromini e da tanti altri artigiani e artisti nel corso dei secoli. Un primo “imprinting”, fortissimo, perchè inconscio, del modo di vedere la realtà che mi circonda, ovunque. Un secondo, fondamentale “imprinting”, l’ho ricevuto a 18 anni dalla rivoluzione giovanile del ’68 che propugnava “la Fantasia al Potere”, e un’altra intensa emozione, anch’essa progressiva ma con una diversa accezione, l’ho vissuta l’anno dopo seguendo in diretta lo sbarco sulla Luna, mentre preparavo l’esame di maturità in un’afosa nottata di Luglio. Importanti e formativi furono sicuramente gli anni della Facoltà di Architettura, anni che coincisero con la contestazione e con il terrorismo, anni lunghi e complessi, pieni di domande spesso senza facili risposte. Poi, finalmente, i viaggi, prima per studio o per piacere, in seguito cercando di abbinarli ad opportunità lavorative, intese come momenti concreti di interscambio con diverse culture. Ho vissuto, come tutti, momenti alti e bassi, posso dire però che ho fatto sempre l’architetto, inventando ogni volta una nuova forma di quella mia iniziale percezione rinascimentale e barocca del mondo, coniugando questa splendida professione a volte con la tradizione, a volte con la modernità o la contemporaneità applicando concetti e logiche prettamente architettoniche in vari settori: dalla gastronomia all’illuminotecnica, dall’hotellerie agli eventi culturali, dalle analisi di mercato alla promozione di artisti, e così via: “architettando”……..Ho alternato periodi di lavoro in Italia, molto impegnativi e spesso poco remunerati, a soggiorni di lavoro in vari Paesi europei, mediorientali e africani, anch’essi molto impegnativi ma molto più interessanti e meglio remunerati, confermando con questa mia esperienza che da tempo molti professionisti italiani trovano all’estero maggiori soddisfazioni e riconoscimenti. Nel 1996 sono approdato in America Latina e nei Caraibi, dove ho trovato una nuova fonte personale di energia e di stimoli complessivi, e oggi risiedo a Cuba da dove svolgo un’attività di consulenza di mercato nei Paesi che si affacciano sul Caribe e sull’Oceano Pacifco per alcune Aziende Leader italiane del settore dell’Interior Design e dell’Architettura. Da cinque anni ho poi abbinato a questa attività professionale anche una parallela attività di tipo culturale, fondando insieme ad alcuni amici un’istituto, IXCO, che promuove e realizza iniziative, mostre ed eventi sul tema dell’interscambio tra la cultura italiana e le culture latino-americane.”

Qual’è la percezione dell’Italia in quella parte di mondo?

“Un luogo quasi mitico, percepito al centro del continente europeo, dove tutti si augurano di andare una volta nella loro vita: un viaggio alla scoperta della grande matrice culturale di tanti uomini e donne che, nel corso degli ultimi cinque secoli, hanno lasciato il Vecchio Mondo per avventurarsi in un Nuovo Mondo, affrontando una natura molto, molto diversa, potendo contare solo e innanzitutto sui quei loro connotati originali. Per queste persone, parlo chiaramente di coloro che hanno un’origine europea e non americana, riuscire oggi ad avere, a vivere, ad utilizzare qualcosa che abbia uno stile italiano significa semplicemente raggiungere il punto più alto del benessere personale, l’elemento per distinguersi tra tutti. La cultura italiana nel suo complesso è vista come fonte continua di ispirazione, direi che la si percepisce “complessivamente classica”, fondativa, il punto di riferimento da cui partire e a cui cercare di arrivare. L’aspetto della nostra realtà che impressiona di più è la quantità e la ricchezza di valori eccezionali che si sono accumulati nei secoli in questa piccola parte di mondo, realtà ancor più inimmaginabili in questi Paesi del centro e sud America dove ci si confronta continuamente con una natura immensa e dominante, spesso priva di presenza umana, o, al contrario e nel contempo, con enormi agglomerati urbani dove la qualità di vita e la bellezza sono condizioni e valori accessibili solo ad una ristretta fascia della popolazione.”

Quanto sono vicini mondo imprenditoriale e mondo della cultura?

“Perdonami la critica ma a mio parere questa domanda non ha molto senso. Dico questo perché sono convinto che non si possa concepire, gestire e far crescere un’impresa che acquisisca valore nel tempo senza avere anche un approccio culturale alle varie tematiche aziendali, come non si può immaginare un mondo della cultura avulso da quelle tematiche che impegnano tanti protagonisti e tante risorse della nostra società e che siamo soliti definire “imprenditori” o “imprese”.”

“Concordo. Ma a tuo parere è realmente quello accade?

“In realtà mi sembra di poter affermare che il mondo dell’Impresa e quello della Cultura abbiano più di un aspetto in comune: entrambi si pongono continue domande e si impegnano quotidianamente per dare le relative risposte; il valore oggettivo di ogni loro progetto/iniziativa è direttamente proporzionale al concreto successo presso i rispettivi clienti o interlocutori; entrambi i settori producono, volutamente o meno, grandi fenomeni di massa, tendenze e orientamenti di costume ed entrambi analizzano il passato per immaginare il futuro e si pongono l’obiettivo del bene comune, anche se da punti di vista spesso molto diversi e contrastanti. Impresa e Cultura a mio avviso costituiscono due facce della stessa medaglia.”

Cosa potrebbe far dialogare in modo più efficace queste “due facce”?

“Il prendere coscienza della propria storia aziendale, spesso coincidente in Italia con la storia di una famiglia o di un luogo, ha portato molte aziende a confrontarsi con temi e modalità di comunicazione inerenti il mondo della cultura. In Italia abbiamo un patrimonio eccezionale di “Storie Aziendali” direttamente legate al territorio e alle tradizioni socioculturali che hanno determinato la nascita e lo sviluppo di tante conoscenze che il mondo ci invidia. Questo patrimonio è ancora molto sottovalutato non solo dalle istituzioni centrali e locali ma anche dagli stessi protagonisti di queste storie aziendali. Questa è una delle differenze sostanziali e incolmabili che caratterizza un’azienda o una impresa italiana, e questa è la grande, immensa risorsa che noi italiani avremmo a disposizione per riposizionarci al giusto livello nel nuovo mondo globalizzato. Ma, e questo è il punto, manca una coscienza diffusa di questa eccezionale peculiarità: le nostre istituzioni e le nostre aziende, cioè il sistema produttivo italiano nel suo complesso, devono imparare a riconoscere e a valorizzare il lato B della loro realtà: la loro dimensione profondamente culturale, il ruolo centrale che svolgono nell’organizzazione del territorio, non solo economico e commerciale ma innanzitutto sociale. E ripeto un concetto già espresso: a mio avviso non c’è impresa senza cultura e non c’è cultura senza impresa.”

“La storia Aziendale”, specialmente in termini di comunicazione può rappresentare quindi un vantaggio competitivo anche all’estero?

“Come dicevo il vantaggio competitivo che caratterizza le nostre imprese consiste nella loro stessa storia e cultura, o meglio, in quell’insieme eccezionale di diverse culture che l’hanno prodotta: in una parola, coniata da un comune amico, l’architetto Piero Meogrossi, dalla nostra Cultura Neo-Antica. Nel mondo globale di oggi e di domani questa caratteristica risulterà incolmabile per i nostri competitor internazionali ancora per molto tempo, si tratta però di ri-conoscerla in tutti i suoi aspetti, studiando e approfondendo ogni suo elemento fondativo, ogni sua evoluzione storica, ogni sua prospettiva operativa, comprendendone appieno il significato, trascendente la realtà quotidiana della competizione internazionale. Riferendomi poi alla specifica realtà dei Paesi Latinoamericani, Paesi tutti di più recente formazione, ci si accorge che nelle imprese locali questo substrato non esiste quasi mai o, se esiste, è quasi sempre derivato non tanto dalla cultura locale bensì da contributi culturali di importazione. Per sfruttare appieno questa condizione vantaggiosa, che viene definita con il termine, spesso abusato, di “eccellenza italiana”, ci sono però dei presupposti che devono essere assolutamente tenuti in considerazione, altrimenti questi valori risulteranno del tutto futili, pretestuosi o addirittura controproducenti, come spesso oggi possiamo verificare nel giudizio dei mercati internazionali sull’operatività e sull’affidabilità delle aziende italiane.”

Per concludere: sarebbe bello se…

“La cultura italiana, fondativa per molteplici aspetti del mondo attuale, non può e non deve rischiare di svolgere un ruolo sempre più minoritario nell’evoluzione delle relazioni internazionali. Non si tratta solo di preservare la sua storia e la sua identità bensì di riaffermarne il valore insostituibile e progressivo, quel valore che nei secoli ci è stato sempre riconosciuto e a cui si fa riferimento per definire una condizione ottimale di vita personale e di relazioni sociali. Quindi a mio avviso non si tratta di immaginare una provocazione ma di prendere definitivamente coscienza di tutto ciò: smettiamola di immaginare come “sarebbe bello se…” e prendiamoci tutti l’onere, intellettuale e finanziario, di condividere, praticare e diffondere con determinazione questa nostra condizione eccezionale per renderla accessibile alle altre culture e alle nuove generazioni. Da un punto di vista strategico è necessario quindi mettere in cantiere un grande programma per il futuro: le nostre istituzioni nazionali, regionali e locali, devono riacquisire coscienza di quei valori eccezionali e renderli punti fondativi dei programmi a breve, medio e lungo periodo, per svolgere adeguatamente quell’insostituibile ruolo di guida e di coordinamento che dovrà essere alla base di un originale “Sistema Italia”, obiettivo sempre auspicato ma mai concretamente perseguito. Per attuare un programma così ambizioso si deve poter contare sull’impegno di tutte le componenti della società italiana: il sistema produttivo nel suo insieme, dalla produzione intellettuale a quella artigianale e industriale, e a tutti i livelli, dovrà assumere in sé e praticare questi concetti, riconoscendosi in quella Cultura comune, facendo quindi riferimento a Valori condivisi dal sistema delle imprese e dalla società stessa, non solo specifici della singola impresa. Questa condizione di eccezionale vantaggio competitivo però non potrà mai essere considerata una condizione definitivamente acquisita bensì un obiettivo nel lungo periodo, da raggiungere quotidianamente attraverso l’applicazione diffusa e la verifica sistematica di quei concetti nel processo di produzione delle idee, degli strumenti e delle merci. Per meritarci ancora questa caratteristica eccezionale, noi italiani, agli occhi del mondo fortunati per definizione, dovremo tutti impegnarci da subito in uno sforzo altrettanto eccezionale, puntando dichiaratamente ad un vero salto qualitativo; dobbiamo tornare ad inventare forme aggiornate di comunicazione e di produzione, coniugando innovazione ed etica, riaffermando la centralità del portato culturale della nostra storia, una storia non solo italiana ma una storia condivisa dal mondo: una storia “globale”. Sarebbe bello? La risposta è ovvia e per questo penso che sia maturo il momento di orientare il nostro pensiero e le nostre azioni verso un Rinascimento 2.0!”

Ringrazio Marco per gli spunti e la verve che lo contraddistinguono.

Per chi volesse approfondire su alcune delle sue attività: lucearchitettura.eu, IXCO – Istituto Italiano per la Cooperazione e In Viaggio con Calvino.

Grazie ed alla prossima!

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