“Armonie d’Arte – I Bronzi di Fanor Hernandez”.

Alla Rocca Colonna di Castelnuovo di Porto, in mostra fino al 25 Febbraio, i capolavori in bronzo del grande Maestro Colombiano, curata da Carlo Celia, Alessandro e Monica Hernandez.

Le origini di Castelnuovo di Porto sono riconducibili alla storia dell’antica città stato di Capena che sorgeva sul colle della Civitucola, ed era la capitale dei Capenati, fiorente popolazione italica che prosperava a nord-ovest del Tevere prima dell’avvento di Roma. La loro cultura ebbe degli aspetti propri, con varie influenze esterne, come quella Etrusca, Latina e Sabina. Parlavano una lingua del tutto originale, affine all’etrusco, molto simile al latino e con influenze sabine. Il territorio Capenate (Ager Capenas) si estendeva lungo la riva destra del Tevere, confinava a nord con quello dei Falisci, ad est con il Tevere e i Sabini, ed a sud ovest con il territorio etrusco di Veio. Comprendeva gli attuali comuni di Capena, Civitella San Paolo, Morlupo, Fiano, Nazzano, Ponzano Romano, Filacciano, Torrita Tiberina, Rignano Flaminio, Sant’Oreste, Castelnuovo di Porto e Riano.

Arroccata, a dominare il paese di Castelnuovo di Porto, la “Rocca Colonna”, che prese il nome dai legittimi proprietari, la famiglia Colonna.

Quì, dal 2 Dicembre scorso e fino al 25 Febbraio prossimo, sta avendo luogo la mostra “Armonie d’Arte – I Bronzi di Fanor Hernandez”.

Invitati dalla giornalista Rai, Antonietta Di Vizia, abbiamo avuto l’onore ed il privilegio, di assistere, con la Rocca, per un’ora circa, tutta per noi, ad un allestimento di sculture bronzee, bozzeti e dipinti davvero di forgia rara, realizzati dall’artista colombiano Fanor Hernandez. L’artista ha lavorato per molti anni in questi territori, e la sua intera vita artistica ruota attorno alla figura umana, quella femminile soprattutto, vissuta come generatrice di forme e ispiratrice della sua poetica connessa intimamente al sentimento di una profonda umanità. La sua ricerca dell’essenza della vita e della civiltà incentrata sul contatto umano e la comunicazione, assumono oggi una connotazione sorprendentemente attuale, chiara sintesi figurativa della commistione tra due umanità: quella latino-americana, fremente e al contempo primordiale e quella occidentale, matura e sempre più disincantata.

Appena giunti in cima ci si è stagliata davanti in tutta la sua magnificenza “La fonte della Vita”. Il tema portante in questa scultura è la donna, che con il suo slancio verso l’alto, verso la vita appunto, riconduce alla speranza, alla positività, alla ri-nascita…Perno reggente, l’uomo, che sostiene la donna, che a sua volta, come una sorta di inno alla vita, tiene verso l’alto il bimbo. L’idea è quella, in futuro, di trasformarla in fonte, attraverso un gioco di acqua, sorgente immortale ed inesauribile dell’energia dell’amore, cioè della relazione simpatetica tra gli esseri, capace di generare e accogliere la vita.

Attraversando il patio ammiriamo, dietro una grata che sembra quasi essere voluta, “La pietà”… solo questa meriterebbe una visita a parte! Già esposta, per due anni, nella Chiesa di San Nicola dé Caetani (nel complesso di Cecilia Metella – Castrum Caetani) e nella villa di Capo di Bove, entrambi al III miglio della Via Appia Antica, assieme ad un Cristo che quì non appare, fu benedetta da Giovanni XXIII. L’artista colombiano ha voluto accostare le proprie creazioni (sculture bronzee realizzate con la tecnica della fusione a cera persa) ai capolavori dell’arte classica ed ai monumenti antichi di Roma, in questo viaggio emotivo dedicato all’amore ed alla vita.

Tornando a monte, palese in questa Pietà il significato originario della parola stessa, cioè misericordia: la pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e di rispetto verso la famiglia, oltre al valore intrinseco e gerarchico che essa rappresentava invece nel mondo ellenico, dove l’atteggiamento “pietoso” consisteva più nel rispetto dei valori tradizionali quali la famiglia, la patria e la religione.

Continuando il nostro percorso abbiamo ammirato un “Cristo dei Terremotati”, realizzato dopo il terremoto del Friuli, ed un “Cristo alato”…proseguendo in questo viaggio nel bello, anche sculture di acrobati, della Sibilla, dell’Estasi, del Primo Amore, della famiglia…

Ma il mio sguardo è stato letteralmente colpito dall’immensità dell’ “Eterno Amore”…due figure di innamorati, fuse per divenire un solo corpo, la profondità degli sguardi, i volti magnifici che esprimono la grandezza e l’eternità del loro sentimento si fanno estasi per la mia vista! Quì si racchiude integra l’umanità nella quale si riassumono sia la femminilità, che l’erotismo, categorie nelle quali lo stesso Hernandez cataloga le sue opere. La femminilità infatti, cui fa riferimento l’idea primordiale di genitrix (vedasi “La fonte della Vita”) e che racchiude in sè la stessa possibilità di creazione artistica, viene trattata dall’artista fin dai primi anni delle sue opere scultoree. Le forme sinuose della figura femminile rappresentano il modo di sentire l’arte di Hernandez, senza conflitti, in piena armonia con il mondo sensibile, appagato nel rapporto con la donna, che è figura amata per eccellenza perchè al contempo madre, amica, amante, complementare ed assoluta, sempre legata alla terra, come vuole indicare il tronco forte, elemento dal quale nasce tutta la composizione. Nella femminilità si palesa anche l’erotismo, che per Hernandez è visione serena ed idilliaca, appagamento e sublimazione. L’artista concepisce la coppia di figure con l’intento di rendere un’unità di immagine che parte già dal modello e si rafforza nel flusso del metallo durante la fusione in bronzo…Chi potrà mai separarli? Linee morbide, profili tondeggianti, quasi a voler dichiarare che nessuno spigolo può interrompere quella profonda unità.

Le opere di Hernandez sono intrise del vissuto dei luoghi da lui visitati e dei quali ha saputo cogliere la vera essenza, trasfigurandola nei suoi bronzi attraverso un’interpretazione personalissima che lo distingue e lo rende unico. Queste opere ardono del fuoco della creatività, ma più di ogni altra cosa, trasmettono l’esperienza umana: il sacrificio, il rituale del gioco e della danza, l’erotismo e l’estasi. I temi principali della sua produzione artistica si esprimono attraverso la propria rappresentazione della realtà: la maternità, la donna, la famiglia, l’amore, il sacro, intesi come slancio di azioni protese al dono di se stesse.

Un pomeriggio davvero denso di emozioni e di bella arte di cui ringrazio sentitamente Antonietta Di Vizia, Carlo Celia, Alessandro e Monica Hernandez.

Da vedere assolutamente!


Fanor Hernandez, nasce a Cali, capoluogo della regione del Valle, in Colombia. Il suo percorso formativo si snoda tra Colombia, Stati Uniti ed Europa. Sul finire degli anni cinquanta giunge in Italia, dove trova le giuste condizioni e gli adeguati stimoli per la crescita della sua carriera artistica nonchè di quella universitaria.

Frequenta l’Accademia delle Belle Arti di Roma come allievo del Maestro Pericle Fazzini e per circa due anni come docente di Ceramica e Modellazione presso l’Accademia Romana di Arti Figurative. Consegue i titoli di dottore in Scienze Politiche e in Sociologia c/o l’Università Cattolica Internazionale di Roma.

Ha effettuato studi approfonditi sul processo della fusione artistica ed ha collaborato per oltre dieci anni con la fonderia artistica Polzoni di Roma, che opera con metodo tradizionale (cera persa) già dal 1800.

Foto: Loredana Filoni

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