Con gli occhi, e non solo…dietro la lente

Questa rubrica non ha l'obiettivo di sostituirsi ai sacri testi del marketing e della comunicazione. Questa rubrica intende invece integrare ed espandere le più diffuse e conclamate teorie in materia, con riflessioni e provocazioni derivanti dall'operatività quotidiana sia mia che di affermati professionisti, particolarmente abili e poliedrici e non necessariamente legati al mondo della comunicazione in senso stretto.

Giulio D'Ercole

Nell’arco della mia attività lavorativa, ho avuto la fortuna d’incrociare persone eccezionali sia per il loro bagaglio professionale, che, e aggiungerei sopratutto, per le loro qualità umane. Il protagonista dell’intervista odierna è uno di quelli. Come nelle migliori tradizioni, da un incontro fortuito di qualche anno fa, è poi nata una collaborazione su alcuni temi e progetti in cui Giulio D’Ercole ha apportato sempre il suo significativo contributo. Sarà lui stesso, nel corso dell’intervista, a svelarvi chi è, cosa ha fatto e come decodifica ed interpreta l’attualità che ci circonda. A me preme solo ribadire che le professionalità come quelle di Giulio, proprio per l’interdisciplinarietà che li contraddistinguono, rappresentano il vero valore aggiunto a supporto di qualsiasi attività imprenditoriale. Come avrete ormai capito, ho un debole per la creatività e per i creativi, ma la creatività da sola non basta. Occorre anche un occhio particolare, capace di filtrare le sollecitazioni esterne in modo che il cervello possa interpretare il mondo in modo non esclusivamente schematico e convenzionale. Questo, a mio avviso, è l’occhio di Giulio D’Ercole.

 

Chi è Giulio D’Ercole?

Sono un romano, cittadino del mondo. Un uomo che sin da giovane ha viaggiato molto e che ha avuto la fortuna di vivere in tre continenti profondamente diversi: l’Europa (Italia e Germania), il Nord America (Los Angeles e New York) e l’Africa (Nairobi, Kenya). Eppure uno dei miei rimpianti principali è di non aver viaggiato abbastanza. Sono quindi un curioso, un esploratore a mio modo, dei luoghi, delle persone, delle differenze, della bellezza e dell’umanità. Sono una mente creativa allenata, sin dagli studi liceali prima e universitari poi, al pensiero interdisciplinare, alla visione d’insieme, o meglio degli insiemi che naturalmente si intersecano, convivono, si influenzano. Credo fortemente nel valore della comprensione, dell’empatia, dell’analisi delle cose. Una comprensione del mondo, della natura, degli esseri umani che però deve avvenire sia con la mente sia con il cuore, altrimenti, in assenza di uno dei due, sarebbe mutilata, un involucro vuoto, una frase, un pensiero a metà, incompiuto e perciò incomprensibile a noi stessi e agli altri, e perciò inutile se non addirittura dannoso.

 

Questa sensibilità verso la “complessità”, per la tua esperienza, è un sentimento comune?

Purtroppo quello che vedo intorno a me oggi, nel mondo in cui viviamo, soffre proprio di questa mutilazione. Troppo spesso le letture che si danno delle cose sono sbilanciate, parziali, a senso unico, determinate dai freddi interessi dell’economia o della politica (tanto per dare un esempio), o dagli estremismi delle passioni irrazionali che non riescono a trovare la sintesi nella serenità: i fondamentalismi religiosi, il razzismo, il femminicidio (per dare altri esempi). Forse è per questi motivi che da sempre mi occupo di comunicazione in modo creativo. Professionalmente ho, infatti, lavorato in radio, teatro, televisione, e per gli ultimi quindici anni nella produzione di documentari e foto reportage per moltissime agenzie delle Nazioni Unite (UNICEF, UNHCR, UNESCO, ILO, UNWomem, UNDP, FAO etc.) e altrettante Organizzazioni umanitarie (CARE, WorldVision, CBM, IOM, OXFAM etc.), soprattutto in Africa.

 

Approfondiamo meglio la tua storia professionale…

Nella mia carriera ho spaziato dagli argomenti più, leggeri (programmi per bambini e intrattenimento televisivo), a eventi che hanno fatto la storia (documentari sulla seconda guerra mondiale, il giubileo del 2000, l’attacco al World Trade Center del 9/11), alla vita di ogni giorno in quei paesi e in quelle zone remote del mondo dove la vita viene conquistata faticosamente ogni giorno tra assenze dei servizi e dei beni più elementari, in quotidianità drammaticamente “normali” che l’occidente ha volutamente rimosso dalla sua memoria storica come se non fossero mai esistite e come se non esistessero. Realtà convenientemente e colpevolmente dimenticate dai più fino a quando non si ripresentano tragicamente attraverso flussi migratori forzati, o visi di bambini, donne e uomini che muoiono nella povertà o tra i flutti del mediterraneo. E forse è per questo che nel mio lavoro fotografico (l’Arte con cui probabilmente riesco a esprimermi meglio), l’equilibrio tra etica ed estetica è sempre rispettato. E’ per questo che nei volti, nelle situazioni, persino nello sguardo sulla natura cerco sempre di suggerire due parole fondamentali: dignità e bellezza. Nei miei scatti, visibili visitando la mia website www.giuliodercolecap.com , l’occhio non guarda mai soltanto la superficie, ma l’osserva e l’accarezza quel tanto che serve per scoprirne la profondita’ che essa cela, gli strati delle emozioni, dei vissuti e dei fantasmi che si muovono al di la’ del primo piano. Tuttavia non c’è intellettualismo in questo, non ci sono costruzioni e sovrastrutture di autocelebrazione ed esegesi che servono, come spesso succede, a giustificare un progetto. Nei miei scatti c’è una forma di immediatezza in cui la ragione è intuizione (una forma veloce e dinamica che crea connessioni tra le parti), l’emozione una forma di simpatia, cum-passione, amore a prima vista.

 

Ad oggi di cosa ti occupi principalmente?

Non credo sia un caso che oggi il bagaglio delle mie esperienze umane e professionali, dopo un periodo molto duro di rientro in Italia nel suo periodo sociale ed economico peggiore, mi abbia portato a trovare un reinserimento lavorativo nell’ufficio internazionale del Jesuit Refugee Service, l’organizzazione non governativa dei gesuiti che si occupa di servire, accompagnare e proteggere i rifugiati nel mondo. Lo scorso 8 Dicembre, in risposta all’appello di Papa Francesco con l’apertura dell’Anno Santo della Misericordia, il Jesuit Refugee Service ha lanciato Mercy in Motion, una campagna globale di informazione e raccolta fondi a favore dell’istruzione per i rifugiati. Mercy in Motion, infatti, sostiene la Global Education Initiative (GEI) del JRS, un progetto di cinque anni mirato a offrire, entro il 2020, servizi di istruzione a 220.000 rifugiati, bambini e giovani adulti (100.000 in più rispetto ai 120.000 che già beneficiano dei progetti di istruzione del JRS). La GEI implementerà corsi di istruzione primaria, secondaria e universitaria, oltre a corsi per insegnanti per rifugiati, dando loro abilità tecnico professionali, istruzione e una concreta speranza per un futuro migliore. Da Novembre del 2015 sono il coordinatore della comunicazione di questa campagna, che, di fatto, è una risposta concreta e tangibile all’appello del Papa ad aiutare con azioni reali i più vulnerabili della terra. Un compito straordinariamente stimolante e che riassume perfettamente il mio vissuto con quello che è il tema del secolo: quello dei flussi migratori forzati di massa. Un tema che sarebbe tuttavia un errore considerare separato dagli altri due temi chiave che mettono sotto scacco oggi il pianeta: il cambiamento climatico e la geopolitica dei conflitti culturali, religiosi e sociali dovuti all’abisso tra chi ha e chi non ha. Un tema e una campagna difficili, in quanto nella percezione collettiva il rifugiato è un nemico, un intruso, un diverso, un alieno e mai e mai un essere umano con i nostri stessi diritti, la cui sola colpa è quella di essere vittima di forze troppo grandi perché possano essere sopportate. Tutto ciò a meno che non sia spettacolarizzato per qualche giorno, attraverso immagini pietistiche di piccoli corpi, vestiti all’occidentale, immobili senza vita su spiagge normalmente destinate alla spensieratezza dell’estate mediterranea. Oggi il mio compito per JRS (e per me stesso) è tentare di cambiare questo sguardo offrendo delle nuove narrative umanistiche che uniscano ragione e cuore.

 

 

 

Secondo la tua esperienza, quanto sono vicini mondo imprenditoriale e mondo del cinema e della fotografia?

Per quanto riguarda gli Stati Uniti il collegamento tra cinema e imprenditoria è sempre stato fortissimo. Il cinema nel “nuovo continente” da sempre è il braccio spettacolarizzante di un ciclo produttivo, di una mentalità votata al consumismo, al merchandising, al branding, al marketing. Perciò imprenditoria e industria cinematografica negli USA sono indissolubilmente legate. Per quanto riguarda l’Italia, ma forse l’Europa in generale, questo legame, questa forma di commercio propagandistico, è, credo, fortunatamente, meno forte. A parte i cine panettoni e i fenomeni di botteghino costruiti dalle potenze lobbiste della distribuzione, ultimo caso quello di “Checco Zalone”, presente non solo su 1200 grandi schermi contemporaneamente, ma anche su qualsiasi articolo, radio, televisione, social media, a fronte di un reale medio se non modesto spessore qualitativo e comico, il cinema europeo viene ancora prodotto, prevalentemente, su dimensioni e storie private, individuali che hanno a che vedere con la vita quotidiana reale che sfuggono alle leggi dell’imprenditoria e di un’industria di massa. Nonostante i cento e più anni del cinema, in Europa questo ha ancora un vestito di artigianato professionale che lo preserva dalla fuga tutta americana nel mondo del fantasy, della fiaba…. o dell’incubo. Per la fotografia il discorso è in qualche modo simile, per quanto il mezzo fotografico è di per se’ meno incline ad assoggettarsi a uno sfruttamento commerciale di massa, salvo naturalmente quello del mondo della pubblicità (Andy Warhol insegna): mentre in America, ma anche in Inghilterra e in Francia, già da anni esiste un mercato consolidato dell’arte fotografica e un’attenzione particolare a essa nelle sue varie forme. L’Italia, nonostante i vari talenti esistenti, rimane ancora un fanalino di coda, e solo da pochissimo sembra si stia costituendo, attraverso festival, gallerie ed eventi dedicati, un mercato, un’imprenditoria della fotografia. In questo senso, forse uno degli esempi più brillanti e promettenti è la nuova galleria milanese Alidem, www.alidem.com . Alidem, che espone cinque delle mie foto più rappresentative, infatti individua il nuovo, riconfigura la fotografia come arte e la traduce in opere di qualità: trasforma lo scatto in un’esperienza artistica, forma un nuovo gusto e apre orizzonti inediti. Ponendosi come crossroads di immagini in continuo arricchimento, che invitano gli occhi e la mente a viaggiare verso nuove visioni, Alidem valuta il percorso e la ricerca artistica dei fotografi, scopre i temi che si disvelano negli scatti e realizza le configurazioni migliori per le opere.

 

La modalità attuale per l’impresa di avvicinarsi al sociale è da considerarsi ancora efficace?

Non so quanto l’imprenditoria si sia mai effettivamente, spontaneamente, onestamente avvicinata al sociale, o quanto piuttosto se ne sia servita come bacino d’utenza, o come ulteriore veicolo di marketing e quindi di ritorno economico. I pochi esempi d’imprenditoria sociale italiana che mi sembra possano essere presi a modello sono quelli passati di Adriano Olivetti, e oggi, di Brunello Cuccinelli, lo Slow Food di Carlo Petrini e alcune iniziative di giovani che per riuscire a sopravvivere in un mercato in profonda crisi, hanno riscoperto il senso della cooperazione solidale vicina al territorio e lontana dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse sia naturali sia umane nel breve, medio e lungo termine.

 

Che cosa potrebbe oggi fare la differenza in termini di approccio per un’impresa che vuole confrontarsi con il sociale?

La differenza vera, sostenibile, efficace, alla luce di quanto affermato prima, può essere fatta solo attraverso un radicale cambiamento non solo del ciclo produttivo, ma anche e soprattutto della mentalità produttiva. La differenza che può essere fatta sarà misurabile in modo proporzionale alla messa in gioco di responsabilità’ sia collettive sia individuali, per il bene sia del singolo sia dell’ambiente in cui egli agisce. Oggi la scelta dell’azione determina più che mai la misura della sua conseguenza: si può morire, sopravvivere, oppure vivere. Non credo sia più possibile prosperare, se non in modo illusorio quando non autodistruttivo. Quindi la differenza è data attraverso azioni concrete che non siano di adattamento per mitigare i danni, o di facciata per garantirsi una presentabilità sociale, ma da azioni che mettano effettivamente in gioco quei valori che erano patrimonio della cultura illuminista prima, socialista poi e oggi sono le parole del cristianesimo originario ritrovate da Papa Francesco: solidarietà, compassione, misericordia, onestà, verità. Perciò se un’impresa oggi vuole confrontarsi con il sociale, deve cambiare i termini del discorso: non deve confrontarsi, che nella migliore delle ipotesi prefigura una separazione tra essa e il sociale, e nella peggiore un tentativo di risoluzione di uno scontro precedente. Al contrario essa deve sentire, diventare, essere il sociale in modo osmotico ancor più che simbiotico.

 

Ha quindi senso, alla luce di quanto hai affermato, per un azienda che si rapporti ai temi del sociale, parlare di vantaggio competitivo in termini di comunicazione?

Continuando il filo logico tracciato nelle precedenti risposte, la domanda stessa deve essere riformulata con una grammatica etica diversa: l’impresa non deve confrontarsi con il sociale per acquisire un vantaggio competitivo. Così facendo sarebbe come dare un trattamento a un malato che ne guarirebbe i sintomi solo per far insorgerne altri possibilmente peggiori e più dannosi. Una specie di effetto DDT. Il concetto della responsabilità sociale di un’impresa non dovrebbe essere misurato quindi in termini di vantaggio competitivo all’interno del ciclo produttivo e di vendita odierno, ma dovrebbe distaccarsene per cercare un obiettivo che non sia quello del guadagno fine a se’ stesso per l’impresa stessa, ma quello della forza di un’azione onesta il cui fine è il bene comune e non un punto percentuale o la misurazione dei “like”.

 

Quindi sarebbe bello se…

Sarebbe bello se non fossimo perennemente schiavi del mercato, del pollice verso, dell’essere sempre più animali da ingozzare con beni di consumo utili solo a darci la falsa illusione dell’essere visibili. Sarebbe bello Esserci sul serio, trovando il senso d’identità dell’Umano inserito nel Mondo non come arrogante padrone di esso, ma come gentile e umile raccoglitore dei suoi frutti.

 

Ringrazio Giulio per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso con noi la sua esperienza. Un saluto a tutti ed alla prossima!

 

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