Con “Il traditore” Bellocchio racconta un Buscetta inedito interpretato da un grande Pierfrancesco Favino.

Il film di Bellocchio, uscito nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, ha ricevuto 12 minuti di applausi al 72° Festival di Cannes.

Uno dei film italiani migliori usciti ultimamente in sala…152 minuti, questa l’intera durata del film, che non si percepiscono minimamente ma che, anzi, tengono letteralmente incollati alla poltrona, sequenza dopo sequenza. Un film di vendette e tradimenti, che racconta un Tommaso Buscetta inedito, interpretato da un grande Pierfrancesco Favino. Dall’arresto in Brasile, all’estradizione in Italia, al rapporto con Giovanni Falcone e il Maxiprocesso alla mafia. Poi la strage di Capaci e le rivelazioni su Andreotti. E’ “Il Traditore” di Marco Bellocchio, unico film italiano in concorso per la Palma d’oro, uscito nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, che ha ricevuto dodici minuti di applausi al 72° Festival di Cannes, ma, purtroppo non si è aggiudicato la meritatissima Palma.

Pierfrancesco Favino, il protagonista, ha raccontato come ha lavorato sul suo personaggio del boss Tommaso Buscetta, rappresentandone anche le fragilità. “E’ stato un lavoro lungo e affascinante, molto accurato. Mi è quasi dispiaciuto doverlo abbandonare dopo aver finito il film, perché quando inizi a scavare scopri anche cose che non hanno solo a che fare con Buscetta” ha detto.

Il film ripercorre due decenni di storia italiana incentrandoli sulla figura controversa di Tommaso Buscetta detto Masino, il boss dei due mondi, che divenne il più famoso pentito di Cosa Nostra.
“Il traditore” si mantiene più neutrale possibile sul protagonista, evidenziandone il carisma ma anche le contraddizioni, le incongruenze e le ambiguità.
L’incipit ritrae i festeggiamenti di Santa Rosalia, nella Palermo del 1980, anno in cui la città è già la capitale mondiale dell’eroina. Due cosche rivali sembrano avere rapporti fraterni e non esitano a immortalarsi insieme in un’atmosfera che ricorda un po’ quella de “Il Gattopardo” e de “Il Padrino”. Mossi da una insaziabile avidità, i due gruppi diventano però presto i fautori di una guerra che, in un crescendo di efferatezze e vendette trasversali di raro sadismo, contempla il vicendevole sterminio. Da un lato ci sono i Corleonesi, capitanati da Totò Riina (Nicola Calì) , dall’altro, le vecchie famiglie mafiose e, in sovrimpressione, durante le scene degli efferati omicidi, un contatore impazzito, quello dei morti ammazzati. Buscetta (Pierfrancesco Favino) si è rifugiato, con buona parte della famiglia, in Brasile, dove una pace apparente è interrotta dalla notizia dell’assassinio di Benedetto e Antonio (Gabriele e Paride Ciriello), i suoi figli rimasti a Palermo e che il suo sodale Pippo Calò (Fabrizio Ferracane), “passato al nemico”, non ha protetto. Estradato in Italia, Don Masino rende al giudice Falcone (Fausto Russo Alesi) una confessione di 487 pagine piene di nomi, cognomi, abomini e complicità, in grado di mettere in ginocchio Cosa Nostra. Il maxiprocesso che ne nascerà porterà all’incriminazione di 455 mafiosi e all’arresto di 366.

Bellocchio, con una regia lucida e attenta, rende un affresco articolato e verosimigliante, addentrandosi nella cronaca ma anche nella psiche di Buscetta. “Io non sono un pentito”, sono queste le orgogliose parole che l’ex boss ripete puntualmente durante quella che è la dissezione dall’interno dell’apparato criminale mafioso. Licenza elementare e precoci scelte sbagliate, tre matrimoni, otto figli, l’uomo si definisce un soldato semplice nella struttura gerarchica della cosca, ma ha in realtà fondato un piccolo impero sul proprio magnetismo. Reo di enormi peccati, oscilla tra i sensi di colpa e la convinzione di restare un uomo d’onore, fedele a valori che ritiene invece traditi da Totò Riina. Sa anche essere sincero e non manca di rendere conto alla propria coscienza dei fantasmi che gli appesantiscono il cuore.
Favino è eccezionale, bravissimo, un attore che quì rivela al massimo il suo talento attoriale nel divenire letteralmente il personaggio, con questo film si è superato, superbo…identico al vero Buscetta nel fisico, nei gesti, nel parlato, l’attore ha anche preso 10 chili per rappresentarlo in maniera ancora più credibile….lo incarna letteralmente in tutte le fasi della sua esistenza: vanesio un po’ dandy, col vizio delle donne, perfino all’interno del carcere, e della bella vita, esule con la paranoia di venir ucciso. E, conoscendolo, non sorprende neppure il fatto che Favino nel film parli il siciliano stretto ed il portoghese…

La parte centrale, ambientata nell’aula bunker in cui si svolge il grande evento giudiziario e mediatico del Maxiprocesso, vede andare in scena un bestiario criminale in cui mafiosi di ogni foggia sfogano volgarità e isteria nei modi più grotteschi e folcloristici.

L’intero cast è davvero eccellente e merita di essere menzionato: Maria Fernanda Cândido (interpreta Maria Cristina de Almeida Guimarães, terza moglie di Buscetta) lascia il segno, Nicola Calì offre una delle interpretazioni più credibili di Totò Riina, così come Fausto Russo Alesi nei panni di Giovanni Falcone. Una menzione particolare per due degli attori più bravi del nostro cinema, ovvero Fabrizio Ferracane e Luigi Lo Cascio, rispettivamente Pippo Calò e Salvatore Contorno: il primo è protagonista di una delle sequenze più belle del film, un piano sequenza al maxi processo che lo vede contrapposto a Buscetta, mentre il secondo rappresenta l’unico legame di amicizia vero per don Masino. Quanto alla colonna sonora di Nicola Piovani costituisce un potente valore aggiunto. Azzeccato l’inserimento del “Và pensiero” di Verdi durante la sequenza delle condanne inferte ai vari colpevoli!
Marco Bellocchio ha messo su un film importante del nostro cinema: immediato,verosimile, doloroso, commovente e crudele, apprezzato sicuramente sia in ambito italiano che internazionale.

Da non perdere!

 

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