Con “The Greatest Showman” i ragazzi del De Merode sono arrivati dritti al cuore.

Come ogni anno, gli studenti dell'Istituto San Giuseppe De Merode, hanno messo in scena un pezzo di teatro, un musical, nello specifico, davvero incredibile... superandosi alla grande!

La sala dell’Istituto De Merode è strapiena, l’aria di festa già ben distinguibile. Euforia, adrenalina a mille e…si inizia!
Anche quest’anno, come è consuetudine, gli studenti del De Merode con la loro compagnia teatrale “Il Quadriportico”, hanno messo in scena uno spettacolo degno di un importante palco, “The Greatest Showman”. Forse molti ricorderanno l’omonimo film datato 2017, diretto da Michael Gracey, scritto da Jenny Bricks e Bill Condon, che aveva come protagonista Hugh Jackman nel ruolo di Phineas Taylor Barnum, fondatore del Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus.
Barnum, uomo di umili origini che diventa uno showman e un uomo d’affari ricco e potente, rappresenta una delle pietre angolari della narrativa con cui gli americani amano raccontarsi, ossia la parabola del self-made man.
La prima parte del musical, segnata essenzialmente dalla canzone “A Million Dreams”, che viene reiterata in più punti e ripresa dai vari personaggi, racconta l’infanzia povera del ragazzo, l’amore precoce per Charity, figlia di un gentiluomo di New York, la loro vita modesta fino al licenziamento che costringe Barnum a reinventarsi.
Inizia così la scalata al successo di questo sognatore che in maniera spregiudicata ottiene un prestito bancario per comperare l’edificio che avrebbe ospitato prima il suo museo delle stranezze, poi il suo circo.
Barnum fu un pioniere nelle strategie pubblicitarie e nell’abilità di volgere a suo favore anche le critiche negative dei giornali.
Le sequenze dello spettacolo realizzato dai ragazzi del De Merode hanno molteplici punti di forza e scene davvero ben riuscite come la carrellata che segue una delle figlie di Barnum dal salotto della nuova casa al palco di un teatro in cui esegue un saggio di danza, oppure, il duetto di Antonio Russo e Marco Panzironi davanti al bancone di un bar.
La storia potenzialmente controversa di un pioniere astuto e spregiudicato, diviene la variazione sul tema del successo individuale, frutto di ingegno e duro lavoro, e dell’America quale terra delle opportunità. In particolare, “The Greatest Showman”, più volte tocca la corda dell’eguaglianza: Barnum raccoglie e utilizza per il suo circo nani, donne barbute, uomini tatuati, altissimi e grassissimi, trapezisti di colore e fenomeni da baraccone a cui fornisce l’agognata “seconda possibilità”, quella di diventare, per una volta nella vita, dei protagonisti (sebbene del suo show).

Durante le due ore di spettacolo, siamo stati letteralmente inebriati dalle magnifiche coreografie, dalla bravura degli interpreti e dalla bellezza dei costumi. Il musical parla di amicizia, amore, accettazione e riscatto. Lo spettatore resta indubbiamente affascinato da questa favola a lieto fine. In un mondo che cerca di isolare il prossimo perché diverso, gli outsiders si uniscono e si supportano, mostrando l’umanità che si cela oltre la diversità.

Phineas Taylor Barnum è stato senza dubbio un uomo dalle mille risorse, capace di reinventarsi molteplici volte durante il corso della sua vita sviluppatasi nell’arco del diciannovesimo secolo. Sarebbe riduttivo ricordarlo solo per il circo che fondò quando aveva già raggiunto i 60 anni di età.
Alle spalle del Barnum sognatore, c’è pur sempre l’ombra dello spregiudicato personaggio reale di cui si conserva il principio dell’accontentare tutti che lo psicologo Paul Meehl chiamò proprio “effetto Barnum”, e che il collega Forer verificò in sede sperimentale come capacità di fornire a una moltitudine un pacchetto così generico di proposte da rendere possibile a ciascuno identificarvisi (è il principio dell’immedesimazione nei profili generali degli oroscopi). Emerge il tema del circo come grande famiglia per reietti che trovano la propria identità nel mostrarsi per quel che sono; è un’affermazione di sé e la questione del diverso e del difforme giunge parallela al concreto e pedagogico Wonder, ma mentre quest’ultimo poggia sulla pluralità dei punti di vista, “The Greatest Showman” si basa sul sogno individuale, a partire dal titolo che trasforma lo “show” Barnumiano nello “showman”- Barnum.

Ho trovato tutti i ragazzi del De Merode disinvolti, credibili, bravissimi in questo musical moderno e canonico nell’impostazione, con musiche e coreografie di pregevole fattura. Le canzoni sono emozionanti, con testi molto semplici e belli allo stesso tempo, soprattutto “The Greatest Show”, “A Milion Dreams” e “Never Enough” e “Rewrite The Stars”, e riescono a portare riflessioni su temi come la diversità e il desiderio di felicità senza scadere nella banalità.

Le prestazioni attoriali e canore dei giovani studenti sono state di grande impatto, dal protagonista Antonio Russo nei panni di Phineas Barnum a Valentina Robles ( Mrs. Charity Barnum) a Marco Panzironi (Phillip Carlyle), Flavia Gatti (Anne Wheeler), Laura Scola (Lettie Lutz).

Menzione a parte va alla splendida Valeria Ciancaleoni nei panni della famosa Jenny Lind, soprano lirico nota come l’”usignolo svedese”, già all’apice della sua carriera in Europa quando Barnum la conosce e la convince a girare gli Stati Uniti in un tour diventato leggendario (tenendo conto che praticamente nessuno la conosceva in America). Toccante il dialogo in cui Barnum (Antonio Russo) tenta di convincere la Lind: “La gente viene al mio spettacolo per il gusto di essere abbindolata. Per una volta vorrei dargli qualcosa di vero”.

Più che un dramma biografico, tutto è all’insegna di una visione radiosa della vita di Barnum e della sua professione circense. I tempi di “The Greatest Showman” sono esattamente quelli base di ogni musical: celebrazione dell’atto visivo e canoro a suon di ritmo, con un orecchio al pop e quindi al canto di gruppo, alternando ballate e momenti travolgenti. Lo show che ci si è parato davanti si è presentato come un vero e proprio festival di luci, colori e suoni.

Il pezzo offre la possibilità di riflettere sulla propria vita e invita a credere nei sogni, l’unico modo per non morire dentro. E’ riuscito a cogliere il buono raccontandolo alla perfezione, insieme al senso di libertà, allegria e felicità che regala una volta usciti dal teatro. Proprio come una frase famosa di Barnum che appare nel film ” l’arte più nobile è quella di rendere gli altri felici” per quasi due ore le immagini, i suoni, i colori ci hanno donato quel senso di felicità che ti porti a casa continuando a cantare tutte le canzoni che hanno composto lo spettacolo.

Piccola curiosità: dopo 146 anni, il Circo Barnum, o ciò che ne rimaneva, ha chiuso i battenti nel 2017, a Maggio.

Grande serata…Bravissimi tutti!!!

Foto: Loredana Filoni

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*