Contaminazioni politiche nella moda: quando, gli affari pubblici, hanno influenzato la storia del costume?

L’esempio emblematico rimane certamente il caso dell’emancipazione femminile, che si inizialmente palesata con il rifiuto del busto ad inizio del ‘900 e confermata successivamente, negli anni Sessanta, con l’ausilio della tanto discussa minigonna.

Appaiono due mondi agli antipodi: il primo serio e composto, l’altro effimero e pleonastico, eppure le assonanze comuni sono moltissime, l’uno influenza spasmodicamente l’altro, creando continue trasposizioni dei due “fenomeni”.

Analizzare la storia del costume implica necessariamente il disquisire su fenomeni antropologici, psicologici ma soprattutto geopolitici. L’esempio emblematico rimane certamente il caso dell’emancipazione femminile, che si inizialmente palesata con il rifiuto del busto ad inizio del ‘900 e confermata successivamente, negli anni Sessanta, con l’ausilio della tanto discussa minigonna. Che la moda non sia un fenomeno prettamente futile lo si evince da moltissimi episodi attuali e non, già nel ‘500 l’umanista Baldassarre Castiglione osservava che l’abito non è “piccolo argomento della fantasia di chi lo porta”. Ma quand’è che la politica ha influenzato in maniera decisiva la storia del costume!?!

Sicuramente uno degli episodi più lapalissiano è nel periodo del secondo dopoguerra, la moria di materie prime fece sì che la moda prediligesse tagli minimali e di chiara derivazione militare. Complici di queste circostanze di difficoltà, ci furono le riviste femminili come Vogue, che nel 1942, pubblicò un servizio in cui, esplicava la manifattura di un abito realizzato con delle sciarpe. In questo determinato periodo storico, si designa la nascita del patchwork, lavorazione del tessuto concepita mediante pezze di stoffa di scarto differenti l’uni dagli altri.

Altro accadimento che ha lasciato un’impronta decisiva nella moda fu il picco di utilizzazione del petrolio negli anni ’60, dove le multinazionali petrolifere statunitensi controllavano i giacimenti in Arabia Saudita, Iran e Kuwait e pubblicizzando con ogni mezzo i prodotti ottenibili dagli scarti della lavorazione del greggio. E’ proprio allora che vennero coniate fibre tessili e plastiche di derivazione petrolifera impiegabili sia nell’abbigliamento che nell’industria della cosmesi.

La fine degli anni Sessanta segna a livello politico, sociale e culturale un momento di svolta. In Italia, tutto tramuta dopo il sequestro e il conseguente delitto dell’On. Aldo Moro della D.C. Questo detrimento agli ideali, nel costume altera la percezione dei valori; è considerato fondamentale il possedere una buona forma fisica e l’unico tessuto in grado di esaltare le forme è la lycra, così in voga negli anni Settanta. Grande utilizzatore di questo filato troviamo lo stilista tunisino Azzadine Alaya, che concepisce delle vere e proprie opere d’arte attorno al corpo.

Rapidamente arriviamo alla moda attuale e notiamo l’estremizzazione dell’immagine con John Galliano. Siamo certamente la “generazione delle immagini e dei tweet” e ciò viene rapidamente traslato sia nella politica, dove un tweet, per l’appunto, può scatenare ire o consensi e nel fashion system, con stili sempre più rudi, smaccati e inappropriati. Qui incede ovviamente la presenza degli influencer, giovani narcisisti spregiudicati ed esteti dal fiuto non sempre fine. L’immagine è sovrana e designa un destino di una casa di moda centenaria, più di una collezione piacevole e pensata. Probabilmente, per recuperarne il senso, la moda non deve più essere semplice questione di mercato, bensì tornare a ricoprire ruoli primari nella produzione artistica, senza rincorrere l’angosciosa “corsa all’oggetto del desiderio”

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