Così si salvano le Società.

Questo non vedere luce, questa ossessività di un morbo perenne, questa minaccia di mutamenti o di altri cataclismi pandemici, rendono la società e gli individui ora debilitati e privi di voglia di vivere, ora frenetici e con una voglia di vivere estrema, che però urta contro un legalismo angosciante che debilita lo slancio vitale.

Purtroppo ho esperienza della doppia condizione, l’esperienza del malato del morbo pandemico, con la reclusione in ospedale per quattro mesi ed ora, fortunosamente, l’esperienza di chi si è salvato e torna a casa.

Il ritorno a casa è da paragonare al ritorno di uno che ha fatto la guerra, di un prigioniero, di un carcerato, di un esiliato. E’ l’ansia di rivedere persone, luoghi, di ritrovare la libertà di fare quel che dobbiamo fare, la certezza che siamo fuori dalle strettoie nelle quali fummo oppressi. Ma avviene qualcosa che in certa misura sospettavamo, non però nei modi in cui lo sperimentiamo. Il ‘qualcosa’ consiste nel trovare fuori una condizione simile al ‘dentro’. Vale a dire che l’oppressione dell’ospedale o del carcere o dell’esilio, si attua anche nella società. La società è imprigionata fuori e dentro, dentro l’ospedale e fuori dell’ospedale, nel nostro caso. Ciò toglie slancio vitale e fa ripiombare nella situazione mentale della vita ospedaliera, nella quale spesso sembrava che mai finisse la reclusione e che fosse illusoria la guarigione.

Questo non vedere luce, questa ossessività di un morbo perenne, questa minaccia di mutamenti o di altri cataclismi pandemici, rendono la società e gli individui ora debilitati e privi di voglia di vivere, ora frenetici e con una voglia di vivere estrema, che però urta contro un legalismo angosciante che debilita lo slancio vitale. Sicché il primo scopo, la prima finalità della politica e della società, dovrebbero consistere nel ridare fiducia vitale ai cittadini, alle persone, ma non si dà fiducia vitale se quotidianamente le misure salvifiche vengono invalidate da ipotesi che neutralizzano la salvezza.

In concreto c’è il virus, sembrava che il vaccino fosse il toccasana, e invece non lo è, o molti dicono che non lo sia, in quanto delle variazioni del morbo scampano all’aggressione del vaccino. Pertanto la magia del vaccino perde i suoi poteri di guarigione. Ma questo è niente, rispetto all’ipotesi che la malattia aggredisce anche soggetti prima non offesi, ad esempio i bambini. E non basta. Si prospettano ulteriori pandemie. In questa atmosfera, recuperare forza vitale è come andare in prima linea munito di coltello contro i carri armati. Si obbietta, e se fosse la verità? E se fosse realistico che abbiamo variazioni del morbo, che anche i bambini sono esposti, che ci saranno altre pandemie? Ecco dove sta la svolta per riuscire a vivere. Accettare tutto ciò come si accetta la morte. Chiarisco. Se noi essere umani viviamo pur sapendo di morire, dobbiamo costringerci a vivere sapendo di morire. Ma saper di morire non significa voler morire o niente fare contro la morte precoce come può essere la malattia.

Quindi, combattere la morte, ossia la malattia, deve costituire il proposito essenziale della società. Tutta la scienza deve impegnarsi in questo scopo, nell’ambito della vitalità, non uno scopo affliggente. Combattere la malattia per vivere, non aver paura di vivere perché c’è la malattia. E la paura di vivere si espande anche alla paura del lavoro, dell’imprenditorialità. Se lavoro e imprenditorialità sono visti come occasione di malattia, la società esplode. Si crea un legame patologico tra chiusure, perché c’è la malattia, chiusura del lavoro perché c’è la malattia. Al dunque, chiusura della vita. Il cambiamento radicale deve essere così formulato: vivere combattendo la malattia, lavorare ed intraprendere perché si combatte la malattia. Così si salvano le società.

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