Deborah Rossi: “La scrittura è il magico spazio in cui mi rifugio”.

Deborah Rossi, nel suo libro "Mille scarpe da lucidare", racconta, con grande forza d'animo e passione, la sua travagliata infanzia, trascorsa, per dieci anni, in un orfanotrofio. LF ha avuto l'onore di presentare, intervistando l'autrice stessa, questa intensa storia che coinvolgerà chiunque si accosterà alla lettura del libro.

Sabato 3 Novembre, sotto l’invito dell’Editore Jean Luc Bertoni, ho avuto l’onore ed il sommo piacere, di poter presentare il libro “Mille scarpe da lucidare” di Deborah Rossi, presso l’accogliente Villa Pirandello. Un posto in cui la letteratura, la cultura, traspaiono già dalle mura che compongono questo piacevolissimo salotto, poco distante da Villa Torlonia a Roma.

Devo confessare che qualche giorno prima e quasi fin a ridosso della presentazione, ero presa da una forte emozione! Eppure è il mio lavoro, in fondo dovrei esserci avvezza! Ma, nel caso specifico, l’argomento, i sentimenti travagliati, la sofferenza, le esperienze dolorose di Deborah Rossi, vissute durante la sua infanzia, sono di una realtà talmente devastante, da andare a toccare le corde di chiunque, che mi ci sono letteralmente buttata a capofitto! Sono stata travolta da queste vicende che molti di noi, fortunatamente, neppure possono immaginare! Poi, conoscendo di persona Deborah, e percependo un’emozione ancora maggiore alla mia, l’animo si è andato a placare e mi sono sentita un tutt’uno con questa donna quasi da ‘proteggere’, coccolare, amare. Mi sembrava di conoscerla da anni e non da pochi minuti, e credo che tutto questo abbia reso l’intera presentazione più vera, priva di sovrastrutture e preparazioni, insomma, spontanea.

Hanno un sapore di cose oramai sopite i racconti che formano il libro di Deborah Rossi, “Mille scarpe da lucidare”, Bertoni Editore, nonostante narrino la miseria, le restrizioni affettive e la mancanza dei capisaldi di una famiglia, le figure genitoriali. In una sorta di diario dettagliato, scritto quasi con foga, per non omettere nulla di quel periodo e dell’infanzia sofferta di Deborah. Tuttavia nel libro, non ho mai trovato traccia di alcun segno di livore nei confronti di coloro che non la hanno fatta sentire amata, piuttosto, una presa di coscienza da parte di una bimba, prima, e di una donna, poi, che vuole vivere in pieno la sua vita. Racconti emozionanti, di travagli e sofferenze, in un’età molto delicata, quella dell’infanzia, che inaridirebbe e segnerebbe la maggior parte delle persone.

L’abbandono è una condizione che genera una ferita che non si vede, ma che brucia giorno dopo giorno. E’ come se una radice fosse stata strappata ed un legame, infranto, lì dove un tempo fiorivano le nostre emozioni e la nostra sicurezza. Le implicazioni psicologiche che derivano da un’infanzia segnata dall’abbandono, di solito sono piuttosto serie, nonostante ogni bambino affronti gli eventi a suo modo, in ciascuno di essi rimane l’impronta del trauma. E non basta il tempo per curare i traumi, serve la capacità di affrontarli nel modo giusto. Quanto è appunto accaduto nel caso di Deborah, che si racconta a cuore aperto, ritrovando anzi nei dolori del passato la forza di sorridere ancora!

Un libro che, devo ammettere, mi ha fatto sgorgare più di qualche lacrima, di una semplice sensibilità, di intensa sofferenza che, personalmente, mi ha trasmesso molto…Capire che dalle sofferenze si può emergere, anche più forti, temprati, saggi, che il sorriso è una delle poche armi che abbiamo per prendere di petto la vita…che Deborah, nonostante tutto, sorride e sorriderà sempre alla vita, come questa, ad un certo punto, ha fatto con lei, facendole incontrare un uomo amorevole ed avere due figli meravigliosi! Un po’ come una favola a lieto fine… solo che quì non ci sono nè anatroccoli, nè principi, nè sorellastre, nè streghe cattive, ma la pura e semplice vita appunto, con la sua ‘giostra’ che gira incessantemente verso un destino che, in parte, possiamo costruirci da soli.

Grazie Deborah per le gocce d’amore che mi hai donato!

Deborah, quando hai sentito l’esigenza di scrivere questo libro?

“Premetto che fin da piccola ho preferito scrivere, perchè per me la scrittura è sempre stato uno dei migliori modi al mondo che mi consentiva di esprimere al meglio tutto ciò che avevo in cuor mio. Ancora oggi, ogni volta che affiorano dei ricordi, amo metterli su un foglio bianco che altro non è che una cassaforte in cui riporre quel che di più caro posseggo. La scrittura è il magico spazio in cui mi rifugio. Credo che l’esigenza di scrivere mi sia venuta a causa dell’ Alzheimer che ha colpito mio suocero, l’angoscia di dover perdere un giorno ogni mio ricordo non mi dava pace, ed è stato allora che ho cominciato a buttar giù per iscritto i miei ricordi di bambina, la mia vita con la nonna Carmela, l’infanzia all’orfanotrofio. Ho poi mandato un mio racconto al giornalista e scrittore Massimo Gramellini il quale mi rispose dicendosi commosso; pubblicò il racconto sulla sua pagina Facebook e nel giro di due giorni duemilaseicentoottantasei persone a me sconosciute, gradirono, ciascuno con un like, e più di cinquecento tra essi commentarono tutti emozionati spronandomi a scrivere della mia infanzia un libro che potesse essere letto. Così con la spinta emotiva di zio Vincenzo Boccardi, al quale sono molto legata, che è anche l’autore della prefazione, e di sua moglie, la mia amata e compianta zia Paola che da subito ha molto creduto nelle mie capacità, ho cominciato a scrivere i racconti brevi della mia infanzia. Ancora non posso credere che veramente io sia stata capace di scrivere un libro.”

Si può quasi dire, leggendolo, che sia stata una sorta di catarsi….?

“Non saprei dire se sia stato catartico scrivere questo libro, ma posso affermare con certezza che è stato molto doloroso e anche faticoso. Non immaginavo che mi sarebbe costato tanto emotivamente.”

L’abbandono è una condizione che genera, nei più, una ferita che non si vede, ma che brucia, con le annesse implicazioni psicologiche…Tu invece ne sei uscita più forte, quasi serena…
“Credo che in tutta la vicenda della mia avventurosa infanzia, io debba la mia sopravvivenza, alle gocce d’amore che le persone, incontrate durante il mio cammino, mi hanno donato. Da queste gocce ho attinto affinchè io potessi sopravvivere.”
Tu scrivi ad un certo punto, di esserti ritrovata bambina a 18 anni, che emozioni hai provato?
“Avere la possibilità di poter essere bambina a diciotto anni, è stata per me una roba incredibile, tuttavia devo aggiungere che è stato anche molto spontaneo, quasi la naturale conseguenza della mia nuova vita in famiglia, giacchè, come disse lo psicologo che seguiva me e i miei giovani genitori adottivi, avevo un’età affettiva di circa tre anni, cioè la mia età anagrafica non corrispondeva all’età affettiva.”
Nonna Carmela che ricordi ti suscita?
“Nonna Carmela non può che suscitare ricordi di  tenerezza, resistenza, forza, caparbietà e anche molto dolore. La nonna Carmela ha avuto cura di me, mi ha amata senza riserve, nonostante vivesse uno stato di indigenza e povertà che la costringeva a recarsi con me alla mensa dei poveri di Campobasso per permetterci di mangiare almeno un pasto al giorno.
Ciò nonostante, mi ha circondata di amore, e questo amore, oserei dire, spartano, si è instillato dentro me, generando un sentimento di profonda gratitudine. Questo libro è un omaggio a lei, il mio GRAZIE per sempre.”
Che rapporto avevi con gli altri bambini dell’orfanotrofio?
“Con gli altri bambini dell’orfanotrofio avevo un rapporto di amicizia e fratellanza, giacchè eravamo tutti uguali, trattati allo stesso modo sia nelle punizioni corporali che nelle punizioni alimentari. Ci aiutavamo sostenendoci a vicenda pur non avendone la consapevolezza.”
Ora la “piccola” Deborah ha lasciato posto a….?
“La piccola Deborah ha creduto di aver lasciato il posto a Deborah adulta moglie e mamma, ma non è riuscita nel suo intento. La piccola Deborah riaffiora sempre perchè ha ancora tutto un mondo da raccontare, teme di dimenticare e dimenticare sarebbe un sacrilegio.”
Ancora attendi il tuo Cicciobello?
“Cicciobello l’ho atteso per anni in cuor mio, e benchè avrei potuto comprarlo, mai l’ho comprato, consapevole che mai sarebbe stato lo stesso avuto in dono da Angelo e Pina Bove. Così come per Cicciobello, anche di loro persi ogni traccia. Fu poi  Pina, a donarmi il suo Cicciobello degli anni sessanta, dopo aver letto il mio racconto.”
La Deborah di oggi com’è?
“La Deborah di oggi è sicuramente una donna più forte, più consapevole, ma sa bene che certi dolori la accompagneranno per tutta la vita.”
Ti ha incoraggiata la tua famiglia a scrivere questo libro?
“La mia famiglia è molto orgogliosa e fiera  di me, di questo libro. Mio marito mi ha sempre spronata a scrivere con la stima e la certezza che io possegga un dono che è quello di arrivare al cuore delle persone con la scrittura.”
Che messaggio vorresti che arrivasse alle persone da questo racconto di vita?
“Il messaggio che vorrei arrivasse con questo libro è, primo fra tutti, il seguente: l’amore, quello gratis (come dice il mio papà), quello veramente incondizionato, è capace di fare miracoli inimmaginabili ed io ne sono la prova vivente.”
Concludendo?
“Ho la speranza nel cuore che questo mio piccolo libro, possano leggerlo più persone possibili; che arrivi nelle scuole, che lo leggano i bambini delle scuole elementari e delle  scuole medie, che io possa avere la gioia di continuare a coltivare il mio sogno che oggi è quello di potermi dedicare pienamente alla scrittura. Non sono d’accordo con chi afferma che non bisogna mai voltarsi indietro, perchè il passato è passato; io credo che voltarsi indietro, proseguendo il cammino in avanti, serva a rendersi conto da dove si viene, dove si va e quanta strada siamo stati capaci di percorrere. Io non voglio dimenticarlo.”

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