DI TE.

Di te, alla fine, mi sono rimaste due lenzuola, un tegame, una padella smaltata e un coperchio.

E anche un paio di pirex da forno ora che ci penso. Le lenzuola non sono particolarmente belle, ma sono di ottima qualità, di quel cotone egiziano che addormentartici in mezzo è favoloso. Quando le ho tirate fuori dalla busta avevo quasi paura a toccarle, ti rivedevo davanti a me con la tua solita espressione critica, quella stoffa stirata alla perfezione, non una pieghetta, i piccoli ricami perfetti. Ti immaginavo sorvegliarne la stiratura mentre commentavi e criticavi, che si doveva fare così, come dicevi tu, perché era così e basta. Senza repliche né appello. Come è stata la tua vita d’altronde. Solitaria, chiusa nel tuo piccolo mondo teutonico, abbacinante dal lindore maniacale e da quell’ordine leggermente inquietante  con cui ti relazionavi, con te stessa e con gli altri. ‘La tedesca’ ti chiamavano in famiglia, ‘La Fedmarescialla’ ti chiamava nonno, tuo marito.  Eravate una coppia quasi atipica, tu più alta di lui di almeno un palmo, non un sorriso, una tenerezza, lui caciarone, battuta sempre pronta, così innamorato di te, ma poi alla fine più di se stesso. E tu hai ceduto. Hai accettato quel matrimonio quasi come fosse un dovere di donna più che un piacere. Ma ne sei mai stata innamorata? Chiedevamo. E tu di rimando ‘Era simpatico’. Nel tuo lessico parole come ‘passione’, ‘desiderio’, ‘innamoramento’ non erano contemplate. Vocaboli sconosciuti, anzi ancor peggio, inutili che non servono a niente se non a confondere. Che la vita è sofferenza, impegno e difficoltà, e che ‘beati quelli che muoiono presto’ almeno smettono di soffrire. Volevi farti suora, dicevi sempre, era il tuo sogno di bambina. Ma nella tua famiglia era impensabile questa scelta e allora sei stata costretta a dire sì a un uomo. Come tutte le donne della tua epoca, dicevi, perché la scelta non si poneva, bisognava sposarsi. E poi ci sono stati i figli. Altro capitolo severo e faticoso. Non li avresti voluti, fosse stato per te. Ne avresti fatto volentieri a meno. Tua figlia poi, desiderata fortemente dal padre, è arrivata così presto. Anche lì, per te una costrizione. Una bimba sopportata,  a malapena tollerata, che avrebbe dato la vita per una tua carezza, un bacio, un sorriso, un cenno di approvazione. E invece le dicevi che era brutta, con la pelle gialla (che gialla non era, ma di certo non come la tua, bianca come il marmo di Carrara). Era per il suo bene, ripetevi imperterrita a noi nipoti. Era la verità, quindi era giusto farlo presente. Così come era ‘normale’ elogiare tutti all’infuori i membri della famiglia. E così ti sentivamo esibirti in lodi sperticate su ragazze assolutamente anonime, nell’aspetto ma anche nell’essenza, personaggi un po’ così ma su di te, chissà come mai, esercitavano un fascino particolare, il fascino dell’ordinarietà appunto. Della banalità. Rassicurante e prevedibile, che non destabilizza, non travolge.

Di te mi rimane il ricordo di quando, alle feste comandate e alle ricorrenze di famiglia, m’incontravi e restavi a scrutarmi con attenzione. E io lì ad aspettare qualche tuo commento tranchant. E invece no, avevi una sorta di remora con me che non ho mai capito. Prendevi un lembo di stoffa del mio abito o della mia camicia, la strofinavi un po’ confermandomi la qualità o meno del capo in questione. E anche qui, nessun commento di approvazione o meno, ‘Ma almeno ti piace, nonna?’ ‘Se piace a te …’

Quelle giornate di feste passate immersi in universo femminile, una figlia, una nuora, cinque nipoti femmine e poi lui. Il tuo sole, tuo figlio, probabilmente il tuo unico vero grande amore. Con lui sorridevi, e come se sorridevi, tirando fuori qualcosa che poteva somigliare alla dolcezza. Ti si illuminavano gli occhi e tutto il resto, noi, tua nuora, tua figlia, non esisteva più.

Tua figlia, mia madre, che ancora oggi si chiede dove ha sbagliato, cosa avrebbe potuto fare di più per uno di quei tuoi sorrisi così rari, così unici, per il tuo consenso, per un cenno d’amore.

Tu, ‘la tedesca’ te ne sei andata un anno fa, nel giorno dell’onomastico di nonno, senza aver mai sentito la necessità di far felice tua figlia. Nemmeno una volta.

Di te mi resta quel germe ‘maligno’ che mi porto dentro, che dopo tantissimo tempo ho finito per accettare. Ogni tanto si palesa in uno scatto d’ira senza senso, nell’incapacità di abbandonarmi alla vita, nel controllo costante delle emozioni. Ogni tanto però, e solo un pochino. D’altronde questa è la tua eredità, il tuo lascito. Insieme a quel paio di lenzuola di cotone egiziano.

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