E LA LUCE SIA CON NOI.

All’inizio c’era quel bimbo, nato da due ragazzi, due giovanissimi che avevano intrapreso un viaggio epico dalle terre della Galilea fino ad arrivare in Giudea che all’epoca tanto facile non era, specialmente a bordo di un somaro e specialmente con lei incinta al nono mese.

Questo c’era tra i miei primi ricordi appena approdata in Italia, il presepe fatto da mio nonno ‘fuori dai panni’ (modo di dire ‘borbonico’ per indicare grande, incontenibile gioia) per avere finalmente la sua prima nipotina a casa, il primo Natale tutti riuniti dopo quattro anni di oceanica lontananza.

Ero affascinata da quella storia, rivivevo passo dopo passo il lungo viaggio, la stanchezza di Maria che allora non capivo bene, che solo stanchezza non era, ma dolore di doglie; la pazienza rassegnata di Giuseppe, così calmo, troppo per i miei gusti, che sembrava accettasse tutto con una facilità che – di nuovo – non capivo. Io che già a quattro anni li avrei mandati tutti a quel paese, dall’oste al funzionario governativo di quel buco infame che doveva essere Betlemme all’epoca di Augusto imperatore. Però che bello il Natale! Al di là dei giocattoli, che poi ce li portava la Befana (come da rigorosa tradizione capitolina), amavo il freddo di Dicembre, l’aria che sapeva di zucchero filato, le caldarroste del vecchietto sul viale che percorrevo per andare a scuola, l’esplosione di luci e lucine dalle vetrine dei negozi, la porporina e la carta stagnola di mille colori che ritagliavo a forma di stella, la Coccoina che mi restava sulle mani insieme alla polvere scintillante per rifinire i lavoretti di Natale. Gli anni passavano  insieme alla mia convinzione sulla veridicità di quella storia che comunque ci ostinavamo a rappresentare a ogni Dicembre. Sono stata una bambina, poi una ragazza e quindi una donna estremamente curiosa e quando iniziò il periodo degli studi di filologia, di storia e antropologia, la mia – chiamiamola –  curiosità, raggiunse livelli maniacali. E così, ad uno ad uno, crollavano i pilastri che tenevano in piedi ‘quella’ storia, a partire dal mese e dal giorno dell’evento, fino ad arrivare all’inesistenza stessa del villaggio di provenienza della famigliola, che stando appunto alle fonti storiche e archeologiche (laiche) sarebbe sorto solo nel II secolo d.C. Certo, alla fine era tutta una questione di fede in una dottrina che non mi apparteneva più. Il Natale però, quel Natale ancora sì. E come già detto e scritto più volte, sono attratta, guidata e ispirata dalla luce e quella del solstizio d’inverno è la più bella in assoluto. La più importante, perché ci dice che sta per tornare di nuovo, che i giorni di buio piano piano finiranno e tornerà lei, prepotente e bellissima. E’ il senso di nascita e di rinascita che mi rassicura, che mi accarezza il cuore. Quella storia che nulla finisce, tutto ritorna, la legge dell’universo che siamo ancora distanti dal capire ma che sentiamo, che percepiamo nel profondo di noi stessi. C’è chi la chiama Dio, c’è chi la chiama semplicemente energia, luce, vita. E Dicembre per me è la sua celebrazione, la sua rassicurazione. E mi avvolgo di profumi, di spezie e di essenze, mi circondo di luci, di candele accese e di decorazioni sfavillanti. Non uso più la Coccoina e nemmeno la porporina ma scintillo lo stesso, oh se scintillo. Facciamolo insieme, non nascondiamoci nell’ombra che quest’anno terribile ha gettato su di noi, usciamo al sole di queste ultime giornate di un anno davvero maledetto, facciamolo con fiducia e guardiamo il cielo, mai così bello come in questo momento. Scaldiamoci al sole, ci siamo noi in quel calore, in quella luce, ricominciamo a crederlo.

Buon Natale a tutti. Davvero.

 

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