Elena, Ettore, Achille, Ulisse.

I Personaggi di cui ora narreremo sono tra coloro che vivono costantemente nella memoria culturale della nostra civiltà.

Achille trascina il corpo senza vita di Ettore attorno a Troia. Affresco della fine del XIX secolo nel palazzo dell'Achilleion a Corfù, in Grecia.

Addirittura rappresentano Tipi Idealizzati. Quando ci riferiamo alla bellezza femminile, dopo Venere e con Venere sorge la sembianza, immaginaria, di Elena; e se concepiamo un Eroe invincibile, impavido, estremo, nell’urto guerriero, chi non vedrebbe tale soggetto in Achille? E l’Eroe patriota, l’Eroe paterno, l’Eroe coniugale come non cogliere in Ettore un Eroe di tale natura? Ed infine lo scaltro, avventuroso, inventivo Eroe chi può nominarlo se non con il nome di Odisseo (Ulisse)? Figure, Eroi leggendari più che mitici, giacchè non contengono complessità interpretative come miti, ma leggendari lo sono, esaltanti, strabilianti, incarnazione di altissimi caratteri umani. Nel bene e nel male.

ELENA.

La causa favolistica  della guerra di Troia fu la bellezza di Elena. La vera ragione, un antagonismo di dominio, ma non darebbe luogo a fantasie poetiche, mentre la disputa per la donna più bella dell’antichità, e di sempre, offre occasione di poesia. Elena era figlia di Zeus (Giove) e di Leda, Giove si era trasformato in Cigno per congiungersi a Leda, che era sposa a Tindaro, con il quale aveva concepito Clitennestra. Le sorelle, Elena e Clitennestra, arrecheranno immane sciagura ai Greci e ai Troiani. Bella qual’era, Elena viene desiderata. Re, Principi, la esigono, tra costoro Menelao, fratello di Agamennone, Re di Sparta, di considerevole importanza. L’unione di Elena con Menelao non distoglie i pretendenti. Giunone, Minerva, Venere confrontano la loro bellezza, giudice è Paride, figlio di Priamo, Re di Troia. Venere, per  ottenere il giudizio a suo favore,  si ingrazia Paride con l’ottenimento di Elena per lui. Ed è detta la più bella. Paride, con l’ausilio di Venere, prende Elena. Tindaro aveva consigliato i Re di stabilire un patto, chi tra di essi subiva un danno sarebbe stato soccorso dagli altri. Dunque i Re vendicheranno il rapimento di Elena: guerra a Troia!

IL FATO.

E’ il Destino , il Fato che governano le vicende, per i Greci, e nessun uomo, nessun Dio può torcerle. Eppure gli uomini si comportano come se potessero alterarle. Questo rende tragico il vivere umano  dei Greci, che si sforzano, si illudono di mutare il Fato, stanno, e stiamo, al momento dell’incredibile evento, dimenticando, e dimentichiamo, che il Fato è immutabile, tale forza impegnano nello sforzo di mutamento da credersi capaci di averla vinta, invece… Vi è una una predizione in questa guerra: Achille morirà  recandosi a Troia…

ACHILLE.

Iniziamo dalla nascita. Achille è concepito dall’unione di Peleo e Teti. Teti è una divinità marina, le Nereidi. Viene educato dal saggio Centauro Chirone, che lo nutre di midolla di leone e di cerbiatto, forza e delicatezza, Fenice gli è precettore, gli starà sempre vicino. Fin da bambino, Achille si dimostra valentissimo nelle lotte con le armi, ma, dicevo, vi è una predizione, attesta che Achille morirebbe in guerra. In ciò che Achille predilige maggiormente, lì è il suo lugubre pericolo. Teti lo vuole rendere immortale. Lo afferra per un calcagno, lo immerge nello Stige. E’ così che si diventa immortali, anche così. Intanto Achille stringe amicizia omoerotica con Patroclo, unioni che erano inscindibili. I greci vivevano la doppia sessualità con naturalezza.

Quando Agamennone raduna i Signori della Grecia per riavere Elena e restituirla al fratello Menelao, l’eroico Achille è richiesto. Teti lo fa nascondere dal Re di Sciro, Licomede, travestendolo da donna in mezzo alle donne. Teti cerca di evitare per il figlio la guerra, sapendo il presagio fatale. Tra coloro che cercano Achille per combattere vi è lo scaltro Ulisse, il quale alle fanciulle, tra le quali vi è Achille, espone abiti da scegliere…ed armi. Achille si precipita alle armi! Ed è scoperto.

Dopo tentativi malriusciti, infine Achille, condottiero della sua gente, i Mirmidoni, raggiunge Troia, con Patroclo e Fenice. Quel che compie Achille sui troiani è nell’epica gloriosa e feroce dell’Occidente. Invincibile, terrorizzante, uccisore. Tutti lo temono, i migliori guerrieri troiani fuggono al solo vederlo. Ma Achille è un eroe ombroso, collerico, offensibile, e quando il Re dei Re, Agamennone, lo deruba di una concubina, Briseide, Achille, offeso, non combatte. I Greci subiscono sconfitta dopo sconfitta. Achille, corrucciatissimo, chiuso, ostile, si vieta ancora di combattere. E’ l’amante/amico Patroclo che, non sopportando la soccombenza dei greci, chiede ad Achille le armature per vestirsene, a vederle, i troiani fuggiranno. E così avviene e sembra che avvenga la disfatta dei troiani. Sembra. Ma Ettore non cede, affronta, affronta e vince, affronta, vince ed  uccide Patroclo finto Achille, e gli trae le armi…

Al conoscere la morte di Patroclo per gesta di Ettore, l’iracondo Achille esce di mente, furentissimo, cruentissimo deve, vuole  uccidere Ettore. Una nuova armatura è messa al fuoco per lui, ed ecco a trovare Ettore, il quale, scorgendolo, tenta di sottrarsi al combattimento. Non è vile, Ettore, sa, però, che il duello è mortale. Infine, decide: lo scontro, per la vita. Ed è ucciso. Un Dio, anzi una Dea, la costante protettrice dei Greci, Atena (Minerva), salva Achille, che aveva mancato il tiro di lancia, e Achille colpisce a morte  Ettore. Tale e tanta è la rabbiosa vendicatività di Achille da fargli legare al suo carro Ettore  strisciandolo intorno alle mura di Troia, allo sguardo dei cittadini troiani e persino del genitore di Ettore, Priamo. Priamo non regge lo scempio, tra sangue e terriccio, di Ettore, chiede, implora che il corpo di Ettore riceva sepoltura, e degna, la sepoltura, osservatissima da quei popoli. E perfino Achille cede.

ETTORE. I TROIANI.

Ettore, l’ho accennato, era figlio del Re di Troia, Priamo e di Ecuba. La coppia regale ebbe prole numerosissima, tutta anniemtata con la sconfitta di Troia. Cassandra, una figlia, riceve il desolante attributo di vaticinare il futuro, non creduta. Paride non fu un valente guerriero, gli bastava godersi la vita, ossia Elena. Ettore emerge su tutti. Patriota, filiale e paterno, amoroso sposo dell’amorosa Andromaca, coraggioso, misurato quantunque bellicoso, è l’eroe senza gli estremi impulsi dello scatenato Achille. Combatte cavallerescamente con il possente Aiace Telamonio, senza vittoria e senza sconfitta, non vive per se stesso ma per Troia. Gli sarà compagno nella storia leggendaria successiva il troiano Enea. Ne diremo.

Sconfitti i Troiani, messa a fuoco la Città, ucciso il figlio di Ettore, il piccolo Astianatte, dal figlio di Achille, Pirro, resa schiava Andromaca, trucidati i figli del Re Priamo e di Ecuba, degli Eroi troiani scampano Antenore e, sopra tutti, Enea con il padre Anchise ed il figlio Ascanio. Per essi il Fato stabilì eventi leggendari quasi a paragone di quelli cantati da Omero, e Troia rinascerà in una civiltà degna della Grecia, la civiltà romana.

Paride uccide Achille. Elena torna con Menelao. Ulisse cerca di tornare ad Itaca. Ettore è ucciso. Troia rasa. Agamennone, a Sparta, gli tolgono vita la moglie, Clitennestra e l’amante di costei, Egisto, Aiace Telamonio  impazzisce perchè non riceve le armi di Achille consegnate ad Ulisse, Ulisse ha modo di scendere nel regno dei morti, vede la madre, vede Achille, ridotto un’ombra, ed Achille attesta che nel Regno dei Morti…non c’è più la Vita. La Vita, tanto amata dai Greci che ancora oggi, per amarla, attingiamo alla Grecia.

ULISSE.

La sconfitta di Troia è dovuta ad un inganno. E l’ingannatore non può aver per nome che Ulisse. Concepisce un grandioso Cavallo di legno, fingendo di farne regalo ai troiani, e togliere l’assedio e tornare alle patrie terre. Dieci anni di guerra, bastano. Questo l’inganno. Nel ventre del Cavallo di legno si occultano i greci. I Troiani credono al dono dei greci. Ricevono il Cavallo come segno di pace. Ma dal Cavallo, ormai a Troia, escono i guerrieri greci. E per Troia c’è la fiamma e la spada, e la disfatta.  Ed ora, anche Ulisse può rivedere la sua terra.

Il viaggio di Ulisse per rivedere Itaca e i congiunti è il viaggio, va oltre Ulisse, anche se proprio di Ulisse, è il viaggio dell’uomo, dell’umanità nei gorghi dell’esistenza, pericoli ovunque, attrattive abissali, e tuttavia lottare per giungere alla meta. L’astuto Ulisse ha maniera per impegnare le sue doti, e le impegna spesso sull’orlo del precipizio. Parte, con i compagni, Poseidone non gli consente un viaggio rassicurato, è costretto, Ulisse, a persistenti approdi, la terra dei Ciconi, da cui riceve il vino che gli sarà giovevole; la terra dei Lotofagi, mangiatori di Loto, dove è ospite senza danni, ma con la possibilità che il Loto faccia dimenticare il passato, la meta, la Patria, i parenti; la terra dei giganteschi Ciclopi, orrendi anche per quell’unico vasto occhio in mezzo alla fronte… Trovano una caverna, Ulisse e i compagni, affamati, assetati: latte, formaggi enormi… prenderli e fuggire… ma Ulisse  vuole ringraziare chi gli fornirebbe alimenti… Torna il pastore , il gran Ciclope, ma non ha maniere ospitali, piuttosto ferocia cannibalesca, mangia due marinai. Ulisse comprende che finiranno tutti divorati, offre del vino che aveva ricevuto in dono al Ciclope, che lo gusta, e ne beve, tanto da inebriarsi e stramazzare di sonno…sbarrando l’ingresso della caverna. Che fare? Ma Ulisse è Ulisse. Un tronco, reso appuntito, bruciato, è conficcato nell’occhio del Ciclope, si alza costui, urla, invoca aiuto, ma Ulisse quando il Ciclope volle sapere il nome di chi gli offriva la bevanda si diede per nome Nessuno, e immaginando che il Gigante avrebbe alla cieca tastato chi usciva dalla caverna fece ricoprire i compagni di pelle degli armenti, Polifemo, il Ciclope, non si accorge che sotto le pelli vi sono gli uomini. Urla, invoca soccorso, accorrono altri Giganti, ma chiedendo a Polifemo chi gli reca male e rispondendo Polifemo, Nessuno, i Giganti confondono il Nessuno uomo con il nessuno, e se nessuno reca male perchè chiamare soccorso e soccorrere? I Giganti se ne vanno infastiditi. Polifemo scaglierà macigni alla nave di Ulisse che si allontana, raggiungendo l’Isola di Eolo, Dio dei venti, costui gli consegna un’otre da non aprire, contiene venti che farebbero sconvolgere le navi, i marinai la apriranno in prossimità di Itaca, che pare irrangiungibile… I Lestrigoni, giganteschi come i Ciclopi, e divoratori di uomini… La Maga Circe, creatrice di filtri che mutano gli uomini in porci, Ulisse riuscirà a rigenerare i compagni con l’ausilio del Dio Ermes…Ora deve scampare alle Sirene dal melodioso canto che paralizza, Ulisse si chiude gli orecchi per non udirlo…Ma adesso i Mostri Scilla e Cariddi assaltano le navi, Ulisse scampa ancora…Se non lo fermano i Mostri e i Giganti, lo ferma la Ninfa Calipso, bella, amorosa, ancora una volta il Dio Ermes esige che Ulisse parta… E giunge nell’Isola dei Feaci, la fanciulla Nausicaa, figlia del Re locale, Alcinoo, lo scorge, naufrago, e lo conduce al Re, dal quale è accolto con generosità, costruita una nave, Ulisse riparte con i pochi superstiti. Raggiunta, infine, Itaca, sotto travestimento, Ulisse è tuttavia riconosciuto subito dal cane Argo, appena un momento per risentire l’odore del padrone, ed Argo muore! Si svela al vecchio padre, Laerte, ma non  alla consorte. Itaca è soggiogata dai Proci, i quali vogliono che Penelope, fedele sposa di Ulisse, infine scelga uno dei loro. Penelope ha messo a condizione che sposerà quando compirà una tessitura che lei compie di giorno, dissolve di notte. Ma ora, alle strette, dichiara che avrà sposo chi piegherà un arco di Ulisse. I Proci non ne sono capaci. Ulisse, ancora in veste di mendicante, schernito dai Proci, si vuole mettere alla prova. Riscalda l’arco, riesce a tenderlo… e colpisce i Proci, insieme al figlio Telemaco, al quale si è svelato. Penelope dubita che l’uomo sia Ulisse. Poi lo riconosce…In tutte queste vicissitudini Atena (Minerva) ha sempre tutelato Ulisse… Il tempo corre. Ulisse, tornato ad Itaca, uccisi i Proci, ritrovata la fedele Penelope, il figlio Telemaco, il padre Laerte, il suo regno, la sua gente, la pace, ha il morbo dell’inquietudine viaggiativa, il mondo non è Itaca, Itaca è l’approdo, il luogo nel quale tornare, il luogo della Patria, il luogo familiare, ma anche il luogo da cui partire per spaziare nei mari e nelle terre, e conoscere, conoscere, conoscere, e vivere, vivere, vivere, e osare, avventurarsi, esaltarsi di novità. Anche mettendo a rischio l’esistenza. Se è stato Poseidone (Nettuno), il Dio che gli impedì il ritorno ad Itaca sbattendolo da una spiaggia all’altra, ora è lui stesso che  decide di andare di spiaggia in spiaggia. Parte ancora. Parte nuovamente. E non doveva essere giovane. Ma la sua cupidigia di eventi oltrepassa l’età. Parte. Lascia Itaca, Penelope, Telemaco, e vola nei mari, e si inoltra, e non ha meta, pur di avanzare, e vola ancora, giunge al ‘Non so dove’, è il suo mare prediletto, il ‘Non so dove’, e lo naviga, lo naviga al punto che vi si perde come un’aquila invisibile nei cieli estremi. Così voleva essere, così immaginammo che fosse. Una morte definibile lo avrebbe limitato.  E Ulisse viaggia ancora… Forse ha incontrato Cristoforo Colombo! Abbiamo necessità di pensare oltre la realtà.

Con Ulisse l’umanità ha concepito il sogno più entusiasmante per se stessa. Ulisse è un Dedalo a cui reggono le ali, è un Leonardo da Vinci, è un Dottor Faust, è l’Uomo quale dovrebbe essere, quale potrebbe essere, nel breve percorso della breve esistenza, oltrepassare la vita nella vita durante la vita e che la morte ci colga con ali aperte! Nella vicenda di Ulisse non vi era un Fato riconoscibile, vi era il Fato “naturale”, quando Atropo recideva il filo. Ed anche se tutto, per i Greci, veniva deciso dal Fato e dagli Dei, Ulisse ci appare come un uomo libero che ha voluto quel ha vissuto.

FATO. LIBERTA’. TRAGICITA’.

Per cogliere il mondo greco e le sue concezioni, è necessario evidenziare che, a differenza del mondo cristiano successivo, i Greci negavano la libertà delle scelte e della nostra sorte da parte di noi stessi. Come accennato (ne scrivo con maggior rilievo nel mio libro: Il Racconto del Pensiero) per i Greci il Fato e gli Dei stabilivano i percorsi di ciascuna esistenza, sia la nascita e la morte, sia, ripeto, la sorte sulla Terra. Ma se le vicende si svolgessero come una sottomissione serena, perfino tranquilla ai disegni delle Potenze sovraumane, mancherebbe l’aspetto veemente che fa della civiltà greca la civiltà della tragedia. Gli uomini greci  lottano contro i disegni del Fato e degli Dei. Stupefacente: anche se tutto è pre-stabilito gli uomini fino allo spasimo tentano di svellere la sottomissione al Fato e agli Dei, gli uomini combattono Fato e Dei. Questo duello costituisce, fonda il tragico. E’ destino che Achille venga ucciso, è decretato dalle potenze oracolari, eppure Achille si batte, guerreggia, vince, ed è a tale grado impetuoso di vitalità che non sembra possibile muoia. Sì che il “fatalismo” greco è l’opposto della rassegnazione, anzi è una sfida contro il Destino, e noi parteggiamo con l’uomo che tenta di sovvertire la fatalità. L’uomo greco o vuole il Fato o tenta di sovvertirlo, mai è fatalista. Questo ci fa sentire la civiltà greca come la più vitale e tragica della storia.

 

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