Emanuela Mascherini: ‘Senza la scrittura mi sento completamente persa, è la mia bussola emotiva’.

'Alice senza meraviglie' è l'ultimo libro della giovane scrittrice, regista ed attrice Toscana...Uno spaccato di vita di coppia, o meglio, della precarietà esistenziale di questi tempi attraverso la storia della protagonista femminile.

Emanuela Mascherini è una giovanissima scrittrice, regista ed attrice. Non facile da definire o ‘etichettare’ la sua grande professionalità ed esperienza, perchè Emanuela ha al suo attivo produzioni talmente vaste e caleidoscopiche che darle un’unica denominazione sarebbe ‘angusto’.

Ho conosciuto Emanuela, in occasione di un dibattito riguardante le donne nell’arte, svoltosi l’8 Marzo scorso. Intervistandola, ho scoperto in lei un mondo vasto, fatto di grandi esperienze, dolori, difficoltà, superamento di esse, vivacità, notevole cultura, cosa, quest’ultima, che mi affascina sempre… quando fuori dal comune. Nelle parole di Emanuela traspare una forte esperienza di vita ed una maturità che la pongono al di sopra di molti suoi coetanei!

Laureatasi a pieni voti presso la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, corso di laurea in Media e Giornalismo, Sociologia dei processi culturali in Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico, Emanuela ha realizzato innumerevoli piece teatrali, nonchè lavori cinematografici e televisivi, scritto libri, a riprova del suo vasto acume intellettivo.

Il suo ultimo libro, dal titolo più che mai eloquente “Alice senza meraviglie”, credo semplifichi tutta la complessa tematica ivi racchiusa.

Celeste Primavera, la protagonista, ghost writer e attrice, dopo la fine di una relazione durata ben 10 anni si ritrova senza casa, senza un lavoro stabile, costretta a dover ricominciare la sua vita da dove l’aveva lasciata 10 anni prima. La prima difficoltà che incontra è la ricerca di una nuova casa dato l’aumento degli affitti nella città di Roma. Finalmente approda in un ex-attico suddiviso in quattro mono-loculi (si, perché non sono monolocali!), quì conosce i suoi compagni di avventura e disgrazia nonché affittuari degli altri tre appartamenti. Celeste soprannomina il gruppo dei 4 affittuari “il gruppo dei giocattoli rotti”, perché come lei hanno i loro problemi che vanno dalle frequenti crisi epilettiche, a difficoltà familiari e relazionali, ecc. Un altro compagno di sventura è il pesciolino rosso, Russotto, che sguazza in una vaschetta di acqua e Lexotan, perché anche i pesci rossi in questa nuova era hanno i loro problemi.

Una storia molto vera, nella quale è facile rispecchiarsi, tanta ironia sarcastica ma anche tenerezza, il risveglio di una giovane donna che deve riabituarsi ad un mondo che non sente più suo e nel quale può essere molto complicato rimanere a galla. Una scrittura dal ritmo incalzante, dai pensieri veloci e caotici come la protagonista. Un ottimo libro, una favola contemporanea sul complesso mondo dei rapporti di coppia, del virtuale e di ‘rinascita’ dopo 10 anni di ‘torpore’.

 Emanuela, raccontaci un po’ i tuoi esordi…

“I miei esordi non li conosco bene neanche io. Francamente agli atti, ero negata sia per la recitazione che per scrittura: ero così timida da non riuscire a chiedere neanche un giornale al giornalaio e alle elementari la maestra mi voleva mandare dallo psicologo perché facevo gli errori di ortografia. Poi però, salivo su un palco o scrivevo di temi che mi toccavano e succedeva qualcosa di unico. E voi vi chiederete cosa potesse toccare una bambina di nove anni. Posso solo dire, senza esagerare, che fino a 19 anni ho attraversato esperienze e dolori non comuni, che un individuo minimamente “fortunato” non attraversa nell’arco di una vita intera. La recitazione era quindi un modo per evadere quella realtà o renderla accettabile e la scrittura un mezzo per sublimarla (nel senso psicoanalitico del termine) o semplicemente uscire da me stessa e connettermi agli altri.”

Hai lavorato già con grandi registi… Francesca Archibugi, Riccardo Donna ecc. che esperienze sono state?

“Essere diretta da registi che hanno una poetica forte è un’esperienza ricchissima. Francesca rimane un mio modello sia come autrice che come regista. Con lei abbiamo girato “Gabbiani” un docufilm che raccontava un lavoro di 3 mesi sul Gabbiano di Cechov. Uno studio che ha davvero cambiato il mio sguardo e il mio percorso. Facevo sia Masha che Irina, e ancora oggi rimane una delle esperienze più formative e intense che ho vissuto. Francesca ha lavorato sul testo con una profondità chirurgica e ancora le sono grata per avermi fatto scoprire “Vita attraverso le lettere” di Anton Cechov, che permetteva attraverso le lettere dell’autore di entrare nelle ragioni di ogni parola dei suoi testi. Tornerei a quei 3 mesi di ricerca anche domani. Anche con Riccardo è stata una bellissima esperienza di set ma è durata molto poco perché, Paoletta, il mio personaggio, era alla fine della seconda serie “Raccontami 2” e si sarebbe dovuta sviluppare nella terza che poi non è stata più prodotta. Era un personaggio che mi interessava molto perché  raccontava di una ribellione attuata da una ragazza che faceva molta fatica a ribellarsi. E’ stata un’esperienza bellissima anche quella: era ambientata negli anni ’60 e arrivare sul set era come entrare in un altro mondo. Il lavoro con Riccardo era molto bello, perché appunto, come dicevo prima, quando lavori con registi che hanno uno sguardo forte, basta mettere la propria esperienza al loro servizio e hai già la certezza che sarà una grande storia.”

Arriviamo alla tua attività di scrittrice…

“Scrivo da sempre ma non ho mai voluto scrivere, non saprei dire perché. Senza la scrittura mi sento completamente persa, è la mia bussola emotiva. Ho iniziato ad avere riconoscimenti da molto piccola per quello che scrivevo, e non capivo cosa facesse la differenza. La mia scrittura nasce quasi sempre da grossi contenitori di ricerca che porto avanti nel tempo e da storie che trovo abbiano la necessità di essere raccontate per porre delle domande nuove. Si scrive spesso per rabbia o per amore. Se la mia necessità di raccontarle si affievolisce nel tempo o con la ricerca, vuol dire che le devo abbandonare. Il primo libro come firma singola è stato “Glass Ceiling, oltre il soffitto di Vetro. Professionalità femminili nel cinema italiano.”  (Ed. Edimond) che è stata anche la mia tesi di Laurea in Scienze Politiche, Sociologia del cinema. Dal punto di vista del metodo è stato fondamentale in quel periodo aver seguito per lungo tempo Ascanio Celestini. Il lavoro nasceva da una domanda molto semplice “Perchè per le donne, sia dietro che davanti la macchina da presa, lavorare nel cinema è più difficile?”. Il libro è la risposta che ho cercato di trovare. Poi ha vinto il Premio Edimond e il Premio Pari opportunità, quindi ho firmato subito con Castelvecchi per il primo romanzo “Memorie del cuscino”, nel quale non ho fatto altro che applicare la Sociologia ai sentimenti e vedere cosa succedeva. Anche questo libro ha ricevuto due riconoscimenti, il premio Livio Paoli e il premio Afrodite per le donne nel cinema, quindi Feltrinelli mi ha commissionato di aprire una collana al femminile che ho inaugurato con il manuale “Non ci casco più!” sulle dipendenze affettive. Di fatto la protagonista di “Memorie del cuscino”, Benedetta Abbondanza, era una tragicomica dipendente affettiva. Poi mi sono presa un po’ di tempo per lasciar sedimentare e continuare a far ricerca e il tempo mi ha portata ad “Alice senza meraviglie” (Ed Pendragon), la cui gestazione è iniziata alla fine del primo romanzo e che, in qualche modo, ne è la maturazione. Il racconto è più corale e mi pongo domande nuove su come sono cambiati i rapporti e la nostra società alla luce dei quasi dieci anni che sono passati, con la diffusione capillare delle connessioni virtuali e il precariato che è diventata la normalità esistenziale.  Il registro rimane quello “pop” e provocatorio del primo romanzo. Il fatto che io ricorra spesso all’ “ironia” soprattutto nella narrativa è perché ho riconosciuto in me il potere di questo strumento che, come ci ha insegnato Freud, rende accessibili e accettabili aspetti di noi e del sociale che altrimenti non lo sarebbero e cercheremmo solo di evitare o rimuovere.”

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L’ultimo tuo lavoro, appunto, ‘Alice senza meraviglie’, uno spaccato molto attuale sulla vita di coppia, purtroppo, spesso noiosa e senza slanci…

“Ho cercato di raccontare la precarietà esistenziale dei nostri tempi attraverso la storia privata della  protagonista. Negli ultimi 10 anni la nostra società e i nostri rapporti sono cambiati profondamente, come accennavo prima, complici più fattori, fra i quali la realtà virtuale, e trovo che la coppia (di qualsiasi genere) sia la cartina al tornasole delle dinamiche umane. La coppia di oggi è semplicemente confusa. Il modello di coppia che avevano i nostri genitori non ha funzionato in molti dei casi. Lo abbiamo rifiutato e abbandonato. Il maschile e femminile che si incontrano oggi sono molto diversi da quelli della generazione precedente, e mentre prima le “leggi della coppia” erano in qualche maniera “strade battute” e prese per buone, oggi si naviga (finalmente) a vista. Questo stato di perenne vulnerabilità rende molto vivi ma è anche stancante. Per contro quando subentra la stabilità abbiamo la sensazione che si tratti di noia e non sappiamo come nutrire il rapporto. D’altra parte ogni conquista ha il suo prezzo, nessuno ha detto che sarebbe stata gratuita.”

Come dire ‘non c’è più nulla di cui meravigliarsi’…forse…in negativo?

“Per carità! Le meraviglie vanno cercate ovunque siano, ce ne sono a non finire, e se non si trovano vanno inventate, create, costruite, un giorno per volta, in ogni ambito delle nostre esistenze. La rabbia di Celeste (la protagonista del libro) e l’apparente cinismo nascono proprio dall’esasperata e necessaria ricerca di queste meraviglie.”

Dai sempre un tocco sociologico-psicologico ai tuoi scritti…

“Questo dipende dalla mia formazione “secondaria”: da una Laurea in Scienze politiche, sociologia del cinema, e da circa 10 anni di psicanalisi. Sono due percorsi che mi hanno assolutamente influenzata anche artisticamente. Quando mi sono iscritta all’università, gli stessi anni in cui stavo facendo il Centro sperimentale di Cinematografia come attrice, l’ho fatto per rassicurare mia mamma: era da poco morto mio padre e volevo farle credere che un giorno sarei diventata anche una persona seria, a suo modo di vedere. Poi però ho scoperto la ricchezza del pensiero sociologico e questo punto di vista ha contaminato molto il mio lavoro. Allo stesso tempo non riuscivo capire come potessi maneggiare le mie emozioni senza averle esplorate in tutte le loro pieghe e la psicanalisi in questo ha fatto il resto. I miei primi 19 anni anni in questo senso mi hanno dato materiale da rielaborare per un’esistenza intera.”

Da cosa pensi dipenda questa profonda crisi di coppia e di valori?

“Forse bisogna chiedersi in cosa del modello di coppia che ci ha preceduti e dei valori che abbiamo sostituito, non ci riconosciamo più, e ricostruire a partire da un terreno di maggiore autenticità. D’altra parte credo anche nella ciclicità delle epoche storiche e vedo che, ad esempio, nei ventenni sta nascendo una nuova necessità di unirsi in matrimonio, quasi a compensare una stabilità che noi abbiamo quasi del tutto rifiutato.”

I social, internet, gli smartphone, hanno avuto un ruolo notevole non credi?

“E’ una delle tematiche portanti del libro. I rapporti virtuali hanno cambiato notevolmente il nostro modo di rapportarci e la realtà è un’isola sempre più distante non solo a livello di rapporti ma anche di ricerca della propria identità sociale, professionale e sentimentale. I social e i mezzi di comunicazione sono semplicemente uno strumento, utilissimo e necessario, al pari di una lavatrice o di qualsiasi strumento che abbia modificato la qualità della nostra vita. Dipende quindi sempre dall’uso che se ne fa. Internet ci ha offerto delle possibilità inimmaginabili fino a 10 anni fa, anche culturalmente. Assieme a queste possibilità ha creato anche delle facili insidie ed è sulla superficialità all’approccio di questo mezzo che si può intervenire, non sulle conseguenze a volte anche gravi che ne derivano.”

Sei anche regista…come ci si sente ‘dietro la cinepresa’?

“Esattamente come mi sento davanti, con la differenza che posso fare a meno di coprirmi le occhiaie. In questo ambito, la borsa di studio presso la New York Film Academy come regista in Digital Filmmaking, ha fatto la differenza nel mettere a fuoco il linguaggio. E anche in questo caso devo ringraziare Francesca Archibugi, che vedendo quello che avevo girato come regista, quasi per gioco, sempre per “ Gabbiani”, mi disse che avrei dovuto coltivare anche questo percorso.”

Cosa sogni nel tuo futuro?

“Quello che ho fatto fino ad oggi e di poterlo fare sempre meglio.”

Progetti?

“Sogni nel cassetto non ne tengo nessuno, buona pratica è tenerli tutti fuori dal cassetto e lavorare per renderli concreti. Questa la più grande eredità che mi ha lasciato la storia di mio padre e non solo. Ci sono progetti sia come attrice, che come scrittrice, che come regista, ai quali sto lavorando. Ma preferisco sempre parlare solo delle cose già fatte. Se pensi che nell’incontro alla Sapienza presentando “In bici senza sella”, il film che ho fatto come attrice lo scorso anno, Colin Firth ci ha raccontato che per fare “Il discorso del re” ci hanno messo 30 anni, probabilmente interpreterò la nonna in film per i quali ho firmato come nipote. Quindi per non essere fuorvianti è sempre meglio parlare solo di quello che si è già fatto.”

Concludendo?

“Lascio agli altri le conclusioni, l’unica certezza che ho è il dubbio…e grazie per questa intervista così approfondita è stata un bel regalo!”

 

 

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