Eric Clapton è un Dio?

Soprannominato "Slowhand" (Mano lenta), Clapton è annoverato fra i chitarristi blues e rock più famosi e influenti. Nell'arco della sua lunga carriera ha collaborato con altri artisti acclamati e ha militato in numerosi gruppi (The Yardbirds, John Mayall & the Bluesbreakers, Cream, Blind Faith, Delaney & Bonnie, Derek and the Dominos) prima di affermarsi come solista, sperimentando nel corso degli anni svariati stili musicali, dal blues di matrice tradizionale al rock psichedelico, dal reggae al pop rock.

Eric Clapton nel 1978

Avevo sì e no quindici anni quando rimasi scioccato dal riff di una canzone che sentii alla radio.

Erano tempi in cui le emittenti passavano musica seria. A casa mia si sentiva di tutto e nei settanta non c’era internet, quindi fui costretto a canticchiare in giro il motivetto, senza successo. Frustrato, abbandonai la ricerca, senza sapere che la fortuna mi avrebbe arriso qualche mese dopo.

Stavo beatamente camminando per gli stand di una delle tante manifestazioni di alta fedeltà che si organizzavano all’EUR, quando quel maledetto riff di chitarra, sbucò dal nulla. Lento e incessante come una mannaia. Sorrisi eccitato e mi avvicinai a una batteria di amplificatori, annegati tra casse acustiche grosse come lavatrici. Vidi il piatto che girava imperioso. Un uomo barbuto dall’aspetto greve ma con gli occhi buoni mi fece un segno. Feci due passi incerto. Scusi signore, chi è che suona? “A regazzì…” mi rispose alzandosi in piedi. “Questo è Clapton e il brano si chiama Cocaine”. Poi mi diede un buffetto sulla spalla con fare complice, felice di avermi svelato una perla. E perla fu.

Passai giornate intere a cercare un disco che lo rappresentasse, fino a quando non incrociai uno degli album più significativi della storia del chitarrista inglese, nato a Ripley, un villaggio di duemila abitanti a quaranta chilometri a sud ovest di Londra, dopo i mitici campi di Wimbledon. Ti aspetteresti che uno dei più grandi chitarristi della storia, potesse essere cresciuto al centro dell’universo e invece il giovane Eric, mosse i primi passi in un posto pieno di pecore, campi arati e contadini.

Il disco in questione, lo pescai in uno dei più famosi negozi della capitale. Era la leggendaria registrazione al Budokan di Tokyo del settantanove. La foto della copertina con un Clapton visibilmente ingrassato che si appoggia alla Stratocaster. Gilet e jeans con il risvolto, sembra un fattore in posa davanti alla stalla.

“Just One Night” rimane per me un mantra, quasi un mostruoso tormentone. Ho consumato due cassette audio, a forza di sentirlo. Un misto di blues, rock, country e rhytm’n’blues che mi fece passare senza soluzione di continuità dal punk rock a una musica più colta, energica, ma non meno urbana e popolare. Ero giovane e feci miei, alcuni brani che non erano del repertorio del chitarrista. Il doppio long playing si apre con il country rock “Tulsa Time” e quell’intro fichissimo al piano. Salto a piè pari e arrivo a un altro brano spettacolare, sempre di origine country, ma stavolta con influenze blues. “Lay Down Sally” che Clapton scrisse insieme ad alcuni elementi della band. Parte con quel riff in La maggiore di una nota puntata, una corta e una lunga che da solo varrebbe tutto il brano. Inserito nell’album “Slowhand”, che prende il nome dal buffo soprannome che gli affibbiò il produttore Giorgio Gomelsky, perché era lento a cambiare le corde della chitarra.

Erano gli anni degli Yardbirds, il gruppo in cui militarono anche Jeff Beck e Jimmy Page. Insomma, si supera il bridge e poi giù con l’assolo di Clapton che salta tra le note. Prendiamo un respiro profondo e ci prepariamo alla madre di tutte le ballad. Un pezzo che rimarrà nella storia dell’universo. Patricia Anne Boyd detta Patty, raccontò, anni dopo, che quel brano la fece impazzire quando si separò dal grande Eric. “Wonderful Tonight” (Meravigliosa stasera), nasce semplicemente in Sol maggiore, invece che nelle classiche complesse scale Claptoniane. Quella sera erano in ritardo al compleanno commemorativo di Buddy Holly, organizzato da Paul e Linda McCartney, ma lei si dilungava sulla scelta dell’abito. E fu lì, sul divano di casa, che l’anima di Eric si aprì all’amore. Una leggera e tiepida pioggerella purpurea lo bagnò, mentre una goccia di sudore colava sulla mano. Un cristallo impazzito fosforescente e limpido come il suo sentimento. Chiuse gli occhi e il cuore accelerò leggermente, toccato da un fremito. Le mani si mossero e il tunnel bussò alla porta. Deglutì mentre una coperta lo avvolgeva schiacciandolo. Poi le note eruppero dolci, armoniose,  Re… Si… Do… Respirò a fondo e lasciò che la luce gli indicasse la via. Re… Si… Do…Si. Uhmmm c’era qualcosa che non andava. Patty non scendeva e la sua pazienza stava scemando. Smontò il giro, poi quella pausa lo folgorò come un raggio di luna. Meglio levare che battere e quell’attimo di silenzio cambiò tutto. Un Re…Si…Do…Si…

Tra le tantissime versioni, preferisco oggi quella leggermente più veloce, che la trasforma in un medio tempo. La feci ascoltare, trenta anni fa, a Laura, la metà della mia vita. La donna che mi ha dato due figli e che non ha mai deciso di scappare di casa. Non so se le piacque. Lei veniva da un background musicale completamente diverso. Gliela dedicai con tutto il mio amore.

Altro salto e arriviamo alla celebrata “Cocaine”. Sfatiamo un mito. Il brano non è di Eric, ma del grande J.J. Cale. Che l’ha sempre suonata molto più veloce, anche se è con mano lenta che si trasforma in quella sinuosa femmina che ti chiama perché ti vuole. Mi ricordo un concerto al Palasport nell’ottantasette. Davanti a me una ragazza che ballava a ritmo. Quattro crome, una pausa, un’altra croma e una minima, et voilà, uno dei tre riff più famosi della storia. Mi maggiore, minore, blues, o pentatonico. La puoi suonare, cantare e ballare in tutti i modi.  Il brano è fin troppo esplicito.
Se vuoi passare il tempo, devi tirarla fuori cocaina… se vuoi cadere, cadere per terra, cocaina… lei non mente, non mente, non mente, cocaina…

Il chitarrista dichiarò che era stata scritta contro la droga e chissà che lui non l’abbia presa dall’amico Cale, proprio per esorcizzare un periodo di forti abusi. Eric sarà un Dio? Forse, oppure è semplicemente un uomo che ha visto tutto, anche la morte del figlio.

Oggi mi va di consigliarvi un blend di Cabernet e Sauvignon. Il Lodai della tenuta Fertuna. Al naso, sentore di vaniglia e frutti di bosco. Un vitigno maremmano che prende tutta l’aria del mare. Di quella Toscana incontaminata che ci regala prodotti strepitosi. Il nome viene dall’esclamazione laudemus.

Cari amici alla prossima.

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