Eros Nanni: “Debuttare nel mondo musicale è sempre stato il mio sogno nel cassetto”.

LF ha incontrato il giovane talento in occasione dell'uscita del brano di debutto, "Get me out", canzone vera, che parla di lui, di noi, ma soprattutto di Amore... nel bene e nel male.

Un bell’incontro, stamane, quello avuto da LF, con una realtà giovane, dinamica, ma con solide basi musicali: Eros Nanni.

In arte Eros, ha da poco debuttato con un singolo ed un videoclip, “Get me out”, che trovo molto ben realizzato, dal piglio rockeggiante dei ’70 e moderno al tempo stesso. Il brano, interamente in inglese, parla di come un amore viscerale, verso qualcuno o qualcosa, possa condurre ad una profonda sofferenza e ad un annientamento tale da non lasciare vie d’uscita.

“Get me out” scaturisce da esperienze personali che hanno portato Eros a sentire il bisogno di esprimerle, o, se negative, a “sputarle”. Proprio per questo motivo l’esigenza di raccontarle. Tirare fuori quello che si ha dentro aiuta a combattere il dolore. L’obiettivo di ogni artista, credo sia quello di arrivare dritto al cuore e alla mente di chi ascolta, trasmettendo tutto tramite la scelta di parole e di suoni. Ed Eros ci è riuscito alla perfezione! La scelta di cantare in inglese è dovuta al fatto che è la lingua, musicalmente parlando, che lo ha cresciuto ed aiutato sempre, quindi una sorta di “riconoscenza”.

Nato a Velletri, un paese in provincia di Roma, il 27 Agosto del 1996, Eros ha conseguito il Diploma di Liceo linguistico, concentrandosi in seguito su quella che veramente è la sua passione, la Musica. Il 2019 è l’anno che segna una svolta nella sua vita in quanto, collaborando con il produttore Riccardo Brizi, comincia a scrivere pezzi inediti ed a trovare la sua identità come artista, provando a ritagliarsi uno spazio nel panorama musicale italiano. La passione poliedrica per la musica, ha portato Eros ad affascinarsi anche al campo della produzione vera e propria ed a crearsi così uno studio a casa nel quale dar spazio alla creatività, sia per sè stesso che per altri. E dato che la musica non si ferma, Eros, in questa quarantena, ha continuato cantando e deliziandoci con i suoi video su Instagram, partecipando con un suo video, a tema libero, di startacasa aggregatore web dove l’arte unisce e non ha limiti.

Eros, parlaci di questo debutto musicale con “Get Me Out”, tra l’altro molto bello…

“Intanto grazie per il “molto bello”, significa tanto per me e mi gratifica moltissimo. Sto vivendo un po’ tutto come un sogno da cui non voglio svegliarmi. Debuttare nel mondo musicale è sempre stato il mio sogno nel cassetto, tenuto chiuso per così tanto tempo, ma finalmente “scassinato”. Sono contento che sia poi avvenuto con una canzone vera, che parla di me, parla di noi, che racconta quello che tanti hanno vissuto almeno una volta nella vita, rendersi conto di essere accecati, ma comunque continuare sulla stessa errata via.”

Come ti sei “preparato” musicalmente parlando?

“Musicalmente ho cominciato a prepararmi per questo brano circa un anno fa, cominciando a buttare giù la melodia e il testo. Dopo di che mi sono preso del tempo per capire se questo fosse davvero il pezzo giusto per “buttare la miccia”, per cominciare. All’inizio di quest’estate ho preso la decisione ed insieme a Riccardo Brizi, che è stato il produttore di questo brano, e ringrazio per averci creduto, abbiamo cominciato a lavorarlo e produrlo.”

La tua storia… un po’ quella di tutti? “Cosa” trovano gli ascoltatori nel tuo brano… 

“In questo brano si trova un po’ di tutto…malinconia, alienazione, rassegnazione, ma anche senso di rivincita, perseveranza e alla fine… Amore, che sta alla base di tutto, nel bene e nel male. Questo per ciò che riguarda le parole, per quanto concerne la musica invece quello che l’ascoltatore mi auguro che trovi, è voglia di ballare e di tirare qualsiasi cosa addosso al muro, lasciarsi andare, che è la cosa più bella che si possa fare.”

La scelta di cantare in inglese è sicuramente più “efficace”, più rockeggiante… 

“Si sa che la musicalità e la fluidità dell’inglese è molto diversa da quella italiana, dal punto di vista fonetico è più facile parlare e cantare in inglese che in italiano (ovviamente avendo già una buona padronanza della lingua stessa). Nonostante ciò, per me la scelta di scrivere in inglese questo brano non è stata una “scappatoia” o un rifugio, tutto è venuto molto naturale, perché la musica straniera è quella con cui sono cresciuto e che più si è stagnata nelle mie corde vocali. Al momento della stesura non ho pensato cosa e come scrivere, tutto è venuto di getto.”

Quando hai capito che la musica era la tua strada?

“L’ho capito forse solo adesso, ma ci ho sperato fin da bambino. Non è mai esistita una mia giornata senza musica, letteralmente. Mi definisco un musicopatico, termine che credo esista davvero, ossia un soggetto che cambia umore facilmente a seconda della musica che ascolti. Ora che però ho avuto l’opportunità di mettermi in gioco, dimostrerò che un contributo a questo pazzo mondo, posso darlo anche io.”

L’eterna lotta tra il bene e il male… potrebbe essere un po’ una metafora del periodo che stiamo vivendo?

“Molto probabilmente sì, un tema onnipresente nella vita, nella storia. Oggi, attuale più che mai, con quello che stiamo vivendo nella lotta a questo virus dove mille se ne pensano e talmente tante se ne dicono…che spesso ti annebbiano il pensiero fino a che una popolazione intera si agglomera in un singolo automa che parla senza sapere quello che dice…la verità sta nel mezzo secondo me, si tratta di resistere ancora per un po’.”

Che momento è questo, per la musica?

“Più che per la musica io parlerei del mondo dell’Arte e dello Spettacolo in generale. Lavorativamente parlando, disastroso, le proteste degli addetti allo spettacolo che si stanno verificando in giro per il mondo le vedete tutti. Una situazione senza controllo, un intero mondo lasciato in disparte e senza delle risposte, dove naturalmente i “pesci grossi” sopravvivono e i “pesci rossi” affondano.

Al contempo però tutti si sono accorti di quanto la musica e lo spettacolo ci siano stati utili durante gli infiniti giorni di quarantena, come avremmo passato il tempo sennò? Bisognerebbe mostrare riconoscenza.”

Chi sono i tuoi artisti di riferimento?

“Il complimento più bello che ho ricevuto per questo brano è quando mi è stato detto: ”io non ti conosco, ma in questo brano ci sento tanto gli Aerosmith”. Ecco, loro rappresentano tanto, se non tutto per me, mi hanno accompagnato, mi accompagnano e saranno con me fino alla fine. E con loro tutto ciò che è stato il dannato e sano rock anni ’70. Altro artista di cui ho svariati poster in camera è Michael Jackson. Oggettivamente, come si può dire che non sia stato l’icona più influente di tutto il ‘900? Per me, il più grande. Poi, avendo studiato inizialmente pianoforte al conservatorio, come non poter menzionare Sir Elton John? Un artista pazzesco, un personaggio, il “PianoMan” per eccellenza. Non sembra, ma ascolto anche la musica di oggi, forse più per curiosità che per vero e proprio piacere, per capire in che direzione stiamo procedendo. L’unica da cui mi sento veramente influenzato è la “babystar” Billie Eilish. Ecco l’obiettivo che ho è quello di delineare un genere che abbia in sé un mix di tutto questo.”

Progetti futuri? Magari un album? 

“Assolutamente sì, già sono a lavoro per continuare il mio percorso artistico, che inevitabilmente virerà sull’italiano. Probabilmente sì, arriverà anche un album. Parallelamente porto avanti anche il mio percorso secondario, che è quello della produzione, altro mondo che mi affascina e a cui posso dare tanto.”

Concludendo?

“Mi auguro che una volta passato questo periodo, ci sia una sorta di Rinascimento dell’Arte. Che tutte le fazioni che la riguardano (musica, spettacolo, musei, teatro, cinema ecc.) tornino a vivere come meritano, anzi molto di più di quanto non abbiano fatto fino ad ora. Non capisci mai quanto una cosa è importante fino a che non la perdi. In questo momento dove concerti, spettacoli, non possono esistere, ci stiamo accorgendo di quanto ci mancano. Non appena si potrà, ridiamo all’Arte tutto quello che lei ci ha sempre dato e noi non le abbiamo mai riconosciuto.”

Foto in studio: David Pironaci

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