Fase 2: bancabilità del Temporary Management per aiutare le PMI in crisi?

Sia l’ultimo rapporto di Confindustria su “LE PREVISIONI PER L’ITALIA. QUALI CONDIZIONI PER LA TENUTA ED IL RILANCIO DELL’ECONOMIA?”, sia il rapporto Cerved “Nessuna impresa deve fallire per il COVID-19” lanciano un serio allarme circa l’allargamento delle imprese a rischio default.

L’oggettiva situazione di (semi)paralisi di molte attività a seguito dell’emergenza COVID ha riportato di estrema attualità il tema della crisi d’impresa nel comparto delle PMI, che vedrà con ogni probabilità amplificati due aspetti già oggi molto critici: sottocapitalizzazione e sottomanagerializzazione.

I dati e le previsioni sono a dir poco allarmanti e impressionanti.

Sia l’ultimo rapporto di Confindustria su “LE PREVISIONI PER L’ITALIA. QUALI CONDIZIONI PER LA TENUTA ED IL RILANCIO DELL’ECONOMIA?”, sia il rapporto Cerved “Nessuna impresa deve fallire per il COVID-19” lanciano un serio allarme circa l’allargamento delle imprese a rischio default: si evidenzia il possibile incremento delle imprese definite rischiose, dal 14,6% al 33% post COVID, che indurrebbe un aumento dei debiti finanziari  da 73 a 189 miliardi di euro, finendo per interessare tra 100mila e 145mila imprese che potrebbero entrare in crisi di liquidità e oltre 3 milioni di lavoratori.

Si assisterebbe ad uno spostamento generale verso il basso del merito di credito, fenomeno che finirebbe per coinvolgere aziende che pure oggi hanno rating non critici (es. B. BB e BBB). Sempre secondo l’analisi CERVED, se prima del COVID oltre la metà delle società si collocava nelle aree di sicurezza (11%) o di solvibilità (42,5%), con il 31,7%  e 14,6% nelle aree di ‘vulnerabilità’ e di rischio, il dopo-COVID vede quelle rischiose salire al 21% e quelle vulnerabili al 38%. Il tutto in uno scenario a impatto moderato, definito soft. In quello estremo, le imprese solvibili crollerebbero al 26% e quelle in sicurezza al 2.7%!

Evidente la rilevanza dell’impatto sistemico su un mondo bancario che vedrebbe fortemente alterato in senso negativo il proprio portafoglio.

Le banche si troverebbero in prima linea, non solo perché tra i primi ad intercettare lo stato difficoltà di un’azienda, ma anche perché si troverebbero nella scomoda posizione di “azionista forzoso” più che di stakeholder rilevante. Ci sarebbe quindi un forte interesse al recupero delle PMI: recupero che in situazioni  di crisi  e di special situation più in generale, richiede la compresenza di forti e specifiche competenze di natura manageriale, spesso di tipo temporary.

Creare un rapporto virtuoso tra queste due entità diventa quindi essenziale, approfittando anche del fatto che l’emergenza potrebbe favorire l’introduzione di provvedimenti, anche normativi, facilitanti.

Il tema, oggetto di una recente tavola rotonda promossa da Adnkronos e Labitalia con alcune delle più note società italiane di temporary management (di seguito TM), si ricollega  alla rinnovata attualità del concetto di bancabilità del temporary management. Con questo termine si intende la possibilità, da parte delle banche, di finanziare progetti di TM in aziende loro clienti (specie PMI), e in situazione di crisi, senza dover incorrere nei rischi legati ad un coinvolgimento diretto nella gestione.

E questo già a partire dai primi segnali di crisi: i provider, ovvero le società specializzate di TM, auspicano con forza un maggiore coinvolgimento nelle fasi di prevenzione e anticipazione delle crisi, principio che del resto ha ispirato tutta la più recente normativa, laddove invita le imprese ad una rilevazione tempestiva della crisi e ad un’attivazione senza indugio degli strumenti previsti.

Con l’obiettivo di arrivare al rapporto virtuoso con le banche di cui sopra, quello che le società di TM, i cosiddetti provider, auspicano in maniera particolare è un maggiore coinvolgimento nelle fasi di prevenzione e anticipazione delle crisi, principio che ha ispirato tutta la più recente normativa. Basta rileggere alcuni passi del  nuovo Codice della Crisi D’Impresa (Dlgs 14/19), entrato in vigore all’inizio dello scorso anno, laddove obbliga l’impresa “ad istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa”, nonché ad “attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi”. Lo spirito della nuova normativa considera il tema della crisi non come attività one shot, bensì come un processo continuo di vigilanza per la cui implementazione e avvio figure temporary possono risultare di grande efficacia.

Oggetto del finanziamento dovrà essere  un progetto di TM serio, che potrà essere di risanamento o di rilancio,  in cui sarà l’azienda a scegliere il/i manager con cui gestirlo, elaborato dall’azienda in autonomia o con l’aiuto di uno specialista, che riporti in maniera chiara ed esplicita modalità di intervento, tempi necessari, risorse impegnate e obiettivi attesi, possibilmente con anche l’indicazione della persona fisica o giuridica eventualmente individuata per l’erogazione dei servizi finanziabili.

Si dovrebbero identificare  le tipologie di intervento “finanziabili”, ad esempio e non esaustivamente: operazioni straordinarie e piani di risanamento; aggregazioni, fusioni e accordi; internazionalizzazione; razionalizzazione gestionale e organizzativa (trasformazione digitale, Manufacturing 4.0); successione generazionale; ricapitalizzazione o revisione degli assetti societari.

A garanzia del rigore in assoluto del progetto e a tutela della banca finanziatrice è necessario prevedere dei meccanismi di controllo, onde evitare fantasiose soluzioni “all’italiana” da parte delle aziende richiedenti. Ne cito di seguito alcune basilari e irrinunciabili:

  • Il temporary manager non può essere un azionista, un membro dei nuclei familiari azionisti, o chiunque abbia lavorato con l’azienda nei tre anni precedenti l’avvio del progetto
  • Le aziende finanziate devono documentare, per tutta la durata del progetto, lo stato di attuazione e i risultati raggiunti indicandone anche, nel caso, l’eventuale termine anticipato
  • l’ente finanziatore ha il diritto di revoca dei finanziamenti concessi qualora l’azienda abbia con gli stessi realizzato interventi diversi da quelli previsti nel piano originariamente approvato.

I benefici di questa modalità di approccio ricadrebbero sull’intero sistema:

  • è un sistema integralmente privatistico, senza alcuna ricaduta sul sistema pubblico, cui spetterebbe solamente la definizione di un quadro normativo facilitante, più facilmente possibile in un periodo di emergenza conclamata
  • consentirebbe un intervento in tempi estremamente rapidi coerentemente con la velocità di reazione e decisione richiesta in tempi di crisi
  • consentirebbe alle banche di minimizzare il rischio di deterioramento del credito
  • consentirebbe di iniettare nelle PMI quelle competenze di gestione che  saranno di primaria importanza nella fase di ripartenza (es. finanza e risorse umane).

Concettualmente nulla vieta poi che il concetto di bancabilità possa essere esteso anche a realtà molto piccole, dove tipicamente è più facile ed efficace intervenire modulando il TM in un’ottica part time, attraverso l’utilizzo di temporary manager in “solitario” e/o in team laddove richiesto dalle caratteristiche multifunzionali del problema.

 

 

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