“Figlio e padre”.

Sandro Calabrese, in questa riduzione teatrale tratta da un testo di Antonio Saccà, ne ha pienamente “manipolato” la narrazione, rendendolo un atto unico rapido e furente.

A Giugno della scorso anno ho assistito, al Teatro Petrolini in Roma, a due serate del dramma “Figlio e padre”, un testo di Antonio Saccà, con interventi adattattivi di Sandro Calabrese, attore e regista, ma in questa occasione, soltanto regista. Sono tornato alla replica per una ragione banale, la prima sera, in fondo, nella gremitissima sala, avevo perso ogni parola del protagonista, insieme al Padre, il Figlio Luca. Ma poichè le parole del Padre mi giungevano forti e fortemente espressive, quelle di un uomo che deve rispondere al Figlio del fallimento di entrambi, ma che tenta di non ricevere tale giudizio, supponevo che pure il Figlio dovesse altrettanto argomentare, e infatti nella seconda serata il Figlio, pur interiorizzando il suo ruolo di nullafacente terrorizzato da un futuro ancor più debilitante, si manifestò con più vigore polemico, e il duetto, il duello Padre- Figlio risultò veemente, vario di contrapposizioni distruttive, vero dramma. E’ il nucleo del Testo, una lotta tra vinti che non si dichiarano vinti, anzi cercano di fare tutto il male possibile. L’originalità del Testo si rivela quando Luca riesce, per intervento del Padre, a impiegarsi ed avere una donna ma non “guarisce” e non stabilisce fiducia, anzi crede che la donna lo tradisca e che lo vogliano licenziare. Ormai la vita lo ha disisgregato e la felicità è una condizione irrespirabile.

Eccellente per voce, movimenti corporei, toni mesti o violenti il Padre, Ivan Costantini, e, dalla seconda serata, il Figlio, dalla malvagia irrisione, cadute disilluse, rabbie di impeto, Massimo Anzalone; la Madre, che cerca di difendere il Padre dal Figlio, il Figlio dal Padre, è la dolente, ironica, decisa, Giuseppina Matera; nella parte di Lisa, la spontanea, innamorata, Francesca Mazzocchitti, che sa perfettamente opporre il suo candore ai torbidi stati d’animo di Luca; svelto energico, vantone l’amico “riuscito” del Padre, espresso anche fisicamente da Angelo Pelagalli; Sabrina Tutone nel ruolo di una prostituta che illude l’illusionabile Luca di dargli amore, sia nell’andare e venire in sottoveste, sia nella finta condiscendenza, sia nella reale impazienza, quando Luca vuole prolungare la loro situazione, è un personaggio netto, mentre Marina Alemanno, la sorella di Luca, onnipresente, che telefona senza risposta, muta, scarmigliata, scandisce la solitudine assoluta.

Sandro Calabrese ha pienamente “manipolato” il testo di Saccà, e ne viene un atto unico rapido e furente.

“Figlio e Padre” è uno dei tre testi del volume pubblicato nel 2014 “Teatro d’Autore”, adesso è appena edito “Teatro Narrato”, sempre di Antonio Saccà e sempre con Artescrittura. Sono quattro Atti Unici, drammatici, con venature farsesche e tragiche.

“Alcesti”, è un ricalco del magnifico dramma di Euripide, Saccà ne mimetizza anche il linguaggio classicheggiante ma ne cambia la narrazione: la fedele consorte, Alcesti, che muore al  posto del coniuge Admeto, finge di morire per mettere alla prova l’amore di Admeto e la capacità degli Dei di resuscitarla, Admeto è fedele, mentre gli Dei non sanno trarla dal Regno della Morte. Morale, non c’è da affidarsi agli Dei. Ma soprattutto non c’è da affidarsi a Dio.

Il secondo testo, “Troppo infelici per non essere felici” è quanto di più radicale abbia mai letto di teatro teologico. Sembra di stare nel Medioevo, con argomenti sottili, una cognizione labirintica delle dispute religiose in specie sul Male, sul peccato originale, sul valore della fede… Un Adamo che non intende venir considerato colui che ha dannato l’umanità, anzi ritiene che Dio abbia concepito il peccato per far sentire l’uomo spregevole e bisognoso dell’aiuto di Dio, e l’uomo si sente a tal grado peccatore che ringrazia Dio di farlo…soffrire, temendo sofferenze peggiori, e meritate. Contro questo atteggiamento soccombente Adamo si scatena e accusa Dio di contraddirsi: è onnipotente, onnivolente, e non risparmia all’uomo il dolore. Ma è un cenno, il testo è animosissimo.

“La mente e l’ombra” è il monologo disperato di un anziano che ritiene di non essere protetto dalla società, derubato varie volte scorge furti, delitti e si rintana in casa, con una pistola. Allo scorgere ombre, spara. E uccide la moglie!

“Non ci sono per nessuno”, è una tragedia.  Una donna ricchissima sposa un docente, lo ama con una gelosia capillare, e, avarissima, non lo aiuta minimamente, oltretutto è malata, il coniuge la ama appassionatamente ma vuol vivere non fare compagnia ad una malata, si che finisce con il darsi agli amori con domestiche, studentesse: scoperto dalla moglie, costei impazzisce, suscitando nel coniuge la colpa di tale evento… E torna il problema della colpa…

Il teatro è teatro nella scena. E sarà notevole vedere teatralizzati testi così accaniti, monologanti. A leggerli sono di un barocchismo vulcanico, con uragani distruttivi sui quali riesce a volare un assoluto amore per la vita, “tra Nulla e Niente”, come dice Adamo.

Angelo Polimeni

Antonio Saccà: Teatro Narrato. Edizione Artescrittura. PP.154. Euro 15.

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