Francesco Bordi: “Con “Quei dannati sedici nodi” ho voluto far prevalere la caduta degli stereotipi”.

LF ha intervistato lo scrittore romano in occasione dell'uscita del suo ultimo libro "Quei dannati sedici nodi", romanzo tra il giallo ed il noir, scritto con un dinamico cambio di registro, particolarità importante della scrittura di Bordi.

Ci sono dei libri che, quando inizi a leggerli, ti immergi totalmente in quella storia, perchè proprio in quelle caratterizzazioni, nei luoghi, nei protagonisti, siano essi maggiori o minori, ti identifichi, vuoi per qualche sfumatura caratteriale, per affinità o, perchè no, per nostalgici ricordi.
A me è accaduto con l’ultimo lavoro letterario di Fabien C. Droscor, che altri non è che Francesco Bordi. Un armonioso anagramma per una felice uscita!
“Quei dannati sedici nodi”, questo il titolo del romanzo, edito da Robin, vede il protagonista, Bruno Leonetti, tuffarsi da una nave nel Tirreno per soccorrere un bambino. Da questo momento in poi non sarà più lo stesso a causa della perdita di memoria che gli ha fatto dimenticare la sua intera esistenza. Uscito dall’ospedale, il tecnico della Peach, decide improvvisamente di stabilirsi sull’Isola del Giglio da dove era salpato, ma la scelta desta sospetti fra i familiari e non solo. L’incidente ha smosso verità che renderanno inevitabile l’intervento dell’Arma, anche se in una modalità “inusuale”… Non voglio e non posso rivelare altro, perchè toglierei l’estrema sorpresa che ha suscitato in me questo romanzo! Lo leggi e fino alle prime 200 pagine pensi quasi di sapere dove ti condurrà, più o meno, la vicenda… E invece no!!! Tutto cambia… sembra quasi di leggere due libri in uno! Beh io questo lo trovo il grande ed azzeccato punto di forza del libro. Francesco Bordi inoltre, utilizza, marca e sottolinea, in alcuni dei protagonisti, gli idiomi e gli slang toscani e romani… cosa che mi è piaciuta moltissimo, anche perchè, per fortuna, “comprendo” benissimo entrambe le parlate, la prima, per simpatia, la seconda… per nascita.
I pesonaggi vengono ritratti approfonditamente nel loro aspetto psicologico, in maniera intrigante, ma mai esaltata o esagerata. Si ha la netta percezione di conoscerli o di poterli eventualmente incontrare per strada o in un negozio! Per quanto mi riguarda, il protagonista, Bruno, mi ricorda moltissimo, anche per la “stazza” iniziale, un mio carissimo amico, anche lui con lo stesso nome, scomparso nel 2015… leggevo ed ogni tanto mi scoprivo a dire a me stessa… “toh, è tornato Brunone tra noi!”
Anche i personaggi minori, trattati sempre con grande affetto da Bordi, fanno da felice cornice all’intera vicenda, avendo comunque, ciascuno la propria importanza, fosse anche in una sola pagina!
Un romanzo tra il giallo ed il noir, sulla vita, l’amicizia, la sofferenza, la caduta degli stereotipi, la natura sia paesaggistica che umana, scritto con un dinamico cambio di registro, peculiarità spontanea della scrittura di Bordi, quasi un marchio distintivo.
E last but not least, l’Isola del Giglio a fare da sfondo fondamentale! Un luogo del cuore che conosco benissimo e di cui, attraverso la narrazione di Francesco, ho scoperto cenni storici che fin quì ignoravo! Addentrandomi nelle descrizioni, vedevo quasi sfilare davanti agli occhi, come in una sequenza di fotogrammi, ogni scoglio, ogni barca, ogni spiaggia, chiesa, botteguccia o casa del luogo, per come vengono trattati con dovizia.
Mi piace ricordare che “Quei dannati sedici nodi” fà parte di una trilogia, della quale Droscor ha già scritto il primo volume, “Non è tutta colpa del pipistrello”.
Ora attendiamo davvero con grande trepidazione il terzo “atto”… che, date le premesse, si preannuncia avvincente come i suoi predecessori.
Bordi ha uno stile immediato, veloce, concreto, da “trasformista”… Poche volte mi sono meravigliata, in una sorta di fanciullesca innocenza, davanti al cambio di registro, sia stilistico che narrativo, messo in atto da Francesco Bordi … Trovo sia una qualità rara, da preservare gelosamente, soprattutto in un periodo in cui così tanti pubblicano ma pochi sanno scrivere!
LF ha avuto il piacere di “chiacchierare” con Francesco Bordi proprio per parlare del suo camaleontico romanzo!
Francesco, benvenuto su LF MAGAZINE… Sei al tuo secondo romanzo, “Quei dannati sedici nodi”, un libro che mi ha coinvolta, fatta riflettere, in una maniera sempre differente e nuova, a seconda del capitolo che andavo leggendo… Com’è nato questo libro?
“Buongiorno a te, Loredana, e buongiorno a tutti i lettori! Ti ringrazio per lo spazio che mi hai gentilmente messo a disposizione.
Questo mio ultimo romanzo è nato sulla scia del primo. La storia che era iniziata in “Non è tutta colpa del pipistrello” aveva ancora molto da dire. Ho aspettato a vedere l’esito ed il tipo di accoglienza che avrebbe avuto sulla critica e sul mercato, quindi mi sono fatto coraggio e ho portato avanti la vicenda. Molto probabilmente lo avrei scritto in ogni caso (anche se l’ultima parola spetta sempre alla casa editrice) ma i dati confortanti del volume precedente mi hanno messo nella condizione di scrivere totalmente a mio agio. Sebbene ogni titolo a cui dò vita venga strutturato in maniera tale che possa essere letto autonomamente dagli altri, nella realtà dei fatti il progetto “segreto” prevedeva quasi da subito l’esistenza di una trilogia. Se all’inizio l’idea poteva sembrare eccessivamente azzardata ora, a due libri di distanza, mi rendo conto che “La trilogia del riscatto” è un’opzione fattibile. In questo secondo capitolo della storia volevo dar voce ad un’ambientazione che conosco bene, ossia il potente scenario dell’Isola del Giglio di fronte alla costa toscana, senza dimenticare però le forti caratterizzazioni dei personaggi, i colpi di scena e soprattutto i frequenti cambi di registro: in una parola lo stile che ho fatto mio sin dai primi racconti che realizzavo già prima dei romanzi.”
Questo romanzo, come del resto il precedente, si distingue per una marcata caratterizzazione dei personaggi, per i forti legami di amicizia, per la caduta di alcuni stereotipi della nostra società…
“Verissimo. Mi fa molto piacere che quest’aspetto stia venendo fuori grazie a voi “addetti ai lavori”. Lo spessore dei personaggi viene spesso riscontrato dai lettori poiché lavoro tantissimo sul carattere e la visione del mondo di ogni singolo “attore” del mio palcoscenico letterario: a partire da chi occuperà solo due righe di un capitolo fino ad arrivare ai protagonisti indiscussi del romanzo. Mi impegno molto più sulle caratterizzazioni che sulla trama. L’aspetto della caduta degli stereotipi viene solitamente meno evidenziato, mentre posso dire che è stato uno dei primissimi punti di partenza di “Quei dannati sedici nodi”. Non è un caso che i protagonisti del titolo siano un giovane uomo affetto da “grande obesità” (sposato con un modella canadese!), un ex-libraio sulla sedia a rotelle ed una donna palesemente vittima di disagi psicologici. Si tratta di tre protagonisti che non vivono le loro condizioni in maniera drammatica. La motivazione non risiede nella bontà o nel mero buonismo di chi li circonda, ma in altri elementi che i lettori potranno scoprire leggendo il romanzo.”
Bruno Leonetti, appunto, è il “grosso” protagonista del romanzo, simpatico, bonaccione, talvolta “colorito” nel linguaggio, che a causa di un incidente ha perso la memoria… Tratti sempre il lato psicologico in modo veritiero mai esaltato…
“Sì, anche questo aspetto è piuttosto ponderato. Cerco sempre di delineare l’elemento psicologico in maniera intrigante ed eclatante, ma mai esagerata. Vorrei sempre che i lettori avessero la sensazione che i personaggi dei miei noir, come Bruno ad esempio, fossero così reali da poter essere tranquillamente incontrati camminando per le strade, oppure in un bar o, ancora, sui mezzi pubblici, quasi spalla a spalla. Bruno ha un brutto carattere, come tanti. E’ vittima di un incidente, come a volte purtroppo può capitare. Bruno Leonetti si trova infine in uno stato di confusione e smarrimento, ma senza entrare nella condizione di panico costante, proprio come capita alle persone che si trovano a vivere periodi più o meno lunghi di amnesia.”
Toglici una curiosità, come nasce lo pseudonimo Fabien C. Droscor?
 
“Allora, Fabien C. Droscor è l’anagramma del mio nome e cognome. Si tratta di uno pseudonimo che mi protegge, in un certo senso, che mi regala una libertà mentale propedeutica alla scrittura e che conferisce, a mio parere, una certa eleganza all’attività autorale proprio in quanto pseudonimo letterario.”
Il tuo romanzo sprizza amore, da ogni pagina, per l’isola del Giglio…sembra quasi di vederne in maniera vivida i paesaggi che vai descrivendo, a mo’ di cartolina… Da dove ha origine questo sentimento profondo?
“Frequento l’Isola fin da piccolissimo. Prima ci andavo d’estate con i miei genitori, poi ho avuto modo di girarla anche con gli amici di scuola ed infine, nell’ultimo step, ho preso a visitarla da solo. Adoro viaggiare solamente con lo zaino ed un blocchetto su cui scrivere (meglio se accompagnato da una fotocamera) parlando unicamente con la gente del posto. Le calette nascoste, il mare, i dialetti ed il folklore di quella piccola terra emersa sono da sempre nella mia testa e difficilmente potranno abbandonarla (a meno che non mi capiti il medesimo incidente occorso a Bruno Leonetti).”
Tu cambi sovente registro stilistico, provocando sentimenti talvolta discordanti, ma proprio per questo più coinvolgenti… e trovo delizioso il dialetto toscano… Sorge tutto in modo naturale o vi è dietro uno studio approfondito?
“Come dicevamo poco fa, il cambio di registro è una particolarità della mia scrittura ed è una caratteristica spontanea a cui mi piace davvero dar libero sfogo. Il dialetto, invece, è un elemento su cui ho riflettuto a lungo. Il rischio di appesantire la narrazione era dietro l’angolo, dal momento che una larghissima parte dei dialoghi presenti nel testo è in lingua dialettale. Dall’altro lato però l’utilizzo dell’idioma locale rende più vivida ed evocativa (per non dire più reale) ogni sequenza presente all’interno di “Quei Dannati”.”
Che ruolo hanno le figure femminili in questo tuo romanzo?
“La parte femminile riveste un ruolo chiave in tutti i miei scritti. Se nel primo libro Eleonora Savini e Donatella Rometti sono chiamate a riordinare il caos generato nella prima parte del “Pipistrello” dal protagonista maschile e dal suo agire sconsiderato, in questo secondo romanzo personaggi femminili come Aleksandrina Formisani (detta Bionderrima), Odette Lerois e ancora Amanda Melania (detta Porto) sono le schegge impazzite del puzzle che daranno spessore narrativo a tutta la vicenda iniziata per puro caso su una motonave che solcava il Tirreno.”
Ti sei ispirato a qualche persona reale per i tuoi personaggi?
“Posso lasciarmi andare? 
Bene: UUUHH, AVOJA! 
Allora, solamente rimanendo sul secondo libro posso dire che per il personaggio della Formisani la persona di riferimento è Antonella Narciso, mia grande amica che però quando ultimerà la lettura di “Quei dannati sedici nodi” credo che rivedrà il nostro rapporto d’amicizia. Bionderrima, infatti, è palesemente schizzofrenica e credo che Anto non vi si riveda. Scherzi a parte, ovviamente quando mi ispiro a qualunque persona reale per un personaggio, parto da una base, ma poi aggiungo elementi, tolgo qualcosina e spesso estremizzo. Anche “Porto” ha alla sua base un alterego nella vita reale, ma l’amica in questione non ha mai voluto essere citata e quindi rimarrò sul vago. Infine devo confessare che gran parte dei tratti comportamentali di Lorenzo Parrini sono di natura autobiografica.”
C’è un personaggio che ti ha appassionato più degli altri? Personalmente, a parte il protagonista, ho trovato divertente la ‘romanaccia’ e sguaiata Porto, che in realtà racchiude una grande sensibilità e cultura…
“Porto è il personaggio più amato dai lettori. Quasi tutti ne apprezzano la simpatia, ridono delle sue uscite e ne ammirano la cultura e l’intelligenza di cui non fa mai sfoggio gratuito. In un certo senso è prigioniera della corazza “sboccata” che si è costruita addosso, ma non si può che ammirare la gentilezza e l’insieme di attenzioni di cui spesso è spontanea protagonista: teneri gesti da chi proprio non ti aspetteresti mai.
Ad ogni modo il personaggio a cui sono più affezionato è Alessia Padoa. La sua apparizione occupa solamente un capitolo scarso di “Quei Dannati”, ma pur essendo ufficialmente un personaggio minore porta con sé una carica di vitalità e di genuina semplicità che, a mio parere, non può lasciare indifferenti. Credo però che sia solo un mio pensiero, perché non viene nominata quasi mai: né dai lettori, né dagli “addetti ai lavori”. C’è poi un altro personaggio minore su cui però non posso soffermarmi. Avrà infatti un ruolo fondamentale anche nel prossimo romanzo…”
Quando scrivi la parola fine ad un tuo romanzo cosa provi?
“In realtà non l’ho mai scritta, per ora, perché da quando ho iniziato a dar vita a romanzi, tralasciando un pochino i racconti, sto portando avanti un progetto lungo che di base dal 2015 non ha mai conosciuto una “fine”. Per quanto riguarda, invece, la sensazione che provo quando termino una pubblicazione direi che l’esortazione che dò a me stesso è: “OK. Ora riposati un po’, aspetta la pubblicazione, promuoviti ma poi…
 Pensa alle cose serie e ricomincia a scrivere!”. 
Sono previste presentazioni del libro?
“Questo è un tasto dolente. In occasione della precedente pubblicazione, ho presentato “Non è tutta colpa del pipistrello” a Torino ed a Roma. L’anno del Covid 19, come è noto, ha complicato non poco ogni tipo di evento, inclusa la presentazione libraria. Recentemente però ho preso contatti con l’Amministrazione dell’Isola del Giglio per verificare la fattibilità di un’eventuale presentazione in loco e devo dire che al momento sembrano sussistere buone possibilità. Per quanto riguarda Roma, invece, la questione sembra che dovrà essere rimandata più avanti nel tempo.”
Progetti futuri?
“Innanzitutto ho già approcciato la stesura del nuovo romanzo, quello che andrà a concludere la trilogia. Successivamente ho in mente un “thrilleraccio” vecchio stile e poi ci sarebbe anche un altro progetto che ho immaginato negli ultimi tempi, ma per ora è in vita solo un’idea di base.”
Concludendo?
“In conclusione ringrazio LF MAGAZINE per lo spazio concessomi e ringrazio te, Loredana, per la stimolante chiacchierata sulla mia ultima fatica letteraria. Cercherò di continuare a produrre romanzi compatibilmente con il mio tempo ed il mio lavoro. Sfortunatamente non si può vivere di scrittura in Italia se non si arriva a certi livelli. Spero davvero di raggiungere quei livelli, sicuramente non smetterò di provarci. Se non dovessi ottenere tali risultati di certo “Non è tutta colpa del pipistrello”, ma forse la responsabilità sarà di “Quei dannati sedici nodi”. 
Buone letture a tutti!”
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