Francesco Branchetti: “Mi manca il mio “mondo viaggiante”.”

Prima dello scoppio della pandemia da Coronavirus, il noto regista ed attore era in tour con “Parlami d’amore” insieme a Natalie Caldonazzo, e aveva appena debuttato con “Un grande grido d’amore” insieme a Barbara De Rossi. Branchetti, che è già a lavoro proprio per capire come è quando sarà possibile riprendere le tournée, spera in un ritorno alla normalità.

L’epilogo che nessun attore di teatro vorrebbe mai… Neppure gli estimatori che amano questa arte in maniera viscerale lo possono immaginare! Quella dell’ “ultima scena” perchè “The show must go off”. Cala il sipario, si spengono le luci, la platea è deserta… Un silenzio tombale regna ed avvolge ogni cosa. Il Coronavirus, questo maledetto microorganismo, che è arrivato ad una velocità incredibile, ci ha travolti, condizionati, terrorizzati, portandoci via tutto! Le nostre vite mutate in un battito di ciglia, le distanze sociali, la quarantena! “Che bello restiamo a casa”, “Andrà tutto bene”, “Io resto a casa”, parole che ci hanno inculcato a mo di terrorismo psicologico che se, da un lato, ci salvano le vite e tutelano la salute, dall’altra, ci hanno prostrato mettendo in ginoccchio quasi tutte le categorie lavorative…. per non parlare degli artisti in genere!

A tal proposito, ho incontrato un amico, ormai, di LF, grande regista ed interprete teatrale, molto attivo e presente nei cartelloni delle varie stagioni: Francesco Branchetti.

Fra tutte le arti, quella che è stata più duramente colpita dal virus è senza dubbio il teatro: non solo il mondo dello spettacolo dal vivo, ma tutto l’ampio raggio della performance, dalle sue declinazioni più artistiche a quelle più sociali.
Perché la pandemia Covid19, oltre ad essere una malattia organica del corpo, è anche una malattia sociale della collettività intera, dell’alleanza fra i corpi, per usare una felice espressione di Judith Butler: un’infezione che intacca i fondamenti, già immunodepressi, delle relazioni fra le persone, dei legami di identità e di appartenenza, delle pratiche rituali e festive, dello sport e del gioco, dei rapporti con lo spazio pubblico e con i luoghi dell’aggregazione. Quindi, per l’appunto, una malattia del teatro: Arte per eccellenza, dei corpi, della presenza e della relazione, arte dell’incontro fra attore e spettatore, arte della partecipazione e della socializzazione, arte pubblica e di comunità, arte della prossimità e della cura.
Un’infiammazione sistemica, tanto più grave quanto più questo fragile ma tenace dispositivo, si era rivelato, ancora una volta, negli ultimi anni, uno degli antidoti più efficaci alle logiche neoliberiste dell’individualismo, ai miti narcisistici dell’eccellenza e dell’estetizzazione della vita, alle tendenze isolazioniste dei confinamenti e dei distanziamenti… Ci dicono che dopo, tutto tornerà come prima, come se non ci fosse mai stato un adesso. Anzi no, probabilmente tutto sarà diverso da prima: meglio o peggio non si sa, dipende da adesso, anche se, in questo strano adesso, così inaspettatamente statico e impenetrabile, ogni nostro affanno progettuale si volatilizza nella totale incertezza, in un esercizio mentale in cui il domani appare privo di peso e consistenza.

Ma preferisco sia Francesco Branchetti a parlarcene…

Francesco bentornato sulle pagine di LF… anche se il periodo non è dei migliori… avrei preferito poter parlare del tuo… “prossimo spettacolo”, invece siamo in tempi di pandemia… Pensavi mai di attraversare un periodo così drammatico per tutti noi?

“Neanche nella più sfrenata fantasia avrei pensato che ci saremmo trovati tutti in una situazione così tragica, così preoccupante sotto tutti i punti di vista.”

Il mondo dello spettacolo ed il teatro, soprattutto, stanno attraversando un periodo davvero complicato… come stai vivendo tutto questo?

“Lo sto vivendo, con grande preoccupazione, convinto che il teatro sarà molto in difficoltà e per parecchio tempo anche quando i teatri riapriranno, le norme di distanziamento sociale condizioneranno moltissimo sia i teatri, nelle scelte degli spettacoli, che le produzioni, nelle scelte di cosa portare in scena, e quando tutto questo sarà finito, speriamo presto, il teatro sarà comunque molto cambiato, come del resto saremo cambiati sicuramente anche noi dopo questa terribile esperienza.”

Che provvedimenti avresti preso tu… in cosa pensi si stia sbagliando?

“Non ho soluzioni miracolose nè idee geniali ma credo che una maggiore velocità negli aiuti a tutte le categorie di lavoratori sarebbe di vitale importanza; nel nostro settore sia per i teatri, che per le compagnie, che per i lavoratori stessi.”

Il teatro, tra l’altro, non era in ottime acque neppure prima…

“Il teatro e l’arte in genere già non passavano un periodo felice; la crisi economica era già profonda nel paese e i problemi erano e sono tanti; adesso sicuramente ci sarà un ulteriore peggioramento e sicuramente i danni per i teatranti saranno tanti e le difficoltà perdureranno per parecchio tempo, favorendo sicuramente un profondo cambiamento dell’offerta teatrale e del mondo dello spettacolo dal vivo.”

Secondo te come dovrebbe attuarsi la ripresa dei teatri?

“Il settore teatro, se non aiutato o aiutato in maniera molto fragile, non può permettersi di rimanere fermo a lungo, per cui mi auguro una riapertura molto rapida dei teatri, convinto che una interruzione troppo lunga sarebbe fatale per i teatri e per le compagnie.”

Cosa ti manca di più ora del palco?

“L’allestimento dello spettacolo appena arrivati la mattina in una nuova città, in un teatro in cui magari non sono mai stato, la tournée, i viaggi, le sere dopo lo spettacolo…mi manca il mio “mondo viaggiante”.”

Dove saresti dovuto essere in tournée in questo momento?

“In questo periodo saremmo stati in Molise in diverse piazze a cui tenevo molto tra l’altro.”

Concludendo?

“Mi auguro che questa “mancanza” sottolinei l’importanza del teatro; accade spesso, per molte cose della vita, il fenomeno di scoprirne la profonda importanza proprio in un momento di assenza.”

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