Gabriele Sonnino: “Gli angeli del Ghetto.”

LF ha incontrato uno dei pochi bambini sopravvissuti al rastrellamento del ghetto nel 1943, grazie al tempestivo intervento di Francesco Nardecchia, un lattaio impavido e di gran cuore.

La storia viene scritta dagli uomini, giorno dopo giorno, attraverso la loro vita. La storia però, alle volte, è stata scritta e stravolta anche da uomini che di umano non avevano nulla. Uomini che hanno deciso, attraverso una mente contorta, il destino di tante e tante altre persone…menti che hanno imposto loro una vita, se vita si può chiamare, che ritenevano giusta, ma che di giusto non conteneva nulla, anzi, era infame, drammatica, senza senso…Queste menti hanno favorito l’insorgere di guerre atroci, oscure, perchè le guerre lo sono sempre, atroci.

Mandare gente a morire per un pazzo che dichiarava guerra è stato uno dei molteplici non sensi dell’esistenza umana. La drammatica, triste quanto assurda guerra mondiale, con le sue malate leggi razziali, ne è stata un forte esempio! Con essa si è dato il via a quella che definire una carneficina è poco. Milioni di ebrei sono stati deportati perchè un folle che deteneva il potere decise che erano di razza inferiore! Milioni di morti tra uomini, donne e bambini…deportati nei campi di concentramento, schiavizzati, fatti perire di freddo e denutrizione, quando andava bene….o nei forni crematori come soluzione finale.

Oggi sappiamo che gli ebrei uccisi dal delirio nazifascista ammontano a circa sei milioni. Tale agghiacciante cifra costituisce il risultato di quella che gli stessi carnefici denominarono soluzione finale della questione ebraica, un genocidio che dalla seconda metà del XX secolo viene ricordato come Olocausto o, in lingua ebraica, Shoah.

Il termine ebraico Shoah, che si trova anche nella bibbia, significa catastrofe, tempesta devastante, e probabilmente non ci sono parole migliori per descrivere quella che fu una catastrofe non soltanto per gli ebrei, ma per tutta l’Europa e per tutto il mondo.

Centinaia e centinaia di persone non sono più tornate! Qualcuno sì, e coscientemente ha ancora vivide davanti agli occhi quelle scene raccapriccianti da sopravvissuti all’Olocausto (pochi a dire il vero)…pochissimi altri, una minoranza, nei campi fortunatamente non ci sono neppure andati.

Quella che vi racconto oggi è una di queste storie a lieto fine! Precisamente quella di Francesco Nardecchia, un lattaio che aveva la sua bottega nel ghetto, che, con un’azione di grande coraggio, salvò due bambini, Gabriele Sonnino, allora di 4 anni, e sua sorella, più grande di due anni. Frazioni di secondi, prontezza, coraggio e forse anche un po’ di incoscienza, hanno fatto sì che Francesco salvasse i due bimbetti dalle grinfie di un soldato tedesco. Molto rischiò, questo eroe…allora per chi copriva ebrei c’era la condanna da pagare con la vita…non si scampava. Ma per lui, più di ogni altra cosa, ha contato il mettere in salvo queste due anime innocenti.

Ho incontrato Gabriele Sonnino in una bella giornata di sole nel ghetto ebraico di Roma. Circondati dalla storia, dalle rovine del Portico d’Ottavia…un luogo molto bello, seppur evocativo di dolore. Lì ogni angolo, ogni millimetro dei marciapiedi ci racconta qualcosa…Gabriele è molto conosciuto ed amato in quel rione, la sua storia, è ormai nota a molti (stamane lo abbiamo anche apprezzato ad “Uno mattina” su Rai 1), anche se per anni taciuta.

I nobili gesti vanno ricordati, testimoniati…e così, seppur con gli occhi lucidi e la voce mossa dall’emozione, Gabriele ci ha raccontato la sua vicenda…

“Sono nato a Via dei Foraggi 8, al centro di Roma, vicino al Campidoglio, il 14 Settembre 1939.” – ha spiegato Gabriele – “Da una parte per me è iniziata la vita, ma parallelamente è iniziata anche una guerra. Di famiglia ebrea romana, con le leggi razziali, a mio padre venne a cadere la licenza della sua attività di vendita di souvenir, e trovare dei soldi per mantenerci e sopravvivere non fu facile. A quei tempi avevo 4 anni e ci fu la cacciata degli Ebrei, così ci rifuggiammo in una baracca alla Magliana che oggi è un grande quartiere di Roma, ma allora era pieno di blatte e topi…Di giorno si rischiava ad uscire, così mio padre usciva di sera. Fortunatamente venne a sapere che all’ospedale “Fatebenefratelli” dell’isola Tiberina, c’era un professore, Giovanni Borromeo, che ospitava alcuni Ebrei. Il professore si era inventato una malattia, il morbo di K, che usò per nascondere alcune famiglie di Ebrei. Nell’ospedale le famiglie rimanevano il tempo necessario per trovare altre sistemazioni. Mio padre prese al volo questa occasione e ci rifuggiammo lì. Tant’è vero che conobbi anche Fra Maurizio, un frate polacco che mi voleva veramente bene come ad un figlio, ero il ‘cocchetto’ suo. Poi, però, il professor Borromeo seppe che sarebbe arrivata una irruzione delle SS e quindi non potevamo stare in centinaia di persone in una stanza…arrivammo così a piazza Costacuti, e lì un portiere, che si chiamava Giuseppe, ci dette ospitalità in una macchina senza ruote posta nel cortile.”

Un giorno però accadde qualcosa…

“Eh già. Ricordo tutto come fosse ieri! Era il 16 Ottobre. Una mattina mia sorella, di due anni più grande di me, aprì uno spicchio di portone e ci incamminammo verso la piazza dove c’è il tempietto del Carmelo…da lì sbucò un soldato tedesco che prese mia sorella per il braccio sinistro. Io a 4 anni non capivo e mi misi a seguirli, non mi rendevo conto di cosa stesse accadendo. Arrivati al centro della Piazza, vide tutta la scena il lattaio, Francesco Nardecchia. Incurante di tutto, si precipitò fuori dal negozio, strappò dalle mani del soldato mia sorella, e gli dette un ceffone, si sbottonò la camicia e gli mostrò la croce che aveva al collo. Il soldato, spaesato, credette che fossimo cattolici e ci lasciò andare. Nardecchia rischiò tantissimo, perchè all’epoca chi aiutava gli ebrei, veniva mandato nei campi di concentramento. Il lattaio ci portò dentro la latteria e poi, passato il pericolo, dai nostri genitori nel portone di piazza Costaguti 14. E quì, 42 anni fa, è nato mio figlio.”

Come vive tutto questo un bambino di 4 anni?

“C’ è qualcosa che ti segna per tutta la vita. Io ricordo ancora distintamente la scena…”

Ed il lattaio?

“La latteria restò in attività fino al 1970. Il lattaio anche. Questa storia per 70 anni è sempre rimasta custodita tra me e mia sorella. Dopo Francesco andò via. Io poi mi sono sposato, mia sorella anche…Lei spesso mi diceva “se non fosse stato per Francesco Nardecchia, non saremmo qui…Tu hai avuto due figli, io una figlia…” Poi io ho divorziato…ma di questa storia in famiglia non ho mai parlato…”

I tuoi familiari non la conoscono quindi?

“Non la conoscevano fino a poco tempo fa. Vedi laggiù (indica una stradina del ghetto n.d.r.) c’era un negozio, Piperno, dove vendevamo cioccolata e dolciumi…un giorno entrò una cliente che pagò ed uscendo ebbe un ripensamento…rientrò e mi disse: “Mi riconosci?” Ed io: “No, mi dispiace”. Lei: “forse però ti ricordi di mio padre Francesco, il lattaio!” Faceva un caldo eppure credimi, mi vennero i brividi. Scoprii che lei neppure conosceva la storia. Ne rimasi meravigliato, e capii che lui non ne aveva parlato, è stato un uomo silenzioso che ha rischiato la vita per due bambini che conosceva solo di vista.”

E poi?

“Poi lei ed io ci perdemmo e solo dopo qualche anno, grazie alla Comunità ebraica di Roma, sono riuscito a ritrovarla. Sono andato a trovarla e ci siamo abbracciati. Con l’aiuto della figlia la abbiamo portata nei luoghi di quei giorni lontani, abbiamo fatto molte foto, abbiamo mangiato insieme. Ma lei non voleva clamori. Siamo però riusciti a fare una targa a nome del padre ed una medaglia con una bella cerimonia con il Rabbino Capo Di Segni e la Comunità. E’ eccezionale che ci siano questi ricordi dopo 70 anni.”

Cosa resta, storicamente parlando, di questa esperienza?

“L’umanità non ha avuto la coscienza di queste guerre, di queste carneficine, della seconda guerra mondiale si parla pochissimo. A quei tempi in Europa ci fu la cacciata degli Ebrei, non solo in Germania. Pensiamo anche a quello che hanno fatto i Francesi, non sono stati meno teneri, erano collaboratori del regime nazista. Di 2.000 bambini ne sono tornati 200. A Roma vennero deportate 2.091 persone, ma non bisogna raccontare solo del rallestrallamento del 16 Ottobre, ma anche dei 791 ebrei che vivevano fuori dal contesto del ghetto….Alle 19.00 gli ebrei dovevano rientrare in casa, non potevano studiare, non c’era emancipazione alcuna per l’ebreo, poteva soltanto fare il robivecchi, non aveva diritti.”

Abbiamo imparato dagli errori del passato?

“No assolutamente. I dittatori ancora ci sono, in Argentina, in Cile, in Medio Oriente, in Africa…La Nigeria è piena di petrolio, ricchissima, ci sono delle caste che sfruttano ancora il popolo che è costretto a fuggire. Si dovrebbe rifare tutto, nazione per nazione, i beni sono solo per pochi. L’umanità, di queste tragedie, non ha capito nulla, ne parlano, ma superficialmente…oltre alla Shoah si dovrebbe anche parlare del 1492 e di quello che fece Isabella di Spagna, orrori quasi uguali al nazismo…si accendevano falò e ci si gettavano gli ebrei vivi durante l’Inquisizione, in una nazione cattolicissima come la Spagna per giunta!”

Qual’è la cicatrice più grande che ti è rimasta?

“Che scappavo, sono sempre scappato per salvarmi. Grazie a Dio ci sono riuscito, mi hanno aiutato, altrimenti ora di me restava solo fumo.”

Appena finita la guerra che momenti hai passato?

“A mio padre non hanno mai riconsegnato la licenza per lavorare. Faceva lavori saltuari vendendo souvenir, ma non avendo la licenza i vigili gli sequestravano la merce facendogli fare, qualche volta, 24 ore in camera di sicurezza. Era tutto distrutto, per noi, mangiare un piatto di patate, era come se fosse Domenica, la carne non si mangiava…in un certo senso il dopo guerra è stato ancora più drammatico. Non c’era cibo, io avevo fame e la fame me la ricordo talmente bene che ora non getto mai neppure un pezzo di pane, me lo metto il giorno dopo nel caffè latte, non si butta nulla.”

Questa tua storia, tenuta segreta per una vita, ora a che punto è?

“Si è allargata a macchia d’olio… ho ricevuto inviti per parlarne in una scuola a San Giovanni, dove ebbi la fortuna di conoscere il figlio del Professor Borromeo, Pietro, e lui parlando si rivolse a me chiedendomi di alzarmi e mi abbracciò. Ci siamo commossi entrambi. I ragazzi ci hanno fatto un lungo applauso. Dopo intervenni anche io: “Il male non funziona mai, il bene trionferà, ricordatelo. Sono quì a raccontarvi questa mia storia di un’altra religione, ma è il comportamento dell’essere umano a determinare le azioni, alcune sono abominevoli, ma tanti hanno fatto qualcosa di molto bello.” Mentre parlavo, in aria volarono decine di palloncini con su scritti i nomi dei bambini ebrei che sono stati deportati e mai più tornati. Io dissi: “ragazzi, in quei palloncini non ci sono il mio nome e quello di mia sorella, perchè c’è stato il lattaio del Portico d’Ottavia, Francesco Nardecchia che ci ha salvati!” E lì c’è stato uno scroscio di applausi.”

Non bisogna dimenticare però…!

“Io dico sempre che siamo stati fortunati, ma tanti altri bambini non lo sono stati. I primi ad essere uccisi sono stati loro. La caccia agli Ebrei c’è stata in tutta Europa. A Roma però sono stati tanti anche gli episodi positivi. Ho fatto un DVD che si chiama “Gli angeli del Ghetto” e l’ho distribuito tra le scuole, circa 250 copie. Per non dimenticare! E vorrei che Francesco Nardecchia diventasse “giusto tra le Nazioni” nella lista di Yad Vashem a Gerusalemme.”

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