Gazebo racconta il suo ritorno con Masterpiece (Get Far 2018 Remix) e non solo.

Dopo 8 album in studio, un doppio live e innumerevoli compilation, Gazebo, nome iconico del filone elettro-dance degli anni '80, è tornato con un nuovo album, "Italo by numbers". L'artista ripropone in una nuova versione, alcuni classici della famosa ondata di musica dance made in Italy.

Torna, dopo 8 album in studio, un doppio live e innumerevoli compilation, l’indimenticabile Gazebo (alias Paul Mazzolini) con “Masterpiece (Get Far 2018 Remix)”, versione remix, realizzata dal DJ Mario Fargetta, che negli anni ‘80 scalò le classifiche internazionali.

La nuova versione di “Masterpiece” è inserita nel nuovo album “Italo By Numbers” in cui l’artista ripropone i migliori successi della dance music made in Italy.

L’artista ci racconta com’è nata la sua collaborazione con Fargetta ed il suo modo di vedere la musica oggi.

Gazebo, partiamo dalla nuova versione di “Masterpiece” che vede la tua collaborazione con il grande Mario Fargetta; com’è nato questo incontro artistico?

“All’interno del mio ultimo album “Italo By Numbers” c’è anche la versione rimasterizzata di “Masterpiece”, il mio primo singolo, uscito nel 1982. È un brano che volevo riproporre in qualche modo al pubblico di oggi, per questo ho pensato a un remix e ho deciso di collaborare con Mario Fargetta, uno dei più grandi DJ italiani di sempre. Quando ci siamo sentiti telefonicamente, Mario conosceva già il brano ed è stato subito intenzionato a lavorarci. Ha creato così una versione che mantiene lo spirito eighties e allo stesso tempo adeguata ai nostri tempi, con sonorità e atmosfere millennials.”

Il 16 Novembre è uscito “MASTERPIECE (GET FAR 2018 REMIX)”, in contemporanea sei stato in concerto al CLUB HAUS 80’s di Milano. Com’è andata la serata? Come ti sei sentito?

“Benissimo! È stato bello tornare a Milano e in più con la band! Spero di venire di nuovo in un contesto diverso da una discoteca. Il pubblico ha reagito benissimo e un’ora e mezza sono volate via!”

Non hai mai lasciato la disco music nonostante i tempi cambiassero. Come hai vissuto questo cambiamento dagli anni ‘80 ad oggi?

“La musica è cambiata radicalmente, la produzione della dance è passata dalle mani dei musicisti ai DJ, e questo l’ha resa sicuramente più efficace per le necessità della pista da ballo, ma l’ha un po’ svuotata di sostanza, contenuti e creatività.”

Il tuo nome, come molti nomi di tuoi colleghi di quegli anni, è ancora oggi ricordato, segno che quegli anni hanno segnato moltissimo la musica dance. Che differenza c’è tra la generazione giovanile di allora e quella di oggi nel vivere la dance?

“All’epoca la discoteca era un luogo di aggregazione, i giovani socializzavano tra un ballo e l’altro, si parlavano, si corteggiavano. Oggi questi compiti sono demandati ai social network, la discoteca è diventata monotematica e in una serata house difficilmente si può inserire un brano anni ‘80 o di un altro genere. La cassa non smette mai di battere e lo spazio per un dialogo è impossibile.”

In questi anni hai sempre lavorato con la musica, ma i tuoi suoni sono sempre puri, non sono stati contagiati dall’evento dell’elettronica moderna o dalla house. Perché questa scelta?

“Da produttore ho anche lavorato al di fuori degli standard e dei manierismi degli anni ‘80. Ma “Italo By Numbers” nasce proprio per evidenziare le hit di quegli anni e credo che la fedeltà ai suoni dell’epoca sia una componente ineludibile.”

Molte discoteche col passare del tempo hanno chiuso e sono state sostituite da disco-pub o locali simili. Non credi che in questi anni moderni in cui sembra esserci un po’ di confusione sia meglio tornare a ballare un po’ di più e “bere” un po’ di meno? Cambieresti qualcosa?

“La grande epopea delle mega discoteche sembra sia tramontata anche perché ormai c’è una evidente specializzazione nell’impostazione delle serate: non ci sono più folle oceaniche per un genere ma piccoli gruppi frammentati. E anche vero che c’è molto alcool ed altro che sostituisce la compagnia e rende i ragazzi più fragili e soli. Questo problema va sicuramente monitorizzato.”

A parte la musica dance, quali sono i tuoi cantanti preferiti?

“Sono cresciuto musicalmente dalla fine degli anni ‘60 in poi, quindi i miei miti sono i Beatles, Bowie, Bryan Ferry, Peter Gabriel, Frank Zappa, Jean Michel Jarre, Kraftwerk, Pink Floyd, Miles Davis, Larry Coryell, Ultravox, Sting… bastano? (ride)”

Che effetto ti fa sapere che le tue canzoni si ascoltano tranquillamente in radio ancora oggi e che sono apprezzate anche dai più giovani?

“Bellissimo, l’interesse dei giovanissimi mi riempie di gioia, fa piacere indubbiamente.”

Negli ultimi mesi sono apparsi in radio molti brani cantati da rapper italiani quasi improvvisati, creati più come usa e getta per un breve periodo, che per la loro vera bravura musicale. Cosa pensi di questo modo di lavorare della case discografiche?

“La mia posizione è nota, questo meccanismo major/talent/network mi lascia alquanto perplesso. Moltissimi giganti della musica non sarebbero mai nati se quello fosse stato il criterio nel passato. È una tritacarne dove i ragazzi vengono spremuti per l’aspetto televisivo e poi vengono sostituiti l’anno seguente dagli altri, perché queste trasmissioni sono fatte così, hanno bisogno di carne fresca ogni anno e chi non fa successo subito viene rispedito a casa. Molti grandi della musica italiana hanno avuto bisogno di 2 o 3 album prima di esplodere, a questi ragazzi si concede un singolo.”

Stai camminando per strada e passi davanti ad una vetrina di un negozio. Ti giri e ti vedi riflesso, ma quello che è riflesso non sei tu, ora, ma sei tu bambino, all’età di 12-13 anni. Tu e quel bambino vi guardate, vi sorridete. Quel bambino sei tu da piccolo. Dopo tutta la tua vita privata e professionale, quel bambino ti guarda, ti sorride e ti parla… cosa ti dice?

“Mi direbbe: “Wow! Malgrado te ci sei riuscito!” (ride)”

Grazie Gazebo per la tua collaborazione. Grazie per la tua musica. Ti portiamo i saluti di tutti i tuoi fan.

“Grazie a voi!”

 

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