Giampiero Mazzone: “Gli anni più belli della mia vita li ho vissuti con mia moglie Daniela!”

In occasione dell'uscita del suo ultimo album, "La salita", l'artista siciliano si è raccontato a cuore aperto... Nostalgia, dolore, l'amore per la moglie scomparsa nel 2008 e la grande esperienza musicale.

Ci sono persone che entrano nel cuore e nell’anima soltanto attraverso le loro parole, la musica, la sensibilità. L’artista che ho incontrato per voi è riuscito fortemente a farmi sentire in empatia con lui. Giampiero Mazzone, siciliano di nascita, trapiantato a Roma dal 1984, è un grande interprete della cultura nostrana e della musica d’autore di qualità. Ascoltando il suo ultimo album, “La salita”, uscito a distanza di sette anni dal precedente, “Cent’anni”, ho avuto modo di sentire pura poesia, spessore intimistico umano, grandi sentimenti, melodie che fanno bene al cuore, pur trattando, talvolta, argomenti importanti e delicati, come la mafia nel precedente album, o il grande dolore per la perdita della moglie Daniela, avvenuta nel 2008, chiaramente percepibile nel brano “La notte della vita”, contenuta nel nuovo album. Giampiero è uno squisito interprete, rimanda molto a grandi autori come De Andrè o Fossati, sebbene lui, nella sua immensa modestia, pudicamente non osi fare questi raffronti… che tengo, invece, a sottolineare io.

Questa intervista mi ha donato molto, sia dal punto di vista musicale, sia da quello dello spirito. Una conversazione lunga ma piacevole, mai scontata nè noiosa, la consapevolezza, attraverso le belle parole di Mazzone, di capire che l’amore vero, nonostante tutte le brutture della vita, esiste ancora… e con esso i sentimenti autentici, quelli che oltrepassano la vita terrena, che ti fanno piangere ancora per la perdita della persona più importante, che, come Giampiero, ti porta a parlarne sempre perchè non ci si può privare dal farlo!

Giampiero Mazzone mi ha trasmesso una carica di sentimenti struggenti, mi ha emozionata profondamente come poche volte accade, e di questo non posso che rendergli omaggio ed essergliene grata!

Avrei potuto scrivere mille nozioni biografiche in una sorta di curriculum artistico, ma con un uomo come Giampiero, a prevalere è il cuore, pur essendo uno squisito interprete musicale! A parlare, anzi a cantare, sono i suoi sentimenti più autentici e veri!

E’ uscito con un nuovo lavoro, “La salita”, dopo 7 anni dal precedente…

“La Salita” è innanzitutto un lavoro coprodotto, per quanto riguarda la registrazione, assieme a Max Rosati nel suo studio di Civitavecchia. Un musicista raffinatissimo, già chitarrista di Fiorella Mannoia, personaggio molto sensibile, che ha accolto la mia disperazione, nel 2017, quando avevo materiale ma non sapevo dove sbattere la testa. Gli mandai un brano che ascoltò e mi disse: “Ci provo!”. Noi ci conosciamo da tempo e quindi decise di avviare una bozza di arrangiamento per ragionare poi assieme su tutto lo svolgimento. E’ andata bene e, seppure a distanza, lui a Civitavecchia, io a Roma, abbiamo continuato a lavorare, mandandoci a vicenda i file delle varie fasi di lavorazione. Ultimando l’organizzazione per la registrazione con i musicisti e con me. “La salita” simboleggia la fatica della vita e della sopravvivenza. E’ un album autobiografico in quanto rappresenta quello che mi è successo negli ultimi 12 anni, a partire dalla morte di mia moglie, avvenuta nel 2008 dopo 4 mesi di coma, e le successive mie tappe: due infarti, un neurinoma, un idrocefalo, un’operazione al colon per diverticoli… Ci sono anche un po’ di riflessioni che ho fatto circa il dolore, su quanto accade in questa società quando si cade in disgrazia e diventi un diverso, un debole, fragile e vieni lasciato solo. Intendo dagli amici, dai quali ti aspetteresti un aiuto. Oltre ai miei brani autobiografici ne ho inserito uno che non è mio, “Dietro la porta” di De Andrè, una canzone che mi rappresenta molto e spero di non aver distrutto!”

La sua carriera artistica com’è iniziata?

“E’ iniziata attorno al 1973 quando vivevo ancora a Catania. Facevo musica popolare e tradizionale. Andavo con il registratore a riprendere i canti dei carrettieri e dei contadini. Ho suonato per molto tempo musica popolare, riproponendo i brani della tradizione, riarrangiandoli sulla scia della Nuova Compagnia di Canto popolare e dei Musicanova. Poi è successa una cosa straordinaria: conobbi Pino Daniele! Ne rimasi completamente affascinato, colpito, iniziando timidamente a scrivere anche io. Contemporanamente, grazie ad un mio amico, ho scoperto Pat Metheny, e da lì si sono sentite le sue contaminazioni sulla mia musica, mischiando quella popolare al Jazz ed al Blues, scrivendo sia in italiano che in dialetto. La lingua è come una tavolozza, posso usare i colori ad olio o a pastello, dialetto o italiano è uguale, l’importante è che riesca ad esprimermi. Ho anche fondato vari gruppi in Sicilia e mi sono innamorato di Daniela, mia moglie, così, nel 1984, mi sono trasferito a Roma dove ho dato vita a tante altre esperienze… Purtroppo la mia Daniela non c’è più! Gli anni più belli della mia vita li ho vissuti con mia moglie! Mi ha fatto crescere, facendomi diventare un uomo! Mi ha fatto prendere consapevolezza della mia dignità di essere umano. Lei mi ha aiutato a diventare quello che sono! Sono solito parlare del dolore per mia moglie… molti mi dicono che non dovrei, non capisco, a me sembra normale ricordare la persona che hai amato ed ami ancora, la cui scomparsa ha determinato un dolore lancinante che non finisce più! Dopo 26 anni insieme…! Quando Daniela era ancora in vita, registrai un altro disco “Cent’anni”, che, però, uscì 5 anni dopo la sua morte. Per arrivare all’ultimo, “La salita”, di cui sono molto soddisfatto, perchè l’ho realizzato esclusivamente con le mie forze! Non ci credeva nessuno ma ci sono riuscito. Esprime esattamente, anche musicalmente, tutto ciò che desideravo. Ora il problema è che, non essendo ricco o appoggiato da major, è difficile farlo passare, ma pian piano qualcosa si muoverà.”

Lei realizza una musica d’autore, sia a carattere intimistico ma anche su problematiche sociali molto importanti…parlando anche di mafia!

“Sì, ho parlato di mafia e mi occupo di mafia a scuola – io sono un’insegnante – parlo di questo ai ragazzi, della costituzione, dei diritti, dell’accoglienza… sono impegnato socialmente e sono orgoglioso di questo. Non potrei, ma non in quanto siciliano, ma come cittadino di una Repubblica democratica e civile, non occuparmi delle storture che ci sono in questo paese, tra cui le mafie che stanno crescendo ancora di più… noi non ce ne accorgiamo, perchè non stanno commettendo crimini efferati come posizionare bombe o commettere omicidi, ma sono entrate a vista d’occhio da altre porte… Non riesco a girarmi dall’altra parte!”

Lei ha vinto due volte il Premio Fabrizio De Andrè… Cosa la accomuna a questo grande interprete?

“Ho vinto anche il Premio Recanati… nel ’98. Mi accomuna il fatto che sono un suo allievo, un suo discepolo, come lo sono di Fossati… I più grandi! Parlare di De Andrè è come parlare di Cesare Pavese in letteratura, o di Italo Calvino, di Leonardo Sciascia, di Montale, stiamo parlando di personaggi così importanti per la crescita di ognuno, dei giganti, pur occupandosi degli ultimi… De Andrè si occupava non dei poveri ma di quelli che venivano dopo ancora! Come Pasolini e Caravaggio che si occupavano di quelli che noi neppure ci accorgiamo che esistono. Con De Andrè mi accomuna il senso per la giustizia, lo sguardo verso il dolore e verso chi non ha quasi niente. Per il resto non mi permetterei neppure di fare paragoni. Quando vinsi il premio la prima volta, nella giuria c’era Dori Ghezzi, mi permisi di eseguire “Khorakhané” e mi tremavano le gambe, perchè è un brano tosto…! E’ difficilissimo cantare De Andrè… Mi accomuna a lui anche la speranza verso un mondo più giusto ed il disincanto per il mondo attuale.”

Suo padre era regista teatrale… quanto ha influito sulla sua formazione?

“Tanto, soprattutto su quella culturale, sull’atteggiamento artistico nei confronti della vita… Papà inventò il teatro di reminiscenza, prendeva cioè le novelle di Verga e ne faceva un adattamento teatrale, ambientandole nel medesimo paese citato da Verga, Vizzini, in provincia di Catania, dove si svolge il suo capolavoro, “Mastro Don Gesualdo”. Ho appreso da mio padre il teatro fatto in maniera artigianale… ci si può esprimere comunque con i pochi mezzi che si hanno, con il carboncino o con i colori ad olio, purchè ci si esprima, ma bisogna saperlo fare. Oltre a lavorare con mio padre, ho partecipato anche alle rappresentazioni classiche a Siracusa. Ho imparato molto sullo spettacolo.”

La sua sicilianità quanto ha influito sulla sua musica?

“Molto! E quì mi paragono, sempre in punta di piedi però, anzi defilato, a Sciascia. Io ho un atteggiamento che non è di apologia della mia terra, non tutto quello che è siciliano va bene… sono critico nei confronti della mia terra, la gente è meravigliosa, ci tornerei domani, a piedi, però vi sono molte cose che non vanno e non è solo la mafia, è un modo di vedere il mondo che io non sempre capisco.”

Progetti futuri?

“Tra i miei progetti futuri ce n’è uno, semplice, che è quello di riuscire a presentare il mio ultimo lavoro dal vivo! Non ci sono riuscito a causa del lockdown quando tutto si è fermato. E poi spero di continuare ad avere l’ispirazione per scrivere, cosa che non è assolutamente scontata, è difficile, io ci metto molto tempo!”

Concludendo?

“Vorrei aggiungere che mi auguro di riuscire a fare a breve un altro disco.”

 

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