Giuseppe Maria Polizzi: la pregevolezza dell’antica musica sulle corde di una Mandola.

LF ha incontrato il fine estimatore e conoscitore della musica antica e popolare, in occasione delle sue inedite versioni de le suite BWW 1008 e 1011 di J. S. BACH, eseguite con due mandole storiche.

Giuseppe Maria Polizzi, è un artista singolare, pregevole, direi quasi unico. Presentare un’inedita versione de le suite BWW 1008 e 1011 di J. S. BACH con due mandole storiche, rispettivamente tenore e contralto, che tra l’altro appartengono al gruppo delle sei suite BWV 1007-1012 composte dallo stesso organista tedesco nel breve soggiorno a Kothen dal 1717 al 1723, non è poca cosa. Non da tutti.

In questi componimenti Bach trovò impiego come direttore d’orchestra e fu proprio quì che Bach concepì quello straordinario corpus di musiche strumentali solistiche dedicate a strumenti come il violino, il violoncello, il flauto. Bach affermò in ambito profano tutto il suo genio, dando vita ad un linguaggio e ad uno stile rivoluzionari, soprattutto per la tecnica e la prassi esecutiva dell’epoca, costringendo strumenti dalla chiara matrice melodica ad un linguaggio polifonico.

L’approccio alla musica di Bach, con strumenti diversi rispetto a quelli per i quali è stata concepita, è sempre una tentazione tanto intrigante quanto insidiosa. E dev’essere stata proprio questa tentazione, poi assecondata, ad ispirare il Maestro Giuseppe Maria Polizzi, a dar vita a questa versione musicale del tutto originale, concepita, originariamente, per uno strumento ad arco come il violoncello.

La suite BWV 1008 è una composizione stilisticamente molto equilibrata, apparentemente priva di spigoli o tortuosità ed il cui andamento regolare non deve essere confuso con ingenuità o candore.

La suite BWV 1011, invece, è una suite “nervosa” a tratti tormentata e soprattutto ricca di sorprese. In questa suite Bach, al fine di favorire lo sviluppo di armonici, adotta la tecnica della scordatura della prima corda che da “La” passa a “Sol”.

Le suite BWV 1008 e 1011 e, comunque, tutte le composizioni concepite da Bach per strumenti a solo, oltre a costituire delle testimonianze originali per ciò che concerne un repertorio intimo e per rigore stilistico e per purezza assoluta, rappresentano anche un pregevole ed inedito contributo alla tecnica esecutiva ponendosi come occasioni di approfondimento in chiave pedagogica della musica solistica del grande compositore tedesco.

La registrazione è stata effettuata tra il Dicembre 2016 e il Febbraio  2017 presso la Chiesetta di S. Sebastiano di Chiusa Sclafani (PA) per conto della Disco 33 Recording Studios di Sciacca. Mixing e ottimizzazione in studio.

L’amore per la musica, professato sin dalla più tenera età con ardore entusiastico e compita devozione, costituisce da sempre, per il Maestro Giuseppe Maria Polizzi, un’opportunità irrinunciabile ai fini di una riflessione profonda e feconda sul senso dell’arte e, forse, anche sul senso stesso della vita. E la ricerca di un bello, che l’arte suscita negli spiriti liberi, diventa un viaggio all’interno dell’esistenza stessa di questo grande Maestro dalla cultura musicale squisitamente sensibile.

Maestro Polizzi, innanzitutto ci parli di questo nuovo e singolare progetto musicale…

“L’idea di incidere le suite BWV 1008 e 1011 del sig. Bach con due mandole, rispettivamente tenore e contralto, nasce innanzitutto dall’inevitabile tentazione di adattare tali composizioni, originariamente concepite per uno strumento ad arco come il violoncello, per uno strumento a corde, qual è appunto la mandola che, nella famiglia dei liuti a plettro, (mandolino, mandola, mandoloncello e mandolone), rappresenta il registro del contralto equivalente alla viola nella famiglia degli archi (violino, viola, violoncello e contrabasso). La mandola contralto ha infatti, la stessa accordatura della viola, ovvero la stessa del violoncello seppur all’ottava alta. Diversamente dalla mandola tenore che ha l’accordatura del mandolino e quindi del violino all’ottava bassa. Il sig. Bach non compose nulla per liuti a plettro non certo per pregiudizio ma, semplicemente, perché tali strumenti, molto diffusi all’epoca in Italia, non facevano parte a quel tempo della cultura musicale tedesca. E’ nata così l’idea di adattare per mandole due suite di violoncello tra le sei (BWV 1007-1012) composte dal sig. Bach nel breve ma fecondo periodo di Cothen, (1717-1723) ove videro altresì la luce altre composizioni di egual natura concepite per strumenti “a solo” e dedicate al violino, al flauto e appunto al violoncello. Un omaggio alla tecnica solistica sicuramente rivoluzionaria e per stile e per bellezza, per quel periodo storico.”

Dove verrà presentato?

“La presentazione (ancora in fase di organizzazione) sarà effettuata presso la “Badia Grande”, un complesso architettonico-monumentale di stile barocco sito nella mia città, Sciacca, che ben si presta per simili iniziative.”

Da chi sarà accompagnato?

“Credo sia necessario, anche per soddisfare un intento didattico-pedagogico, invitare un violoncellista, allo scopo di mostrare come lo stesso materiale sonoro concepito originariamente per uno strumento, possa essere affettuosamente manipolato, e con gli opportuni accorgimenti, derivanti soprattutto dalla diversa natura dei due strumenti, uno ad arco l’altro a corde, ripresentato con un abito diverso. Operazione che, sono convinto, sarebbe molto piaciuta al sig. Bach.”

Come nasce questo suo amore per la musica antica e popolare?

“Ho iniziato a pizzicar le corde di una chitarra ancor prima d’imparare a leggere e a scrivere. Avevo sei anni, quando i miei genitori mi consegnarono alle smorfie sorridenti e ruffiane di un maestro di chitarra di paese. Il sig. Antonino Cusumano, guarda caso, fratello di quel Joe Cusumano, che tanto avrebbe fatto parlare di sé negli anni settanta come chitarrista jazz. Ho avuto la fortuna di essere iniziato alla musica nell’età dell’innocenza e dell’incoscienza, ove toccare le corde di uno strumento e riceverne suoni, era a quel tempo un’esperienza magica. Quasi metafisica. Per fortuna questa meravigliosa sensazione magica, nonostante le età dell’innocenza e dell’incoscienza siano ormai un nostalgico ricordo, sopravvive ancora… Dopo aver studiato chitarra, m’incuriosii agli strumenti della famiglia dei mandolini. Da autodidatta studiai il mandolino e la mandola, i cui esiti estetici favorevoli testimoniai in un’esperienza unica e irripetibile consumata con un gruppo di musica popolare siciliana, i NADUR, attraverso il disco ANNADDURARI… Rovente idillio di una pulsione di matrice tutta mediterranea… Il passaggio dai liuti a plettro ai liuti a pizzico fu un’inevitabile e meravigliosa conseguenza. E così iniziai a studiare il liuto, uno strumento che, nelle sue varianti secolari, ha raccontato trecento anni della musica italiana ed europea. Dai primi del ‘500 alla fine del ‘700… attraverso linguaggi e stili diversi.”

Lei suona la tiorba, ci racconta un po’ di questo strumento che presumo non sia semplice da suonare anche per dimensioni….?

“Suonare il liuto professionalmente (io sono diplomato in conservatorio) significa rinnovare una tradizione ed affermare il prestigio non di uno, ma di svariati strumenti, appartenenti alla categoria dei liuti a pizzico. Infatti, quando noi parliamo di liuto, dobbiamo riferirci ad un’intera famiglia di strumenti, come il liuto rinascimentale, l’arciliuto, il liuto barocco, la tiorba, la chitarra alla spagnola, strumenti che hanno raccontato un modo di vivere e d’intendere l’arte musicale, e non solo, per ben trecento anni, dal ‘500 al’ 700, come dicevo prima. Strumenti che appartenendo ad epoche diverse hanno subito, per esigenze estetico-stilistiche, diverse trasformazioni come l’accordatura, la tecnica manuale, la prassi esecutiva, e anche nelle dimensioni, mantenendo costante nel tempo l’originaria forma della cassa armonica.” 

Gli interpreti che predilige?

“Personalmente per mia vocazione, prediligo il repertorio barocco per una sua peculiarità che attiene sostanzialmente alla modalità con la quale viene rappresentato il suo modello musicale. Cioè la scrittura. Noi liutisti leggiamo l’ intavolatura, ossia quel sistema antico di rappresentazione dei suoni su un esagramma, non pentagramma, antesignano del moderno spartito. L’ intavolatura è un sistema imperfetto di rappresentazione di suoni in quanto il compositore di turno si limita a tracciare uno sfondo minimale all’interno del quale, l’interprete, facendo ragionato uso dell’arte dell’ornamentazione, può integrane i contenuti sia melodici che polifonici. Un po’ come accade nella scrittura jazzistica moderna. E’ questa la bellezza della musica barocca. Poterne amplificarne i contenuti e la qualità attraverso l’innesto di nuove cellule sonore. Le musiche e le scritture di S.L.Weiss e di J.S.Bach ne sono un esempio sublime.”

Lei ha anche scritto un libro….

“Qualche anno fa ho sentito il bisogno di trasformare in parole i suoni che avevo ascoltato in cinquant’anni della mia vita. Così abusando di certe testimonianze, alcune vere per necessità, altre corrotte per convenienza, ho deciso di scrivere un romanzo chiamandolo: “Costanza di un re minore”, titolo subdolo ed altrettanto ambiguo necessario a testimoniare la mia determinazione all’affermazione di un certo credo musicale e contemporaneamente, la mia irresistibile attrazione verso una tonalità, appunto il re minore, ch’è oltretutto è l’accordatura di base del liuto barocco, il liuto da me preferito.”

E’ difficile oggi divulgare un certo tipo musica? Se sì, maggiormente in Italia suppongo…

“Venendo alla parte più onerosa del discorso, e cioè quella che rimanda ad una certa difficoltà che ha il repertorio di musica antica ad affermarsi nell’era moderna, ribadisco un principio. Ho da sempre considerato la musica come un’esperienza dell’animo umano capace d’incidere sulla sua formazione, sulla sua crescita, come del resto tutte le arti in genere. Al di là delle emozioni che inevitabilmente suscita, e meno male, la musica rappresenta un modus vivendi di un’umanità in un preciso spazio, in un preciso momento della sua storia.  L’esprimersi attraverso suoni riflette il cammino di una civiltà!  E contribuisce a quella caratterizzazione unica, inimitabile, propria di ogni genia. La musica prima di essere esperienza estetica è valore etico laddove decreta, stabilisce, sanziona un’identità capace di elevarsi al di sopra di quell’inevitabili balbuzie tipiche di una società insofferente e ansiosa. Lo diceva pure Confucio: Volete sapere come sta un popolo? Ascoltate la sua musica! Dobbiamo imparare a non distrarci del nostro passato. ENORME. Seppur le tentazioni di una parvenza di tecnologia, ci consigliano altro e male per giunta. Ritornare all’artigianalità di un movimento, di una pulsione, di una tensione. Ad un gesto di mani, ad uno sforzo di tendini necessari ad esprimere uno slancio. E su questo riprosperare all’insegna di un nuovo divenire, di un nuovo avvenire. Non si può essere ora se non si è stati un tempo!!! Il vero problema sta altrove. E cioè, se vuoi sentire davvero certi suoni, se vuoi davvero condividere certe sensazioni, devi ricreare le stesse condizioni di spazio e di tempo che hanno caratterizzato un certo modo di far musica di un periodo storico, ove noi viaggiatori di una insidiosa modernità, dobbiamo, gioco forza, avere il coraggio di rimettere in discussione certi elementi, se non certi valori di un’antichità, come la luce, il luogo, il silenzio…Il buio. Che non è tenebra, ma intimità… Un tempo si faceva musica, non per trastullarsi o per passar del tempo. Un tempo fare musica, quel sollazzo che gli aristocratici di turno liquidavano con una formula di pessimo gusto ossia, l’otium cum dignitate, era altresì l’affermazione di un valore che era dignità di appartenenza. Un credo verso un ideale che va incontro ad un principio. Necessario per testimoniare un bello… Il ‘500, il ‘600 e il ‘700 hanno regalato all’umanità capolavori non solo musicali ma anche pittorici, scultorei ed architettonici d’ineguagliabile bellezza. Altro che otium cum dignitate… Credo che il vero otium fosse altrove… Sicuramente in Italia, rispetto ad altri paesi come l’Inghilterra, la Francia e la Germania, questo repertorio ha faticato molto prima di affermarsi all’interno di un’elitè sia di ascoltatori che d’ interpreti, vuoi per la nostra secolare tradizione del melodramma e della musica lirica, padroni assoluti del mercato discografico e anche per ciò che concerne lo spettacolo in genere, sia per il ritardo con il quale le istituzioni scolastiche hanno accolto la richiesta di formazione della musica antica. Per fortuna adesso, in molti conservatori si sono attivate diverse classi e di musica antica in generale e relative ai singoli strumenti di questo periodo storico.”

Progetti futuri?

“Sto lavorando alle trascrizioni per mandolino, di alcune composizioni di J.S.Bach per violino. E, inoltre, mi piacerebbe registrare le suite per liuto sempre del Sig. Bach.”

Concludendo?

“La registrazione delle suite BWV 1008 e 1011 di J.S.Bach è stata l’occasione per confermare che le suddette suite e tutte le altre opere del grande compositore tedesco concepite per strumenti a solo, oltre a costituire delle testimonianze originali per ciò che concerne un repertorio intimo e per rigore stilistico e per bellezza assoluta, rappresentano anche un pregevole ed inedito contributo alla tecnica esecutiva, ponendosi come occasioni di approfondimento in chiave pedagogica della musica solistica di J.S.Bach.”

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