I personaggi: Francesco Petrarca.

Petrarca è l'umanista per eccellenza, coltiva la letteratura classica latina e greca, ne cerca i testi, scopre opere importanti...

Sebbene l’Umanesimo avvenga nel Medioevo, esiste una differenza radicale nell’ambito dello stesso Medioevo, tra un Medioevo nel quale la religione cattolica domina la cultura e riconduce tutta la cultura precedente al Cattolicesimo, che stabilirebbe la Verità, e per il quale tutto ciò che è mondano risulta fugace, inconsistente, mentre esclusivamente in Dio e nell’Aldilà l’uomo troverebbe l’effettivo valore dell’esistenza, ed un Medioevo che si volge anche al piacere di vivere, ai risultati mondani non esclusivamente legati a fini religiosi, ed all’apprezzamento della cultura pagana pure se non cattolica. Quest’ultimo Medioevo è quello Umanistico. L’iniziatore di questa convinzione è Francesco Petrarca.

Francesco Petrarca nacque, nel 1304 ad Arezzo, ma la sua famiglia si spostò ad Avignone, in Francia, sede allora del papato. Petrarca è l’umanista per eccellenza, coltiva la letteratura classica latina e greca, ne cerca i testi, scopre opere importanti, ne apprezza la civiltà, in specie la scrittura, il valore della forma indipendentemente dall’essere, i testi, di concezione cattolica, ne condivide  la ricerca della gloria terrena come scopo essenziale della vita, tutto ciò in modo problematico, senza un distacco dai valori ultraterreni, anzi spesso pentendosi d’aver dato rilievo alla fama terrena, alla vita mondana e soprattutto all’amore per la donna. Si può affermare che lo spartiacque tra il Medioevo religioso ed il Medioevo religioso umanistico lo si coglie appunto nel modo in cui viene considerata la donna. In Dante la donna per essenza è Beatrice, entità femminile ma disincarnata, indicatrice della virtù, della elevazione a Dio, senza la minima corporeità. In Petrarca la donna amata, Laura, è amata in maniera pura, devota, incontaminata, ma Laura non è indicatrice di virtù oltremondana, è amata nel suo corpo, in un certo senso, è amata spiritualmente nel suo corpo, esclusivamente in quanto donna, non veicolo di elevazione religiosa, al punto che Petrarca si rimprovera di porre affezione in “cosa mortale”. Il fatto è che mentre l’immortalità per un certo Medioevo era soltanto quella dell’anima nell’aldilà, per il Medioevo umanistico l’immortalità era anche nella gloria terrena e nell’apprezzamento per le vicende terrene per se stesse, non come mezzo all’aldilà.

Con Francesco Petrarca la lingua detta volgare giunge ad un affinamento limpidissimo, conclusivo. Petrarca non ha l’inventiva dei termini di Dante, non conia parole, non le altera, egli depura, addolcisce, musicalizza il volgare, lo rende sereno, chiaro, celestiale, leggero, e di stupefacente modernità. La sua opera poetica non ha né i personaggi, né le oscurità, né l’energia di versi rapidi ed estremi come in Dante, non ha la grandiosa visione di insieme, non ha la rigogliosa varietà di toni, non ha il tragico ed il lirico di Dante, ma ha la misura alla greca, concisa, quadrettata, acquarellata, la parola traspare, è leggiadra e nitida, con velature di perpetua malinconia all’ombra della morte, del Tempo che corre via, del fare qualcosa che valga, mentre la certezza di una ricompensa  nell’aldilà si attenua e la vita nell’aldilà quasi sparisce. Questo è il punto dolente e decisivo dell’Umanesimo, amare la vita e sapere che la vita muore e non avere più la certezza gioiosa di un rimedio nell’aldilà o non sentirlo come nel Medioevo religioso quale ideale assoluto. In Petrarca è questo, l’Umanesimo.

L’opera del Petrarca, che lo rese e lo rende non dimenticabile, è “Il Canzoniere” (Rerum Vulgarium Fragmenta). Queste poesie sparse, sparpagliate, scritte nella così detta lingua volgare, contengono nel titolo una svalutazione: Frammenti di cose scritte in volgare, come a dire: cosette, roba da nulla… Petrarca era un umanista “classico”, viveva più con i romani antichi che con i contemporanei, al pari di altri italiani illustri (e non soltanto italiani), si immergeva nell’antica civiltà per averne esempio e per fuggire il presente. Dunque, un umanista “classico”. Scrisse pressochè tutta la sua opera in latino, persino le lettere. Ma paradossalmente il suo pensiero, anche se espresso in latino, è  più problematico del pensiero di Dante. Infatti il latino riportava Petrarca ai romani antichi, scettici, ossessionati dalla morte, del tempo fuggente, lo accennavo, e lo separava dall’ossessione religiosa. Insomma, Petrarca era moderno nel pensiero espresso in una lingua antica e che in parte, però, riprendeva la Roma “classica” e la Roma della crisi…

“Il Canzoniere” è raccolta di Sonetti, di Canzoni e di altre formulazioni. Il Sonetto ha una struttura codificata, due Quartine, quattro versi; due Terzine, tre versi; le Quartine danno rima il primo con il quarto verso, il secondo con il terzo; le Terzine danno rime il primo ed il quarto, il secondo ed il quinto, il terzo ed il sesto. E’ un andamento obbligato, come la Terzina in Dante. Le Canzoni rispettano anch’esse obblighi di rima. Forse era la musicalità che imponeva tali obblighi, e, pure, la differenzazione con la prosa, o il fatto che era una poesie letta a voce alta, o accompagnata dalla musica, in ogni caso per secoli la poesia fu collegata alla rima. In effetti la rima assegna alla poesia musicalità, perfino cantabilità, sebbene la può far scadere nella cantilena e le faccia perdere ampiezza e libertà di modulazione. Petrarca fu supremo nel Sonetto, ma pure in talune Canzoni, sembra gli sorgessero spontanei, rifiniti e precisati di getto, una situazione definita, pulita, ben evidenziata, e per la parte riferita a Laura, un canto ininterrotto di amore non felice ma non disperato, e se non tragico, dolente, malinconico, costante. Petrarca non pensa che a Laura, ne fa paragoni eccelsi, la sogna, la vede, sempre come una meta lontana, una meta, tuttavia, corporea.

Il padre di Francesco era un Guelfo Bianco, condannato quando i Guelfi Neri presero il potere, venne esiliato e con una mano tagliata. Notaio, Ser Petracco, infine si reca in Francia, alla Corte papale, giacchè a quel tempo il Pontefice sta ad Avignone. Il piccolo Francesco è portatissimo agli studi, che, per qualche tempo sono giuridici, non amati. Francesco studia anche in Italia, a Bologna, patisce la morte della madre, e la morte del padre, che però lo rende sciolto dagli studi giuridici, volgendosi animatamente agli studi letterari. Entra a servizio dai Colonna, potente famiglia romana, ad Avignone, prende gli ordini sacri, che non gli impediscono di avere figli, viaggia con i Colonna in Europa, stabilisce amicizie internazionali. E’ un lettore scatenato, un cercatore di libri indomabile, del resto, lo era il padre. Si pone, per inclinazione spontanea, come riscopritore della civiltà classica romana, restauratore della testualità effettiva delle opere antiche, al dunque, inizia la filologia. Scende a Roma, presso un membro della famiglia Colonna, lo esalta la Città Eterna, vorrebbe che il Pontefice vi tornasse… Anche se giovane, è in condizioni di acquistare una casa a Valchiusa, presso Avignone, isolata, dove stiudiare, incontrare amici eletti. Compone il poema “Africa”, in lode di Scipione l’africano, e il “De viris illustribus”, biografie di personalità del passato. E’ ormai netta la sua concezione, il ripristino della grandezza di Roma antica, l’esaltazione degli uomini illustri. In ogni caso, è cattolico, influenzato da Sant’Agostino, di cui legge il “De civitate Dei”, e le “Confessioni”. Il 6 Aprile del 1327 incontra, vede Laura, nella Chiesa di Santa Chiara, ad Avignone.

Dante, Petrarca. Boccaccio sono uomini-epoca. Dante è il Medioevo, Petrarca è l’Umanesimo, e lo è anche Boccaccio, l’Umanesimo. Chi è l’uomo medioevale? L’abbiamo detto, ma occorre insistere. E’ colui che vede la Terra come un passaggio per il Cielo. Si impegna nelle lotte, si spende per la Società, il Comune, il Regno, l’Impero, ma, al dunque, ritiene tutto ciò un passaggio per il fine realmente essenziale: l’Aldilà. Lasciare la Terra per l’uomo medievale non è una tragedia. L’uomo umanista condivide l’importanza dell’Aldilà ma ama la Terra, la vita mondana, la gloria nella posterità, si che lascia il Mondo con rimpianto, se è felice di pervenire all’Aldilà gli spiace lasciare l’Aldiqua, è attaccato alla bellezza, ai libri, venera il mondo romano non evidenziando che non era cattolico, soffre la morte, e se l’uomo medioevale coglieva nel perire delle vicende terrene la vanità del Mondo, l’uomo dell’umanesimo è spiacente che le vicende terrene svaniscano, e cerca di eternarsi pur riconoscendo che la stessa gloria perisce, ma la cerca, la vuole. L’uomo umamista è legato alla Terra, non come passaggio al Cielo, ma come amore per la Terra  e sapendo che tutto muore se ne duole e non lo conforta pienamente la vita eterna nell’Aldilà. Talvolta si rimprovera di questo attaccamento terrestre ma non si libera, né vuole, dall’amare Roma, Cicerone,Virgilio. Se, per dire, Virgilio accompagna Dante fino al Purgatorio, Petrarca e Boccaccio lo tengono al fianco sempre, e staccarsene è inconcepibile. In Petrarca e Boccaccio la religione non sorpassa la cultura pagana romana. Se ne dolgono, ma sono immedesimati nella terrestrità, per cui risuscitano quella civiltà umanistica ammiratrice dell’arte che fu e dovrebbe restare il valore essenziale delle civiltà.

Questa passione ”romana”, Petrarca la manifestò radicalmente. Disposto, anzi intenzionato, alla gloria terrena, allorchè si trattò di incoronarlo Poeta, tra Parigi che lo voleva consacrare, e Roma, scelse Roma. Venne in Italia, a Napoli, per venire esaminato nelle sue qualità, per tre giorni il Re di Napoli, Roberto D’Angiò, lo valutò (epoche stupefacenti quando i Sovrani gareggiavano con gli intellettuali in sapere), quindi fu incoronato in Campidoglio  nel 1341. Quanto Petrarca tenesse ad una Italia “romana” lo si coglie massimamente dal suo fervore per Cola Di Rienzo. Era Cola un popolano che suppose di abbattere le potenti aristocrazie romane, le quali rendevano rischiosa la vita dei pontefici, che si erano trasferiti ad Avignone. Cola vuole ridare il Pontefice a Roma, assoggettando le famiglie aristocratiche. Dopo varie traversie Cola ha il potere, ma sembra lo usasse malamente e dopo qualche mese venne ucciso, 1354. Petrarca, dicevo, si entusiasmò alla Roma con il Pontefice e tornata la Città antica, la Roma romana. Fosse o meno Cola un esaltato, un demagogo, un visionario, Petrarca, ancora una volta, si mostrò quel che era, un amante della latinità, della civiltà classica,e, problematicamente, delle opere terrene. Nell’occasione abbandonò i Colanna, la famiglia aristocratica ostile di Cola.

Se Dante progetta l’Impero per mettere pace tra i Comuni e gli Stati avversi, se Boccaccio è fautore dei Comuni, Petrarca viene ritenuto cosmopolita, un senza Patria, un cittadino del Mondo. E’ un errore. Petrarca fu un romano-italiano, si ispirò al mondo classico latino che riversò nel mondo cristiano cattolico ma senza svalutarlo, condannarlo, anzi stabilendo vicinanza tra il mondo pagano classico ed il mondo cristiano. Il che era un rilevante apprezzamento per il mondo pagano che di solito era condannato come… pagano. A Petrarca, del resto, dobbiamo la più “italiana” delle composizioni poetiche, una Canzone all’Italia, un inno all’Italia perchè stia in mano di italiani senza conflitti interni e liberata dagli stranieri. Che Petrarca evitasse un legame con un singolo potente e non si vincolsse per sempre ad una singola città non è segno di cosmopolitismo, semmai di spirito nazionale, come dicevo, romano-italiano. Il che non esclude volesse che il mondo romano classico e cattolico cristiano,  fossero sopra nazionali, diffusi oltre le singole nazioni. Non, però, senza nazione, ossia cosmopoliti ma sopra nazionali, in relazione tra le nazioni, il mondo romano classico e cattolico diffusi tra le nazioni.

Alla resa dei conti, l’Umanesimo del Petrarca compie una modificazione della civiltà europea, diventa esemplare non il cattolicesimo ma il mondo classico, anzi, il cristianesimo cattolico vale in quanto prosegue la civiltà classica nella letteratura e nella filosofia. In Petrarca l’aspetto metafisico della religione sparisce o si attenua; le dispute scolastiche sono inesistenti. A Petrarca interessano i comportamenti, i modi di vivere, di affrontare il dolore, la morte, la fugacità dell’esistenza. Egli si ispira agli stoici, agli epicurei, in qualche misura, agli scettici, ed al neoplatonismo, perchè lo reputa meno categorico, più umano e problematico dell’aristotelismo medievale. Nella produzione saggistica, “Secretum”, “De remediis utriusque fortunae”, “De vita solitaria”, gli elementi epicurei, l’amicizia tra eletti, il vivere fuori dalla mischia, l’elemento stoico, il sopportare serenamente le traversie, si evidenziano, e ne sorge un cristiamesimo umanistico, prosecutore, insisto, della civiltà classica. Su tutto incombe la Morte. Petrarca aveva perduto, ragazzo, la madre, giovane, il padre, un amato fratello si era fatto monaco, aveva perduto amici, aveva perduto Laura… La Morte lo assillava. Che fare della vita se c’è la Morte, se tutto finisce? Aveva reso la Gloria il mezzo mondano di vivere nei posteri e dare onore all’esistenza. Questo scopo eminentemente pagano Petrarca lo fece suo. Ma da cristiano lo tormentava la fugacità della stessa gloria, e tuttavia da romano stimava le nobili opere mondane. Questo conflitto lo rende oltrepassatore del Medioevo. Per un Dante la vita terrena era soltanto un passaggio alla vita celeste, in Petrarca vi è attaccamento alla vita pur nella fugacità, alla vita terrena, non bisognava essere cattolici per essere uomini illustri e “salvi”. La religione, in Petrarca, non è tutto.

Petrarca inizia la filologia, cerca i testi antichi, li riporta al loro effettivo modo di essere, eliminando i mutamenti alternativi, cercando di sanare le parti mancanti, confronta le stesure. Come ricercatore, scopre lettere di Cicerone che diverranno il modello delle lettere di Petrarca, ricompone una Decade di libri di Tito Livio. Promuove, con Boccaccio, e altri, il culto della latinità. Con le sue poesie darà luogo al petrarchismo, vale a dire la convinzione che il linguaggio ed il modo di sentire del Petrarca sono modelli perfetti, Petrarca venne considerato l’esemplare forgiatore della perfetta lingua italiana.

Petrarca fu un inarrestabile viaggiatore, ed insieme, un devoto all’esistenza riservata, in luoghi silenziosi.

Si disgustò della corte papale di Avignone, e, tornato in Italia, ebbe rapporti con vari Signori, a Milano, a Venezia, a Padova, in quest’ultima città, precisamente ad Arquà, si stabilì definitivamente, Mantenne l’amicizia con Giovanni Boccaccio, ebbe illustri ospiti, da ultimo lo accompagnerà la figlia naturale Francesca. Nato il 20 luglio del 1304, morì il 19 luglio del 1374.

“Il Canzoniere” non riguarda esclusivamenente Laura, ma Laura è di gran lunga dominante. Si spartiscono le composizioni che riguardano Laura, in vita e dopo la morte. Sono poesie d’amore per eccellenza, le poesie d’amore universalmente supreme. Mai una donna venne tanto insistentemente prediletta e cantata, Beatrice è una figura spirituale, e sebbene nella “Vita Nuova” Dante la raffigura corporalmente, è meno insistente, soverchiante di Laura. Petrarca di Laura è ossessionato. La pensa perpetuamente, ne rammemora sacralmente i luoghi dove l’ha vista, ricorda i tempi, si confronta a ogni situazione dolente e la paragona alla sua, descrive il corpo di Laura ma non dice alcunchè del suo desiderio di parlarle, di abbracciarla, oltretutto essendo certo che Laura esisteva, sposa, pare sicuro, a un Signore De Sade, e che morì durante la perniciosa peste, giovane ancora. Sembra quasi che l’Aretino cercasse un amore infelice o ritenesse il non appagamento la irrimediabile condizione dell’esistenza. Quest’ultima considerazione è verosimile. Come detto, in Petrarca vi fu un rodio insanabile, egli, cultore della cultura, progettatore di una vita che pur fugace deve essere rivolta a degne imprese, tuttavia sente una perenne mancanza, un certo qual sapore di Nulla, del Nulla, che non è risolto né dalla vita né dopo la morte. Laura raffigura questa insoddisfazione, con Laura, Petrarca manifestò l’irrimediabilità della insoddisfazione.

Ammiriamo queste epoche in quanto, pur se nella crudeltà, nella miseria del maggior numero, vi è, comunque, un livello altissimo nella parte superiore della società. Esisteva una cerchia di persone con una devozione all’arte, alla conoscenza, la quale, per nessun motivo si adeguava al basso, anzi esigeva da sé massimamente. Stimarsi, essere stimati, la gloria non il successo, e ciò riguardava anche i Signori che si disputavano poeti, pittori, architetti, scultori per immortalare il loro casato o il Comune. Il denaro valeva come strumento per la bellezza. L’ignoranza era condannatissima. Non bisogna idealizzare, ma i risultati li vediamo. Insomma, vi era una èlite, a quei tempi.

L’Umanesimo fuoriesce dalla filosofia scolastica che si inaridiva in dispute astratte, fredde. Riportava l’uomo ai reali problemi umani, la morte, l’amore, il valore da assegnare all’esistenza, l’arte, e ciò a nudo, vale a dire, un uomo nei fragori dell’esistenza, certo, credente, ma che non per questo, meno dolente e perplesso. Alla conoscenza e alla fede l’umanista affiancava il sentire e l’arte dell’espressione. Di questa mentalità Petrarca è l’esponente più consapevole e determinato. Non bastano la fede e la comoscenza, c’è il sentire la condizione umana e il culto dell’espressione come che sia, di credenti e non credenti. L’Umanesimo allarga il valore della civiltà oltre i limiti della religione cattolica accogliendo quanto vale da chiunque provenga.

Vi era a quel tempo un nucleo di persone che esigeva opere insigni e che stimolava  a compierle.

 

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