I Personaggi: Tirso De Molina, Moliere, Pedro Calderòn De La Barca, Don Giovanni.

Se esistono eroi della forza, eroi del canto, eroi della guerra, eroi dell'astuzia...esistono anche eroi della seduzione.

Persone e personaggi che definiamo leggendari ne esistono non soltanto nei tempi lontani. E’ vero che più remoti sono gli eventi, più leggendari sono le persone ed i personaggi, li copriamo di nebbie fantasiose tra il vero e l’inverosimile, ci facciamo l’idea di uomini sovrumani, capaci di imprese che noi non saremmo adeguati a compiere, la predisposizione tanto connaturata di oltrepassare la realtà, avendo a che fare con situazioni non provabili, ci lascia ammaliare dal portentoso, così inventano Ercole bambino in condizioni strabilianti per la sua forza, Ulisse che scende negli Inferi, Orfeo che commuove le bestie, Achille invincibile, e le persone reali, un Alessandro, un Giulio Cesare, eroi, di sicuro, condottieri sempre vincitori, divengono semidei, quasi che le grandi capacità di esseri umani non bastassero a definirli. Abbiamo necessità di sognare almeno quanto di realtà reale, o forse maggiormente. Non si spiegherebbero le religioni ed i molti sistemi filosofici senza riconoscere questo bisogno di irrealtà, la rivalità non basta all’uomo, piuttosto lo chiude nelle angustie della…realtà. Questa occorrenza di fantasia, suscita inventando radicalmente concezioni religiose o filosofiche o esagerando imprese reali anche di persone reali o di personaggi letterari tra il reale e l’irreale. D’altro canto mancando mitologie religiose, filosofiche, leggende, la vita si ridurrebbe al tempo che ci conduce alla morte, al tempo che muore. Ma la Vita non accetta questa riduzione e si sforza di coinvolgersi in mille e mille amorose ideazioni, che svolge effettivamente o immagina, e vive in entrambi i modi, come se il sogno fosse realtà (Don Chisciotte) o come se il sogno si realizzasse (Don Giovanni, Casanova, D’Annunzio).

 

IL SEDUTTORE LEGGENDARIO

Un campo dove l’uomo esercita la disposizione all’esaltazione inventiva è quello sessuale. Se esistono eroi della forza, eroi del canto, eroi della guerra, eroi dell’astuzia…esistono anche eroi della seduzione. Oltre coloro che furono eroi di seduzione nella vita, un Casanova, un D’Annunzio, un Frank Harris, vi sono seduttori ripresi dalla vita, certamente, ma resi personaggi. Personaggi leggendari, personificazione del loro compimento. Se vogliamo definire un seduttore non diciamo altra forma che “un Don Giovanni” (più ramemente un “Casanova”). Come Amleto incarna il dubbio sull’agire, Faust la missione a favore del bene, Don Chisciotte la vita come sogno di nobili imprese, Munchhausen il delirio della più esaltante fantasticheria, però vissuta, Don Giovanni è il seduttore assoluto, l’uomo al quale nessuna donna resiste, ma è anche duellante mortifero, ingannatore, beffardo, addirittura sacrilego, come diremo. In Don Giovanni, in talune delle sue individuazioni, vi è persino la figura del Male, come irrisore della credulità umana in terreno morale e religioso, vi è l’antesignano dell’immoralista, di colui che schernisce la morale dell’osservanza, dei divieti, della paura di fare oltre le consuetudini. Di tutto ciò scriveremo.

La prima apparizione del Don Giovanni è manifestata nell’opera di Tirso de Molina, “El burlador de Sevilla ovvero El convitato de pietra”. Tirso de Molina spagnolo, un religioso, vive nel periodo della Controriforma, uno dei periodi maggiormente ossessionati dal “peccato” e dal rigore dei precetti cattolici ma anche protestanti. La religione riprende il dominio della società che nel periodo rinascimentale era assai sminuito. Il Rinascimento, non sempre vedeva nella religione una ispirazione dell’arte, non tanto una sua salvezza, sia detto con molta cautela, in ogni caso faceva della bellezza lo scopo fondamentale della stessa religione. Nella Controriforma la situazione è capovolta, non la religione al servzio dell’arte ma l’arte a servizio della religione ossia l’arte morale, edificante, contro il “peccato”.

Tirso de Molina rispecchia questa concezione, la fa sua e ne “Il burlatore di Siviglia” scrive un testo che intende dannare il peccatore Don Giovanni.

Don Juan è promesso sposo di Anna, figlia di Don Gonzalo de Ulloa, ma seduce la Duchessa Isabela, camuffandosi quale promesso sposo di lei, Ottavio, a Napoli. Fugge in Spagna, naufraga, viene salvato da Tisbea, una pescatrice, anche lei sedotta. Per mettere fine alla condotta di Don Juan e riparare le offese il Re Alfonso XI ordina l’unione in matrimonio di Don Juan con Isabela, di Don Ottavio con Anna, la quale però ama il Marchese De La Mota. Don Juan è tutt’altro che disposto a finire in un matrimonio la sua vita di seduttore. Don Gonzalo vuole vendicare la figlia, Anna, ma nel combattere contro Don Juan, viene ucciso. Ancora avventure amorose di Don Juan, che, tornato a Sevilla, si imbatte nella statua funeraria di Gonzalo de Ulloa, per beffa lo invita a cena, la Statua incredibilmente accetta l’invito, e a sua volta invita Don Juan, trascinandolo nella tomba. L’opera di Tirso de Molina ha un intreccio che per taluni aspetti verrà mantenuto, e verranno mantenuti dei personaggi, Ottavio, Anna, pur se in ruoli diversi, soprattutto verrà mantenuto il “convitato di pietra”, il padre di Anna, ucciso e mutato in Statua vivente e assassina. Anche il servo complice di Don Juan, Catalinòn, in Tirso de Molina, resterà, mutando nome, e resta, scolpito per sempre, Don Juan, un personaggio esemplare nel suo genere e fondamentale nella tipologia della cultura europea e universale. L’opera è del 1616. Ha un evidente significato morale, la punizione del peccatore. Ma, ne parleremo, la figura di Don Juan diventerà segno di vitalità non di peccato e, occorre insistere, una figura preminente della nostra civiltà. De Molina immette nel suo testo elementi pittoreschi, complicazioni romanzesche, di certo la Statua vivente e giustiziera resta un’invenzione fuori dall’ordinario e nella resa musicale che ne diede Mozart, uno dei vertici dell’Opera d’ogni tempo.

Ben diversa e di ben altra coscienza il “Don Giovanni” di Moliere. Siamo nella Francia del XVII secolo, sul trono vi è Luigi XIV, il quale intende rendere la sua Monarchia pari agli Imperi romani: arte, lusso, guerre vittoriose. Non in ogni impresa ebbe  riuscita, Luigi XIV, ma fu, il suo, uno splendido regno, almeno per l’aristocrazia di corte, per gli artisti in vari campi, e che vide, in qualche modo, anche il sorgere della borghesia e del pensiero libero o libero pensiero, non credente e con diversa morale da quella cattolica. In queste controverse concezioni e situazioni vive, crea il maggior commediografo dopo i greci ed i romani, Moliere. Abilissimo nei dialoghi, inventivo nelle trame, osservatore dei tipi umani e dei mutamenti sociali, attore, impresario, tra i pochi Autori che rappresenta le sue opere a corte, non fosse per un matrimonio non felice, tutto va per la buona sorte di Moliere, il quale, dicevo, ci fornisce “personaggi” caratterizzati, memorabili, entrati nella storia del Teatro e della stessa vita, come una identificazione: “L’Avaro”, “Il  Misantropo”, “Il malato immaginario”, “Tartufo”, “Il borghese gentiluomo”… tanto per dare nome a delle commedie nelle quali viene tipicizzato uno dei comportamenti umani. Dopo Moliere, l’avaro è come l’avaro di Moliere, il soggetto infastidito dalla vita è come il misantropo di Moliere, colui che è perennemente malato o teme che possa ammalarsi è come il malato immaginario, il falso onesto è come il protagonista di Tartufo, che oltretutto è un prete, mentre il borghese che vuole farsi gentiluomo, cade nelle umoristiche evenienze di questo cambiamento sociale… Come capacità di cogliere tipi e precisarli, ambienti sociali, per spigliatezza vivacissima di dialogo (era una società di elevata qualità di interlocutori) e grovigli di vicende, Moliere è il massimo commediagrafo della nostra Era, anche per la capacità di rappresentare una Società in evoluzione, specie con un’opera che si stacca dall’epoca alla quale appartiene comunque, ed avanza nei tempi venturi. È Don Giovanni. Il Don Giovanni di Moliere non è soltanto un amante dell’avventura sessuale, un goditore di femmine, un abile ingannatore, un peccatore come in Tirso de Molina, Moliere rende Don Giovanni un individuo che vuole ed ama distruggere la morale corrente, spregiarla, prenderla in gioco, niente di quanto comunemente vale, per “questo” Don Giovanni vale, Egli è deciso consapevolmente ad ingannare, uccidere, tradire, pur di affermare i suoi piaceri, la sua inclinazione, la superiorità dello spregiatore. Don Giovanni non ama le donne, lo dichiara al servo Sganarello a inzio dell’Opera, si annoia subito dopo averle ottenute e passa ad altre, ad altre, vuole averle con ogni mezzo, addirittura ha ucciso il padre di una sua preda, non amnmette ostacoli, non una lacrima per la sofferenza altrui, commozione per l’infelicità che suscita togliendo l’amata all’amato, come ora complotta con Sganarello, organizzando travestito una gita a tal fine. Per recarsi nel luogo dell’imbarco viene aiutato, il luogo è infestato dai banditi, da un uomo poverissimo, Don Giovanni lo remunera purchè costui bestemmi, il poveruomo rifiuta, Don Giovanni lo remunera lo stesso. Nel mentre Don Giovanni vive questa situazione, dei banditi assalgono dei viaggiatori, Don Giovanni li salva, non può accettare quest’atto ignobile, e scopre che sono i fratelli di Donna Elvira da lui tratta dal convento e sedotta, venuti a vendicarla. Potrebbero ucciderlo, ma Don Carlos, uno dei salvati, non ammette che venga ucciso chi li ha salvati. Da questo momento a seguire Don Giovanni esalta la sua falsità, inganna il padre, Don Luigi, dichiarandosi pentito, mente a Donna Elvira e a Don Carlos, non paga Fortunato, suo creditore, infine gli avviene un evento stupefacente, scorge la Statua dell’uomo ucciso in passato, ancora e sempre beffardo, a Sganarello ha elogiato l’ipocrisia come arte di non fare il prezzo della falsità, ebbene, invita a cena la Statua, che, sorprendentemente anche stavolta come in Tirso de Molina, accetta, e a sua volta, invita Don Giovanni, è l’uomo a chiedergli di pentirsi, ma Don Giovanni preferirà morire che accettare la morale corrente. Neanche la sua stessa morte lo muta. Meno che mai una punizione eterna. Non Dio, non Uomo frenano Don Giovanni. Egli sa e vuole vivere sotto questo segno, l’affermazione dei suoi voleri e piaceri contro e su tutti e tutto e lo scherno verso chi non è capace di tale comportamento. E’ l’individualismo senza responsabilità, non c’è dovere che lo freni, anzi nel caso lo violerebbe.

Ma è soltanto un trasgressore, Don Giovanni? Fosse tale non darebbe la moneta al povero, non avrebbe salvato dai banditi gli uomini in pericolo. Senza vagliare le molte questioni sulla figura di Don Giovanni, discusse da secoli, forse egli rappresenta l’uomo che si dà la morale da sé, una morale soltanto umana che mantiene tratti di nobiltà e per il resto agisce con la falsità comune a tutti, anche a quanti dichiarano virtù. Non va trascurato che l’ipocrisia della quale Don Giovanni si copre è la stessa del sacerdote in Tartufo, ma Don Giovanni la confessa. In ogni caso Don Giovanni è “vero” totalmente nell’amore per la vita terrena. Ma sono minimi aspetti di un personaggio fondamentale della Modernità. Chi spinse all’estrema fama Don Giovanni fu il compositore Wolfgang Amadeus Mozart, ben sostenuto dal librettista Da Ponte. Da Ponte attinge agli Autori precedenti, vi è qualche diversità di ruoli e di nomi, il servo è chiamato Leporello, il punto essenziale sta nel rendere il Don Giovanni di Moliere ancora più consapevole del suo volere essere un uomo libero da una morale comvenzionale religiosa e di amare all’estremo il piacere di vivere. Se Don Giovanni in Moliere era un libertino il cui piacere sessuale era anche segno di libertà mentale e autonomia dalla religione, il disprezzo del Don Giovanni di Mozart/Da Ponte contro chi considera peccato il piacere, assume aspetti eroico tragici, al punto che il rifiuto di Don Giovanni di pentirsi sovrasta la morte a cui la mano della Statua lo trascina. Insomma la fermezza di Don Giovanni campeggia oltretutto per uno dei momenti più cupi e solenni dell’opera lirica.

Un presunto Re di Polonia, Basilio, vede nascere un figlio, Sigismondo, con la morte della madre. Gli oroscopi sono oscuri per il figlio, sarà crudele, si che Basilio lo imprigiona negando all’erede ogni conoscenza della realtà. Un servo fidato, Clotaldo, ne ha cura. Due giovani, Rosaura con il servo Clarino, penetrano dove è chiuso Sigismondo. Rosaura è figlia di Clotaldo, che non la conosce in quanto egli ha abbandonato la madre di Rosaura prima della nascita di costei.  Re Basilio vuole tentare la sorte, libera, addormentandolo, Sigismondo, e lo fa risvegliare a Corte. Una volta svegliato Sigismondo odia tutti e cerca vendetta contro tutti, solo la bellezza di Rosaura lo placa. Dunque il crudele Sigismondo non è un sovrano opportuno, Re Basilio lo fa riaddormentare e recare in prigione. Al risveglio Sigismondo non sa se sta ancora sognando, perde la coscienza della realtà reale. Intanto, il popolo non accetta come Re, Astolfo, e chiede che regni Sigismondo, il quale sconfigge Astolfo, e Basilio e Clotaldo che hanno combattuto con Astolfo. Potrebbe, ora, vendicarsi. Ma perdona. Astolfo, anzi, sposerà Rosaura, Sigismondo sposerà Stella, Basilio e Clotaldo vivranno. Perchè? Preso nei cambiamenti di sorte Sigismondo ha compreso quanto è incerta, dubbia, esposta a qualsiasi evenienza la sorte umana. Dalle cime alle angustie niente di stabile, rassicurante. La vita oscilla da una condizione all’altra, nessuno è padrone di sè, che significa odiare, uccidere, farsi malvagi in una vita tanto fugace, insicura, in bilico? Sigismondo finisce con il pensare che l’esistenza è troppo vana per darle inportanza compiendo il male. Niente conta nella vita, così precaria e rapida, meglio non fare il male e dedicarsi all’aldilà o alla coscienza del Nulla terreno. Si che Egli dopo le esperienze sconvolgenti, mutevoli, riesce a cambiare il destino che lo voleva un Sovrano malvagio, divenendo un Sovrano buono, perchè non vale la pena di dedicarsi a fare il male in una Terra nella quale la nostra vicenda è una frettolosa e dissestata esperienza. E’ una paradossale conferma della morale corrente, fare il bene per l’inutilità del male in un mondo inutile. L’opposto di Don Giovanni che credendo nella vita doveva fare anche il male.

 

BIOGRAFIE

large-moliereJean Baptiste Poquelin, detto Moliere, francese, nacque nel 1622, a Parigi, studiò dai Gesuiti, e questo influenzò la sua opera, concluse gli studi con la Giurisprudenza, ma era inclinato al Teatro in modo intensissimo. Ebbe a proposito esperienze pessime che lo obbligarono a lavorare come attore per sopravvivere. Ma riuscì ad ottenere l’approvazioone di Luigi XIV, il che non gli impedì, anzi gli permise di fare delle opere sferzanti su tipi e ambiente sociale, pervenendo con il “Don Giovanni” ed il “Convitato di pietra” e con “Tartufo” ad esprimere concezioni arditissime sulla morale, sul clero, sull’ipocrisia. Il suo teatro si scosta dalla Commedia dell’Arte, la riassorbe. E’ tra i più rinomati scrittori, di vitalità inestinguibile. Divertente e amaro. Non ebbe esistenza amorosa felice. Morì nel 1673.

 

CALDERÓN-DE-LA-BARCAPedro Calderòn De La Barca, nasce nel 1600, a Madrid, dove morirà nel 1681. Autore di moltissime opere teatrali di vario genere. Talune ispirate da vicende avventurose, altre filosofiche, altre nettamente religiose. La più celebre è “La vita è sogno”, ma anche “Il gran teatro del Mondo”, di ispirazione religiosa, regge il tempo.

 

Gabriele Tellez, noto come Tirso De Molina, frate, visse dal 1579 al 1648, in Spagna, autore specialmente teatrale di ampia attività. Resta per aver dato nascita letteraria e tratti a Don Giovanni.

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