Il giorno in cui le due americhe si incontrarono.

Storia del matrimonio tra jazz e bossa nova.

Marina si avvicinò e, guardandomi negli occhi, mi fece capire che mi voleva. Come avrei contrastato quel desiderio così galantemente spiattellato? Le sue braccia mi avrebbero fatto stare bene, mentre le labbra scavalcavano i ponti aperti della fantasia. Non avrei potuto ignorarla, nemmeno concentrandomi sulle note di Stan Getz, che mi scaldava il cuore col suo modo di suonare sentimentale, dolce, sereno. La voce nasale del tenore che tutti apprezzavano, con quel disco, lo avrebbero ricordato per sempre.

Quella voce che sapeva corteggiarti al pari di una donna decisa a proseguire la serata a modo suo. Mi accarezzò il viso, poi lasciò cadere tutto, mentre il mio cuore perdeva più di un battito. La musica si fece soffice di fronte alle rotondità perfette. Chiusi gli occhi nello stesso momento in cui il compact ripartiva dal giro di basso di Keter Betts, spruzzato dalle spazzole della batteria di Buddy Deppenchsmid. Deglutii in attesa del suono del sassofonista e dell’intraprendenza di quella partner che non si faceva pregare, anzi. Le sue labbra mi sfiorarono e potei sentire il profumo caldo e intenso dell’eccitazione, mentre il brano entrava nel vivo con le prime note del maestro di Filadelfia. La pausa di un ottavo in levare quasi una battuta fuori, e subito dopo il marchio di fabbrica. Una serie di terzine lunghe. Quattro quarti in Sol maggiore e poi in La settima, per proseguire verso una minore.

Desafinado si insinuò nella stanza e ci avvolse mentre i sentimenti si mischiavano agli odori. Quel brano figlio della frustrazione compositiva di Jobim e del suo amico Mendoca. Una ripicca alle voci stonate dei cantanti da strapazzo che popolavano le notti di Rio. Sbeffeggiare come il bop.

Il respiro affannoso di Marina mi conquista, come il suo desiderio. Si muove a ritmo, mi guarda senza pudore. Poi l’assolo elegante di Charlie Byrd, l’altro padrone di questo disco che avrebbe spiegato perché la bossa si poteva miscelare con il jazz. Il motivetto in contrappunto, che da solo vale tutto. La ritmica in sottofondo si placa, attende il canto. Marina si blocca per un attimo, come destata dall’impasse. Mi interroga con lo sguardo e sorride quando parte l’assolo di Getz lavorato sul castelletto, una terzina e mezza fuori battuta. Note alte e qualche schiocco voluto. Cromatismi accesi ad anticipare un tema melodico che rimarrà storia nella storia. Sento i suoi muscoli irrigidirsi, il fiato farsi corto, mentre la musica si sovrappone alla solitudine del piacere. Un gemito le esce profondo e mi investe, mentre il loop del tenore sale verso il cielo. Il sudore mi lava le labbra, salando quel dolce momento che ripeterei all’infinito. Non c’è nulla di più intimo che osservarla in quei brevi, intensi e solitari momenti. Il piacere, figlio egoista del desiderio di varcare il traguardo. Appagati ma nemmeno troppo, guardiamo il soffitto mentre O Pato e la storia dell’anatra canterina ci culla con quel motivetto semplice. Le note suonate in levare a tempo di samba. Getz stavolta è ancora più nasale, tanto che sembra di ascoltare un clarinetto. Ci addormentiamo mentre le mani di Charlie Bird arpeggiano la Samba Triste. La malinconia, padrona della bossa ci avvolge platonicamente su un presente pigro e malinconico. L’amor perduto. La vita che passa, gli affetti che scompaiono. Tutti vorremmo vivere nella felicità, ma è solo nella tristezza che riusciamo a scavare nel pozzo nero che ci avvolge. Mi svegliano le carezze di Marina che mi guarda accesa. La sento e vengo ammaliato dai suoi profumi, dall’energia che mi conquista attimo dopo attimo. La musica attende, come aspettasse il momento giusto per esplodere pigramente e cullarci con una malinconica voglia di passato. La voglio ancora. La sua mano mi sfiora e gli occhi mi entrano dentro.

Ci abbracciamo mentre il secondo brano dell’album decolla. La samba dei giorni. Getz parte pulito come uno scolaretto il primo giorno di scuola, esplodendo in La maggiore a centoventi battute sugli ottavi. Come sempre un quarto di battuta fuori. Decidiamo di tenere il ritmo, ma la velocità ci coglie impreparati. Ci guardiamo e una risata fragorosa esplode, mentre i ragazzi agli strumenti si danno da fare, come se non ci fosse un domani. Qualche cromatismo spruzzato qua e là e via con l’assolo. La osservo e sento un calore improvviso. Il sudore mi inzacchera la pelle. Piacere, voglia di arrivare, desiderio di attendere. L’attendo, contrasto la sua spinta, poi assecondo i suoi movimenti, la prendo per i fianchi e mi faccio mordere. Mi piace sentirmi suo. Mi piace che decida lei i tempi. Devo attendere poco. La sento arrivare. Le gambe toniche e muscolose mi stringono a ritmo mentre il respiro prende a farsi veloce, sempre di più, fino all’urlo liberatorio che copre quell’incredibile pezzo di bravura registrato a Gennaio del sessantadue. Due anni e mezzo prima che nascessi, in un luogo in antitesi con quel momento di piacevole lussuria.

La Pierce Hall All Souls Unitarian Church di Washington. Luogo sacro della popolazione di colore della città. Il sassofonista prese un aereo la mattina da New York e poté ritornare a casa per la cena. Registrarono tutto il disco in meno di quattro ore, con un portatile della Ampex. Solo il tocco divino poté permettere una simile performance.

Mi alzo e vado in cucina. La bottiglia di Guerrieri Rizzardi Calcarole 2008 è lì che mi aspetta. L’avevo stappata appena lei aveva varcato la porta di casa. Mi avvicino e questo blend incredibile che miscela Veneto Toscana e Piemonte, mi spiazza. Uve di Corvina, Rondinella, Barbera e Sangiovese. Una soave poesia che vale quanto il profumo di Marina, le sue corse strepitose e le frenate al cardiopalma. Faccio una cosa che non dovrei fare. Mi attacco alla bottiglia e ne sorseggio un poco, apro il frigo e prendo il guanciale. Matriciana o carbonara? Meglio una gricia e poi di nuovo Marina…

 

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