“Il piacere dell’onestà”.

Dopo la felice esperienza di "Filumena Marturano", Liliana Cavani torna a dirigere Geppy Gleijeses e Vanessa Gravina, al Teatro Quirino di Roma.

“Il piacere dell’onestà” è una commedia di Luigi Pirandello ispirata dalla sua novella “Tirocinio” (1905), composta nel 1917.

Angelo Baldovino (Geppy Gleijeses), uomo di poco conto, dalla moralità accomodante, un fallito, accetta per denaro di sposare Agata (Vanessa Gravina), l’amante incinta del marchese Fabio Colli (Leandro Amato) che non può sposare perché già ammogliato, grazie alla fattiva collaborazione di Maurizio Setti (Maximilian Nisi), vecchio compagno di scuola di Baldovino. Naturalmente si tratterà di un matrimonio di facciata: ognuno continuerà tranquillamente a farsi i fatti propri.

Ma le cose non vanno come previsto. Angelo, che per la prima volta si sente investito da una grave responsabilità, prende tutto molto sul serio. Aiuterà la ragazza lasciata sola, darà il suo nome al nascituro e sarà utile anche allo stesso marchese Fabio. Angelo si sente investito di una missione che lo riabiliterà di fronte agli altri ed ai suoi stessi occhi.

Egli si batterà per l’onestà rigorosamente per riscattare la sua vita, finalmente con un ideale da seguire che, dice, gli procura “il piacere dei Santi negli affreschi delle chiese”. Ma così manderà all’aria i progetti di Fabio che non troverà più accoglienza da parte di Agata che ora pensa soltanto ad essere una buona madre per il figlio ormai nato.

Il marchese, disperato, vuole sbarazzarsi del “traditore” ed organizza una società nella quale fa entrare Angelo, sperando che questi si comporti disonestamente, venga cacciato e perda la sua fama di uomo onesto. Angelo invece non solo dà prova di rettitudine, ma smaschera di fronte ad Agata la trappola che il marchese gli ha teso e, nonostante tutto, per il bene del bambino si dice disposto a farsi accusare di furto purché a rubare realmente sia Fabio.

Sarà la stessa Agata a pregare Angelo di restare accanto a lei ormai conquistata dalla sua onestà.

Sul binomio dialettico verità e finzione, caposaldo della genesi del teatro, Pirandello pone le basi del suo essere uno dei più importanti autori teatrali; l’indagine sulla Verità, intesa come dibattito sui problemi reali dell’individuo e della società e non come verosimiglianza di personaggi e situazioni, definisce il processo di liberazione, per così dire, attuato dall’autore per arrivare ad una conoscenza più alta, una Verità interna all’oggetto preso in analisi.

 Il “Piacere dell’onestà” è appunto un’appendice al discorso pirandelliano di tale rapporto strutturale. L’ambiguità della “maschera”, che permette di raggiungere la verità attraverso la finzione e quindi all’obiettivo primo del teatro, cioè la catarsi, viene quì bene impostata. Baldovino accetta razionalmente di fingere la parte di marito legale di Agata, senza perdere però la sua azione-funzione attiva nella società, smascherando e facendo accettare indistintamente la realtà venutasi a costruire agli altri personaggi.

Il personaggio vive una realtà che gli viene imposta o da ciò che lo circonda o costruita dal suo Io, si veste della maschera e tenta in ogni modo di acquisire un’autocoscienza innanzi alle motivazioni che lo hanno spinto a produrre quella maschera. L’arte di Pirandello è la denuncia angosciosa di questa crisi.

Come moltissimi altri personaggi pirandelliani, Baldovino portando all’esasperazione le convenzioni sociali del suo tempo, ne fa evincere le contraddizioni. Tutti gli attori del copione cercano di vivere in nome di una virtù che non praticano, un’ipocrisia sottaciuta, ma conosciuta. L’incapacità di Baldovino di tenere fede alle sue promesse, pur avendo già imparato dalla propria esperienza di vita (“provo da un pezzo….. un disgusto indicibile delle obiette costruzioni di me….” “ io mio vedo, mi vedo di continuo….” “non può credere quanto piacere mi faccia questa vendetta che posso prendermi contro la società che nega ogni credito alla mia firma”) che la vera natura delle persone esce in tutta la sua bestialità, non si nega il piacere, come il protagonista dell’Enrico IV, di prendersi una rivincita e di provare a sovvertire quella realtà. Lui che era sempre stato un disonesto, diviene onesto tra gli inetti.
Se il suo ruolo fosse un deus ex machina, il finale sarebbe il trionfo di un ipocrita, ma forse Baldovino è realmente inconsapevole e sconfitto dinnanzi alla vita che lo costringe al rimorso vissuto nel dolore. L’attenzione rivolta all’onore come fondamento della giustizia morale e familiare fa del marchese Fabio Colli un uomo attaccato radicalmente ad un’apparenza che lo salvi in nome dei buoni sentimenti. Ciò che conta è ciò che si dice, si viene a sapere e il resto della gente pensa.

La regista Liliana Cavani sta dimostrando di essere divenuta maestra di teatro, oltre ad esserlo, indiscussamente, del nostro cinema. A lei il merito di riproporre, oltre al realismo magico della commedia, anche quella sottile ironia pirandelliana. Questa tocca l’acme nella splendida battuta che Angelo Baldovino fa a proposito della figura della suocera Maddalena (Tatiana Winteler), “una costruzione irriducibile” che sarebbe meglio che non ci fosse.

Geppy Gleijeses nel ruolo di Angelo Baldovino, incarna alla perfezione quest’uomo dolente che ha vissuto una vita non facile, avvolta nel mistero. La sua mostruosa capacità di dialogo, la profondità, la consapevolezza di possedere anch’egli una coscienza, fanno sì che si risvegli all’amore che non sapeva di poter provare, sfidando il mondo per andarsene con questa donna e rivelarsi più lui uomo di principi, che gli altri, distruggendo le convenzioni borghesi.

Vanessa Gravina nel ruolo di Agata mostra nettamente l’intera disperazione iniziale di una donna prostrata dalle convenzioni borghesi dell’epoca, non dimentichiamo che nei primi del ‘900 avere un figlio fuori da un matrimonio e per giunta da un uomo già ammogliato destava notevole scalpore. La Gravina, con la sua voce deliziosamente “teatrale” rende le molteplici emozioni anche con un solo sguardo o gesto.

Leandro Amato nel ruolo di Fabio Colli, esprime interamente l’idea del personaggio in netto contrasto con Baldovino, un logorroico, solo all’apparenza quasi-perbene, salvo sprofondare, poi, nell’abisso dell’imbroglio e del sotterfugio.

Maximilian Nisi nel ruolo di Maurizio Setti, esprime il suo essere attore maturato nel tempo (non solo per lo “sbiancamento” di barba e capelli, dovuti al ruolo), che con grande talento e spessore, riesce a mantenere la sua naturalezza interpretativa, risultando efficace e privo di sovrastrutture.

A riempire l’ambientazione, tutti i profili che si fronteggiano nell’atto comunicativo, generando una moltitudine di facciate, maschere umane e figure squisitamente pirandelliane che disperdono la loro realtà soggettiva creandone altre dalle quali spesso fuggono.

La commedia di Pirandello, in scena al Quirino di Roma fino a Domenica 22 Aprile, ha avuto un crescendo di applausi, dovuto alla virtú di persuasione insita nel processo fantastico dell’intreccio ed alla magistrale interpretazione dell’intero cast.

 

 

 

 

 

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