INDELEBILE.

La donna aveva i capelli rosso mogano e la pelle del viso scura e segnata. Non ricordo altro se non che, a un certo punto, il mio sguardo fu attirato da un altro punto verde, uguale identico a quello degli occhi della donna.

All’inizio del ricordo ci sono quegli occhi dal colore netto, senza sfumature, quasi piatto. Oggi si direbbe ‘da pantone’, ma a quei tempi io ero troppo piccola per sapere dell’esistenza di questa catalogazione di colori e tale cromia mi incuteva solo un gran senso di disagio. Avrò avuto non più di nove anni e per me quello sguardo era verde, un verde strano certo, non come quello degli smeraldi o il verde chiaro, leggermente sbiadito, quello per intenderci della maggior parte degli occhi verdi in circolazione. Questo era un colore che oggi posso definire ‘verde petrolio’, a metà strada dal verde bosco e il blu oltremare, ma senza sfumature o screziature, pagliuzze o bagliori particolari, due bottoni di coppale verde petrolio. Riflettendoci meglio quando penso a quello sguardo, ciò che ancora oggi continua a inquietarmi di più era il modo con cui quegli occhi ti scavavano dentro, così fissi e quasi inespressivi. Occhi di una donna di circa una cinquantina d’anni, che incontrai la prima e unica volta dal parrucchiere di mia madre dove io trascorrevo i miei momenti migliori, osservando le clienti, ascoltando le loro chiacchiere, guardando affascinata le decine di boccette di smalto dalle diverse tonalità di rosso e le parrucche sistemate con ordine sugli scaffali dietro la cassa.

Quel giorno la mamma e quella signora si salutarono con cordialità, ed io non riuscii più a staccare i miei occhi dai suoi. ‘Non è educato fissare le persone’ era una delle frasi preferite da mia madre e cercavo di ripetermela in continuazione, ma ero in trance, attirata in quel vortice verde petrolio che stava diventando, con il passare dei minuti, sempre più vischioso e ipnotico. La donna aveva i capelli rosso mogano e la pelle del viso scura e segnata. Non ricordo altro se non che, a un certo punto, il mio sguardo fu attirato da un altro punto verde, uguale identico a quello degli occhi della donna. S’intravedeva appena sul suo avanbraccio sinistro, poco sopra il polso, seminascosto da un bracciale a maglia grossa, d’oro giallo. La pelle del braccio era secca e a tratti squamata ma riuscii a intravedere qualcosa che non avevo mai visto prima su nessun altro braccio. Erano dei piccoli segni, sembravano dei numeri, erano scritti in fila orizzontale e dovevano essere quattro o forse cinque, non ricordo bene. Quello che ricordo però era il colore, uguale a quello dei suoi occhi. Probabilmente si accorse che la stavo fissando e cominciò a muovere il braccio per far sì che il suo bracciale coprisse quel tatuaggio. Aveva una voce dura, dal timbro forte e imponente, come se fosse abituata al comando e mi resi conto che la signora era molto ‘considerata’ all’interno del negozio. Ovviamente all’uscita la prima cosa che chiesi a mia madre fu il perché di quei numeri sul polso della donna. Quella fu la prima volta nella mia vita che sentii parlare di campi di concentramento, di sterminio, di marchiatura a fuoco, di camere a gas e forni crematori. Si può certo dire che a mia madre non è mai mancata l’accuratezza con la quale narrava a noi figlie gli accadimenti pregressi o contemporanei, che fosse voluta o spontanea non lo saprò mai, sicuramente non si pose il problema sulle possibili reazioni che potevamo avere noi, bambine, all’ascolto di tali atrocità. Di questo le sarò eternamente grata, del fatto cioè che a casa nostra i ‘non so’, ‘non pensavo’, ‘non immaginavo’  non erano frasi contemplate. Il diario di Anna Frank per me arrivò dopo, in terza media quando già avevo ascoltato, visto e letto ben altro.

Quello sguardo verde petrolio è appartenuto a una delle poche donne ebree italiane sopravvissute, tornate dall’inferno ma con l’inferno dentro e addosso. Da allora, grazie a quegli occhi, non ho mai smesso di ascoltare, studiare, ricordare l’Olocausto, il genocidio probabilmente più estremo finora accaduto, non perché gli ebrei abbiano sofferto più degli altri, ma per la scientificità dell’idea di sterminio di tutto un popolo senza alcuna eccezione, la sua eliminazione totale pianificata nei minimi dettagli a tavolino. E ogni volta che ricordo questo strazio immane c’è una cosa che mi pugnala silenziosamente più di qualsiasi altra immagine o testimonianza. E’ proprio quel tatuaggio, il numero di matricola stampato sulla pelle dagli addetti dei campi sugli avambracci dei prigionieri. Quei numeri sono carichi di una valenza simbolica enorme, rappresentano un segno incancellabile che ha marchiato i deportati come animali da macello. E quel giorno l’avevo avvertito senza capirlo, quei cinque numeri color verde petrolio erano là per mostrare oltre l’orrore anche l’impossibilità di un ritorno ad una vita normale. Non so come sia sopravvissuta quella donna, posso solo raccontare dei suoi occhi, dal colore netto, fissi su punto lontano.

 

1 Commento su INDELEBILE.

  1. Una prosa fluida e controllata che arriva in un attimo dritta al cuore. Mi è piaciuto molto.

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