Intervista ad Alessandra Boran, Presidentessa dell’Associazione Famiglie e Abilità.

Se non è sostenuta e valorizzata la famiglia, il lavoro sul bambino è inutile.

E’ una donna dal cuore grande, forte e determinata, Alessandra Boran, presidentessa dell’associazione no profit Famiglie e Abilità. In questa chiacchierata a cuore aperto ci ha raccontato di come è nata questa splendida realtà e su quali solide basi abbia trovato il suo fondamento: l’amore, la resilienza e la passione.

 Alessandra, come ha iniziato il suo percorso nel Sociale?

“Per necessità. Dodici anni fa abbiamo ricevuto la diagnosi di nostro figlio, autismo infantile. Non c’era nessuno che comprendesse il nostro dolore, nessuno che ci indicasse una strada per aiutarlo, nessuno che ci sostenesse anche burocraticamente. Poi abbiamo incontrato genitori nella nostra stessa situazione e ci siamo resi conto che se non ci rimboccavamo le maniche e non costruivamo noi il futuro per i nostri figli non lo avrebbe fatto nessuno.”

C’è qualcuno che l’ha avvicinata in maniera particolare?

“La decisione definitiva l’ho presa dopo il consiglio della prima professionista che ha seguito mio figlio. Una persona meravigliosa che ha saputo cogliere il mio bisogno e mi ha appoggiato.”

Quali sono stati i più bei gesti che ha visto coi suoi occhi in tale direzione?

“Non scorderò mai la generosità delle persone che si sono offerte gratuitamente dandoci la loro casa e successivamente chi ha fatto la ristrutturazione necessaria per poter accogliere i bambini, senza volere nulla. Un susseguirsi incessante di grandi e generose persone. Nulla è dovuto e anche un piccolo gesto donato riempie di gioia e ti dà la giusta carica per continuare.”

A livello umano, che cosa le ha dato e cosa le sta dando tuttora il suo lavoro? Si può considerare tale?

“Con l’associazione sono rinata. Ero distrutta dalla diagnosi di mio figlio, nella mente e nel fisico. Non trovavo via per risalire. L’associazione mi ha ridato l’autostima che avevo perso, stavo costruendo insieme ad altri qualcosa per mio figlio e per i tanti figli e le tante famiglie sole del territorio. Mi ha ridato fiducia nel prossimo e la voglia di lottare anche contro i mulini a vento, vincendo. E’ un lavoro di 24 ore non remunerato.”

Oggi molte persone si lamentano del fatto che alcuni operatori nel sociale non siano in realtà dotati di una grande umanità. Quale è la sua opinione al riguardo. Quali sono – a suo avviso – le qualità che bisogna possedere per operare al meglio in tale settore?

“Ancora troppi vedono un business nel sociale. Intendono guadagnarci. Ne conosco tanti purtroppo. E molti genitori sono sfiduciati per non dire arrabbiati, perché non trovano il sostegno di cui hanno bisogno. Chi opera nel sociale deve essere come minimo empatico. E’ la prima qualità. Poi resiliente, capace di trovare la forza di ricominciare anche dalle sconfitte. Deve emozionarsi per tutto. Deve vedere oltre il presente, pensare ora per il futuro. Deve essere risolutivo. E un piccolo leader per dare sicurezza e fiducia.”

Crede che i giovani oggigiorno siano interessati ad esso o che sia un qualcosa che poi a livello pratico non interessa e, addirittura, li spaventa?

“Molti giovani sono interessati ad avvicinarsi al sociale. Bisogna dare loro le conoscenze, gli strumenti, farli innamorare del dono di sé. Molti sono fantastici e devono essere valorizzati.”

Ma a livello di paure, quali sono quelle che ha maggiormente riscontrato negli occhi dei bambini e dei ragazzi che aiuta tramite l’associazione?

“Nei bambini che vengono a fare terapia in associazione non c’è paura. Sono bisognosi di trovare comprensione e sostegno. Devono essere accolti e bisogna dar loro la possibilità massima per poter comunicare i loro bisogni e le loro emozioni. Spesso non riconoscono il loro corpo, si sentono frammentati. Il lavoro delle dottoresse è quello di dar loro coscienza di essere, di esistere e di essere consapevoli del mondo che li circonda. Da quì poi tutto il lavoro sul comportamentale, sul cognitivo e sulla comunicazione verbale o no. Chi arriva invece con la paura negli occhi sono i genitori. Perché nessuno ha detto loro che il figlio è meraviglioso con la sua specialità e che piano piano, attraversando tanti momenti bui, riconosceranno un figlio diverso da quello che avevano desiderato ma comunque unico e fantastico. Hanno paura di come sarà il futuro. Paura di non farcela a dare tutto quello di cui ha bisogno. Paura di perdere tempo, paura delle loro emozioni così forti e dalle domande del genere: “Dottoressa, mio figlio guarirà?”.”

Come riescono a fidarsi di lei e del suo operato?

“L’esperienza di quattordici anni da mamma di un ragazzo autistico grave che oggi sta affrontando la vita da adolescente voluto bene e incoraggiato dai professori e dai compagni, che scrive col computer i suoi pensieri, che fa sport, che sta imparando ad essere autonomo nella spesa e nel viaggiare. In tutto questo hanno fiducia.”

Tuttavia, voi mettete al centro della vostra associazione le famiglie, non solo bambini e ragazzi. Vuole spiegarci meglio?

“Se non è sostenuta e valorizzata, la famiglia, il lavoro sul bambino è inutile. Sono le famiglie che hanno bisogno di imparare a lavorare insieme a tutti gli operatori che sono vicino al bambino affinché il figlio abbia un’unica corretta modalità per affrontare la sua vita e far emergere le sue potenzialità. E’ la famiglia che va aiutata a superare il lutto e riconoscere nel nuovo bambino che ha davanti, il proprio figlio. Ed è sempre la famiglia che deve essere forte e lottare per lui contro le innumerevoli ingiustizie che ancora troppo spesso si perpetuano verso i ragazzi disabili.”

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