Intervista alla coach Stefania Volpi, una motivatrice eccezionale.

Stefania Volpi, Life e Business Coach, certificata a livello internazionale, si rivolge, principalmente, a quelle donne che hanno bisogno d'aiuto, spaziando davvero in molte direzioni.

Stefania Volpi, Life e Business Coach, certificata a livello internazionale, è una donna forte e determinata. Ama curare particolarmente l’ immagine delle donne perché in primis lei ama molto sè stessa. Si rivolge, principalmente, a quelle donne che hanno bisogno d’aiuto, in diversi casi: possono essere quelle che hanno voglia di rimettersi in gioco e ritrovare sè stesse, siano esse in carriera e quindi già avviate, o anche donne che sono state lasciate dal proprio uomo e che intendono rimettersi in carreggiata. Quindi sono donne che vogliono dimenticare il passato e guardare al futuro. Amandosi e rispettandosi. Inoltre il  suo lavoro, come lei ha ammesso durante la chiacchierata a cuore aperto andata in onda nel corso della quarta puntata di “Ritratti di Donna” su Radio Senise Centrale, è molto stimolante e spazia davvero in molte dimensioni.

Stefania, in che cosa consiste esattamente il tuo lavoro? Che cosa significa essere un coach?

“Un coach è un allenatore: allena a motivare, a dare un input che spinge la persona a sentirsi spronata a fare qualcosa per migliorare la propria situazione.”

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri quando lavori?

“Mi capita spesso che le persone tendano a mollare dopo la quinta sessione perché si fa fatica, e la fatica è una cosa che le persone tendono a voler evitare, ciò porta, di conseguenza, alla non azione. Pertanto le persone si impigriscono e tendono a scappare davanti ad essa, ciò è dovuto alla nostra mentalità in cui è ancora fortemente instillata l’idea di una soluzione che porti il minor sforzo possibile e in breve tempo. Il coach dovrebbe prendere in mano la situazione proprio in quel momento, riportare la persona in carreggiata, perché prima o poi tenderà sempre a sfuggire, per fare ciò io ho trovato una soluzione: cerco di fare le sessioni di coaching più brevi possibili. In sostanza in tre sedute almeno risolvere il problema. Sessioni brevi ma dirette. Io voglio stanare l’obiettivo e fare sì che la persona lo raggiunga davvero.”

Sì, purtroppo è oramai risaputo che la gente è spaventata dalla fatica, anche perché in tempi recenti si pensa che un obiettivo, non importa quanto alto o ambizioso possa essere, si possa raggiungere in brevissimo tempo. La mentalità imperante di oggi è, appunto, volere tutto e subito. Ne sono un grosso esempio i Talent Show, che una volta non c’erano, dove sembra che basti una sola apparizione per raggiungere risultati eccellenti in tutti i settori mentre, invece, non è così. Il cosiddetto “vincere facile”. Ho notato, però Stefania, che moltissimi tendono a confondere la figura del coach con quella dello psicologo! Sono invece due figure completamente diverse, ma possono arrivare a collaborare tra loro?

“Quando ho fatto la scuola di coaching con me c’erano anche degli psicologi che imparavano anche loro a fare i coach. Che sia chiaro, io non sono uno psicologo! Il coach non è uno psicologo, bensì è un allenatore. Lo psicologo, invece, è come se fosse un fisioterapista. Se in una persona si presenta un problema a livello patologico, il coach è tenuto a fare marcia indietro e a questo punto subentra lo psicologo vero e proprio che è in grado di gestire la questione e portarla a termine. Noi coach  siamo dei motivatori e aiutiamo le persone a raggiungere i loro obiettivi, laddove non sono capaci di proseguire da soli li prendiamo per mano e li accompagniamo. Per fare un esempio, quando si ha il caso di bambini che non hanno voglia di studiare, perché non sono abbastanza motivati o perché i genitori non sono in grado di imporsi e sono troppo permissivi nei loro confronti, non riuscendo a instillare loro il giusto senso del dovere, noi li aiutiamo attraverso un piano di studi e li portiamo ad appassionarsi anche a quello che hanno da studiare. Questa cosa è molto importante per aiutare a raggiungere i giusti risultati!”

Il tuo lavoro, però, può magari anche arrivare “dopo” il lavoro di uno psicologo, tipo un ex paziente che dopo la cura decide di rimettersi in carreggiata. Ti è già capitato, Stefania?

“Per ora no! Però se dovesse capitare ben venga! Io cerco di prendere e aiutare le persone che vogliono veramente un miglioramento. A me è capitato di lavorare in team dove c’erano dei titolari che appena mi vedevano scappavano, questo perché subentrava un senso di paura dettato dalla competizione. In un momento come questo un coach deve cercare di uscire in punta di piedi e di fare sì che le persone cui ha dato aiuto comincino a camminare autonomamente servendosi delle proprie gambe, essendo però, sempre pronto a rientrare a gamba tesa qualora la situazione lo richieda o ci sia concreto il pericolo di una possibile “ricaduta”. Nel momento in cui queste persone hanno raggiunto la loro autonomia il lavoro del coach è terminato. Il nostro lavoro comunque consiste, nel caso in cui serva, nel prendere in mano la situazione, essendo, se necessario, molto autoritari, cosa che, magari, spaventa anche le persone. Tuttavia si creano dei conflitti che alla fine vengono risolti.”

Hai parlato di paura, e a tal proposito vorrei sottoporti anche l’opinione di una  giovane scrittrice molto talentuosa. Sto parlando di Chiara Parenti che nel suo ultimo romanzo  “Per lanciarsi dalle stelle”  sostiene che la protagonista non ha in realtà vinto tutte le sue paure, ma le ha conosciute meglio da vicino, le ha in qualche modo accarezzate e così da nemiche le ha fatte diventare amiche. E quello che vorrei chiederti , cara Stefania, è questo: è, forse questa, l’arma vincente? Accarezzare le proprie paure e non tentare di vincerle a tutti i costi?

“Sicuramente anche questa è un’arma vincente, poi, però, la questione è molto soggettiva. In questo caso è andata così, ma in altri casi non è così facile: certa gente quando ha paura ha proprio paura, e prima di farla passare bisogna capire tutto,  soprattutto da dov’è nata. Risalire, insomma, alla causa a monte. Vi faccio un esempio banale: quando ci sono bambini che hanno paura dei mostri, è sbagliatissimo dire loro in maniera perentoria che i mostri non esistono! E’, invece, un’azione corretta prenderli per mano e invitarli ad andare con loro a “sconfiggere il mostro”, in maniera tale da poter dare loro una giusta iniezione di autostima: si sente forte con il genitore e di conseguenza non avrà più paura. Ok, sono piccole cose ma aiutano molto. Quindi mai smentire o sminuire il bambino ma rinforzarlo e rincuorarlo facendogli capire che si è in due, quindi più forti.”

Possiamo quindi dire, alla luce di quanto hai appena raccontato, che i primi coach, per un essere umano, specialmente nei bambini, siano papà e mamma? Ma i genitori di oggi, che sono molto diversi da quelli di una volta, stanno perdendo sempre più il loro ruolo di guida?

“Confermo che il primo coach è il genitore, perché è il primo a scoprire il potenziale del proprio figlio, quindi lo aiuta, lo sostiene e lo supporta. Inoltre l’amore del genitore è un amore che è unico su questa terra, quindi è così che deve essere, perché i nostri genitori sono altre generazioni e quindi sono cresciuti con un altro tipo di mentalità, con il senso della famiglia e con tutta un’altra concezione. Adesso, invece, si vedono madri fare selfie con abiti scollati, genitori che chattano continuamente, e quindi succede che, purtroppo, si perde la figura della genitorialità. Per carità, ci sono ancora genitori validi, però, purtroppo, tanti, al giorno d’oggi, sono così! La figura quindi sta calando e ci siamo di conseguenza noi che interveniamo e lavoriamo.”

Hai decisamente ragione, Stefania. Grazie per la chiacchierata e alla prossima!

“Grazie a te, cara Laura! E’ stato un vero piacere.”

 

2 Commenti su Intervista alla coach Stefania Volpi, una motivatrice eccezionale.

  1. Penso che Stefania abbia usato concetti e parole chiare ed estremamente chiarificatrici sulla figura della sua professione. Grazie e congratulazioni per la tua determinazione e professionalità. Buon lavoro e ahimè in questa società ce ne’estremamente bisogno di persone serie e di coach…

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*