“Io sono Mia”, omaggio ad una cantante mai scesa a compromessi.

Il film biografico, diretto da Riccardo Donna, racconta la vera storia della cantante Mia Martini, interpretata da una strepitosa Serena Rossi.

Serena Rossi nei panni di Mia Martini in "Io sono Mia"

Ieri sera, Martedì 12 Maggio, è stata nuovamente mandata in onda, su Rai1, la fiction “Io sono Mia”, dedicata alla straordinaria Mia Martini, interpretata da una Serena Rossi che è riuscita a mettere tutti d’accordo: all’esordio, nel Febbraio 2019, la fiction venne vista da quasi 8 milioni di persone con il 31% di share.

Il film racconta la vita intensa e difficile di Mia Martini, per tutti Mimì, segnata dall’accusa infamante di “portare jella”: diretto da Riccardo Donna e prodotto da Luca Barbareschi, è stato apprezzato da pubblico e critica per la sua veridicità, oltre che per la bravura quasi “mimetica” di Serena Rossi.

L’indimenticabile Mia Martini era una forza della natura, ma soprattutto, la donna per eccellenza che ha saputo lottare nella vita come poche, con coraggio ed eleganza. Mia Martini rimane oggi davvero l’icona splendente della musica italiana, capace, attraverso la sua voce, di illuminare, grazie a brani (scritti per lei) come Minuetto, Padre Davvero, e Almeno tu nell’universo, di cui ricorrono i 30 anni.

Una fiction per celebrare, giustamente direi, (ieri ricorrevano i 25 anni dalla scomparsa dell’artista), ridandole dignità, un’artista ingiustamente calunniata, calpestata e maltrattata crudelmente anche da taluni che oggi ostentano, nei suoi riguardi, grandi apprezzamenti e lodi con malcelata ipocrisia!

Alla prima messa in onda dello scorso anno, non ebbi la possibilità di vedere questa fiction che, ieri, non ho voluto perdere per nessun motivo! E non ha deluso le mie aspettative di spettatrice “curiosa”. Una magistrale Serena Rossi, lasciatemelo dire, anche se la sua bravura è indiscutibilmente nota: bella voce, grande interpretazione anche nei dettagli dei movimenti fisici e della postura di Mimì. A ridarle vita è quindi una delle migliori e più poliedriche artiste del momento che tra teatro, tv, fiction, cinema (il suoi successi, da Song’e Napule e Ammore e malavita dei Manetti si respirano ancora), doppiaggio (pure nell’ultimo “Mary Poppins” con Emily Blunt) e musica, si candida oggi, e per il futuro, a consacrarsi come un talento davvero prezioso, da proteggere.

“Io sono Mia” è arrivato a distanza di 31 anni da quel Festival di Sanremo, là dove la Mimì mai dimenticata, portò il brano scritto da Bruno Lauzi, Almeno tu nell’universo, diventato da allora una delle sue canzoni simbolo. Proprio in quel contesto, la pellicola inizia a raccontarla, a poche ore dalla sua esibizione: l’arrivo al Teatro Ariston, tisana alla malva e stecca di sigarette in camerino, ma subito sul palco per le prove, qualcosa non va, preferisce il suo pianoforte, non la base, i tecnici fanno gli scongiuri, toccano un cornino, speriamo non venga giù il teatro. Sono le maldicenze, i pregiudizi che la Martini si è portata dietro allora, in anni difficili, durante i quali si era rifugiata nella propria casa.

Là, nel contesto sanremese, c’è però una giornalista, interpretata da Lucia Mascino, che spinta dal capo redattore inizia ad intervistarla, ed i ricordi cominciano ad affiorare.

Così il lavoro prende vita nel 1970, insieme alla sorella Loredana Bertè (qui, grazie al volto dell’ottima Dajana Roncione), da sola, bambina, a provare davanti allo specchio, poi nei locali, il jazz, i primi contratti, gli amori, uno in particolare, i suoi cambi di look, hippy, gipsy, elegante, maschile, Mia Martini (il nome prende spunto dalla sua attrice preferita, Mia Farrow e il Martini da bere) entra subito nel cuore di molti attraverso canzoni memorabili. Da Padre Davvero a Minuetto, scritta da Franco Califano (bello il cameo di Edoardo Pesce, n.d.r.), è la donna di quel momento, che ad un certo punto, come detto, deve fare i conti con chi mette in giro voci assurde riguardo alla sua persona, porta sfortuna, attenzione, quando canta, il teatro potrebbe cadere. Reagirà, con eleganza e coraggio, dicendo “meglio essere reclusa che umiliata”.

Una donna con un’idea di libertà moderna che fatica ad accettare i compromessi. Mimì simpatica, ironica, piena di entusiasmo e generosa, ma anche cocciuta, suscettibile, intransigente soprattutto sul lavoro. Capace, in nome della sua libertà di espressione, di stracciare il contratto con la casa discografica che la rappresenta, senza pensare un momento alle conseguenze drammatiche del suo gesto. Mimì coraggiosa, ma piena di fragilità, alla ricerca dell’amore che quando finalmente arriva, fatica però a tenere. Con gli uomini le sue insicurezze affiorano, come con suo padre, con il quale ha da sempre un rapporto difficile; è divisa tra la necessità di approvazione e l’eterna e frustrante difficoltà a ottenerla. Divisa tra quel suo bisogno quasi fisico di cantare, incidere dischi, salire sul palcoscenico, ‘toccare’ il suo pubblico e la voglia di una vita più semplice, fatta di cose più piccole che adora, come cucinare, andare al cinema, passare una serata con gli amici. È in queste contraddizioni che Mimì si muove, vive. Affronta il successo, tocca la vetta e conosce in modo profondo la caduta, l’insuccesso, le voci terribili che girano su di lei e che la costringono di fatto al ritiro, ma lo fa sempre a testa alta; resiste, con la grazia che solo una donna possiede e che è l’arma che le permette di non affogare e di ritrovare il coraggio per tornare alla ribalta, riprendendosi quello che le era stato tolto. Riprendendosi il suo pubblico.

La cosa che colpisce di questa fiction, quasi un piccolo gioiello, è la capacità di entrare nel personaggio, e di alcune epoche precise, c’è la precisione in ogni dettaglio, microfono, costume, sala di registrazione, vinile addirittura, tutto per rendere a noi il più credibile e vicino possibile. La dote sta però sempre nella voce di Serena Rossi, che qui ha ricantato dal vivo, si è immersa nel profondo, nel dolore, nell’amore.

Mia Martini ha rappresentato un esempio, soprattutto, di donna emancipata, fuori dagli schemi, contro le omologazioni, libera, e per questo ha dovuto pagare ingiustamente il proprio esilio, la violenza che ad un certo punto le è stata riservata. L’omaggio diventa così lo spunto di una nuova esplorazione al femminile (e femminista per certi versi) legato ad una donna, prima dell’artista, mai scesa a compromessi.

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*