“Kind of blue”: la trasformazione di un genio antipatico.

Dotato di uno stile inconfondibile ed un'incomparabile gamma espressiva, per quasi trent'anni Miles Davis è stato una figura chiave del jazz e della musica popolare del XX secolo in generale. Dopo aver preso parte alla rivoluzione bebop, egli fu uno degli elementi di spicco del cool jazz, dell'hard bop, e del jazz elettrico.

Bentornati per il nostro secondo appuntamento musicale…e non solo.

Ma questi inglesi, escono o no? E noi ci apriamo agli eredi della banda dei quattro? Il mondo sta cambiando. Ieri una ragazza che guidava con il cellulare in mano, mi ha redarguito perché dovevo stare attento…

Come riusciremo a far capire a questi giovani, che nemmeno la pensione riusciranno a portarsi a casa?

Oggi passiamo dai fratelli Allman al più famoso sestetto della musica afroamericana. Un pezzo di Jazz, tanto interessante che piaceva da morire anche a Steve McQueen. Se sei un appassionato, lo devi aver sentito almeno una decina di volte.

“So What” inizia come finisce, con il giro di contrabbasso e il ritornello di Miles. In C maggiore o anche in A major, a seconda dello spartito. Parto in quarta. A me non è mai piaciuto tanto. Non solo il brano principe, ma tutto l’album. Che ci vuoi fare? Me ne sono fatto una ragione e non credo di spostare una virgola nella storia del mondo. Ho quasi tutto quello che ha pubblicato Davis, e a mio parere altri suoi lavori sono stati più interessanti di questo. Nella copertina interna, appare una delle rare foto che ritrae il ragazzo di Alton ride. Il principe delle tenebre, questo il soprannome che gli fu affibbiato per l’aria notturna dei suoi brani, era uno che amava menare le mani, vedeva Armstrong come un buffone, godeva della presenza delle donne e gli piacevano le macchine sportive. Questa immagine oscura era accentuata anche dalla sua voce roca e raschiante (Davis disse di essersi danneggiato la voce strillando contro un produttore discografico pochi giorni dopo aver subito un’operazione alla laringe). Chi lo conobbe da vicino descrive una persona timida, gentile e spesso insicura, che utilizzava l’aggressività come difesa.

Ma torniamo al lavoro che nel lontano ’59 inchiodò gli ascoltatori. Nasce il primo? Boh, forse, il primo disco di modale. Caspita che parolona! Modale e tonale una differenza immensa ma non più di tanto. Il modo invece del tono. Era un vecchio sistema di alterazione degli intervalli inventato addirittura dai Greci. Quando studiai il sistema maggiore, mi resi conto che le scale erano accessibili, ma l’improvvisazione sui temi richiedeva una mano da stunt man. Come voler entrare in controsterzo in curva con una Ferrari a 280 km/h. Quindi capirete le imprecazioni quando non riuscivo a far viaggiare il mio tenore come avrei voluto.

Vaaaaa và, paruparapariparara… Vaaaaa và, paruparapariparara…

La cosa migliore del primo brano è la struttura e lì dobbiamo ringraziare il maestro e Bill Evans. Gli assoli, specie quello di Miles, sono a metà strada da tutto. In parte senza vibrato, quasi post cool e dopo il bop, ma prima del free. Davis approccia incerto la partenza del solo, quasi si fosse distratto a guardare qualcuno. Accenna una nota, poi il famoso salto a caratterizzare il suo cuore. Segno distintivo di un’intera epoca. Il silenzio. Come un’attesa spasmodica di quello che sta per succedere. Amava talmente le pause, che le riteneva importanti come le note. E subito un bis di terzina corta sulla tonica e poi giù a solleticare la progressione con note sugli ottavi e i quarti, in modo anche troppo pulito. Quindi Coltrane. Un assolo che riprende quello di Davis nelle prime battute, poi giù con la cascata. Sali e scendi sbavando coi cromatismi, strappando qualche nota sugli acuti, come piace a lui. Infine, il più virtuoso di tutti. Cannonball Adderley che parte scuotendo il contralto con grappoli cromatici, come fosse il manico di una scopa. Spettacolare nelle ripartenze delle frasi sui tritoni ascendi intervallati di terza, per poi inventarsi in una discesa, una frase iperbolica, che si diverte a bissare, per renderla unica e stampare il suo marchio su tutto il brano. Insomma, non mi è piaciuto, però un poco mi piace. Da ascoltare mentre si beve un Amarone.

E infine il cinema. Sabato sera sono stato a vedere Green Book e mi sono emozionato e imbestialito allo stesso tempo. Uno dei miei attori preferiti, Viggo Mortensen, capace di parlare ben sette lingue, non ha vinto l’Oscar, ma lo ha meritato tutto. Sceneggiatura splendida, ma quando si tratta di storie vere, la realtà supera la fantasia. Quattro i momenti epici del film. Il primo, l’avventura dell’eroe ha inizio quando l’autista riesce a strappare un sorriso e un morso di kentucky fried chicken al sofisticato pianista di colore, interpretato magistralmente da Mahershala Ali. Il secondo, quando lo salva da un’accusa di omosessualità in uno dei tanti paesi di quel sud degli States, che ancora era segregazionista. Il terzo, mitico. Accusati di aver preso a pugni un poliziotto nazista e vigliaccamente razzista, sono in carcere in Alabama. Il pianista chiama addirittura Bob Kennedy, dico, Bob Kennedy, per uscire. Infine, l’ultimo. Quello che stavo aspettando da oltre metà pellicola. La trasformazione. La rinascita, il ritorno del figliol prodigo alle sue origini. Basta con la classica! È arrivato il momento del blues, del jazz, del ragtime. È arrivato il momento della Jam! Escono infastiditi e umiliati da un circolo di fieri appartenenti alla razza bianca e finiscono in una bettola di neri. Mahershala vestito in ghingheri e Mortensen preoccupato di eventuali problemi, ma a casa degli afroamericani vige l’amore, il bourbon e la buona musica. Qualche minuto ed esplode l’assolo del pianista che viene trascinato dagli ottoni, in una improvvisazione che conoscono solo i club dove si piange. E allora l’uomo ride, si maciulla sui sedicesimi, zompetta come una gazzella, felice di aver abbandonato per una sera l’abito da ragazzo perbene e lascia che il cuore si ammorbidisca nel burro. Fico!

Proviamo a rivederci tra un mese, se la direttrice lo vuole.

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