La Memoria dei ricordi Amicizie… amori… (secondo e terzo capitolo).

Altri due interessanti capitoli tratti dal libro scritto dal Professor Antonio Saccà, edito da Armando Editore, con la copertina realizzata da Carmelo Crea.

Il Professor Antonio Saccà

Gazzetta del sud
La sede è ai margini della città, vicinissima al campo sportivo, una zona molto popolare, di scarsa, nessuna eleganza, le strade mal pulite, negozietti di poco conto, gente di bassa condizione. Ma appena si apre il cancello, dopo che una voce ha chiesto chi è il visitatore, si entra in un giardinetto accurato, con piante, fiori, se ben ricordo, pure una vaschetta, in fondo la struttura bassa, su di un piano, un ingresso ordinato e il busto del proprietario e fondatore del quotidiano, Uberto Bonino. Quindi il corridoio, sulle pareti immagini di uomini politici di livello nazionale e internazionale che avevano visitato il giornale, a sinistra la stanza dei portinai e dei telefonisti, a destra la stanza del Direttore, alla fine del corridoio, a sinistra, lo stanzone dei giornalisti, ciascuno con il suo tavolinetto ammucchiato, negli anni passati la macchina dattilografica, di recente i computer.

Ora non ricordo bene se già negli anni sessanta la Gazzetta del Sud era in questa sede, di via Giuseppe La Farina (o è via Industriale? No, oggi è Via Uberto Bonino), a Messina, in ogni caso, il primo redattore culturale con cui ebbi rapporti di amicizia assoluta fu Domenico Cicciò. Una garbatissima, educatissima, mansueta persona. Trasmetteva amabilità, piacere della conversazione e signorilità nei modi, aveva degli occhi grandissimi e malinconici, un volto liscio, tondeggiante. Con dispiacere appresi che il suo fare così cauto, veniva non solo dalla sua natura ma anche da una malattia che lo indeboliva. Ebbi un rapporto magnifico con Domenico Cicciò. Io vivevo già a Roma, ci sentivamo per telefono, gli inviavo articoli con “espresso” o con fax, a mia volta, lo invitavo a collaborare alla rivista che di fatto dirigevo: Opera Aperta, mi scrisse un lungo testo sulla cultura catanese del Settecento, se non sbaglio. Amava molto la cultura siciliana, anche nelle figure minori, come ad esempio Domenico (Micio) Tempio.

Un pomeriggio, lo chiamai da Roma, chi mi rispose aveva intorno delle voci, dei rumori, della confusione, non era Domenico, chiesi di Domenico, la voce mi disse che Domenico era morto. Come si dice, la vita continua, e per chi continua a vivere, la vita continua. Collaborai decenni alla Gazzetta del Sud, e con un ulteriore responsabile della pagina culturale ebbi, e mantengo, rapporti amichevoli. Vincenzo Bonaventura è alto, alquanto curvo come spesso le persone alte, anch’egli si compiace di sicilianità, e ne scrive con narrativa leggerezza e piacere aneddotico, oltre alla rarità delle vicende, come nel caso dei viaggiatori del passato in Sicilia. Ma la sua passione era (è) il Teatro, fu il “critico” per essenza del quotidiano, e a Messina venivano le varie compagnie nazionali, oltre ad avere dei teatranti locali degni, sopra tutti Massimo Mòllica. Poi Vincenzo lasciò il giornale, vicissitudini, sue, mie, lui tornò a Messina, io rimasi a Roma. Quando in estate scendevo a Messina, ci vedevamo spesso.

Abbiamo collaborato insistentemente, e siamo stati (siamo) anche amici, dicevo, condividendo le peripezie dell’esistenza. Franco Cicero, Davide Marchetta, Nino Calarco, il Direttore Eterno, Gianni Morgante, il Dirigente Eterno (oggi Lino Mortgante, il figlio, è Direttore Responsabile), Italia Cicciò, Antonio Prestifilippo, Fausto Cicciò, Anna Mallamo, stanno o sono stati alla Gazzetta del Sud, dove per decenni mi recavo, il cortiletto fiorito, l’ingresso con il busto di Uberto Bonino, il corridoio, il portiere mi chiede con chi voglio parlare, mi siedo e aspetto… Domenico, Vincenzo, il tempo che passa… e noi che passiamo con il tempo…

Rieti
Dopo l’insegnamento “ufficiale” nei licei e nell’Università e dopo l’insegnamento e la direzione dell’Università della terza età non è che io abbia finito di insegnare meno che mai di scrivere testi o di manifestarmi in conferenze o dibattiti o nel giornalismo. Tra le vicende passate riguardanti l’insegnamento di cui scriverò rapidamente, ma che hanno avuto consistente significato nella mia vita, vi è il periodo in cui insegnavo a Rieti vivendo a Roma. Caso volle, molto fortunoso, che io abitassi in via di Villa Ada, 4, accanto a via Salaria, dove passava il mezzo di trasporto che appunto lungo la Salaria mi portava a Rieti. Ma il risveglio era mattutino, credo le cinque e qualcosa ed il viaggio durava all’incirca due ore, a meno che non prendessi il mezzo rapido che accorciava di qualche mezz’ora. Il calcolo dei minuti era decisivo, dormire 5 – 10 minuti in più rappresentava una conquista o una sconfitta, dormire sul mezzo di trasporto la conquista maggiore. Raramente mi addormentavo viaggiando, più che altro vedevo il passaggio dalla quasi notte, all’alba e poi al vero e proprio mattino. Freddo, pioggia, vento, caldo, in tutte le stagioni raggiungevo dopo qualche decina di metri la fermata, di solito trovavo posto e tra i viaggiatori che andavano alla cittadina dove lavoravano o tra “paesani” che ritornavano, anch’io mi recavo a svolgere le mie attività. Ero docente di storia e filosofia e mi avevano assegnato un orario “spezzato”, al liceo classico Terenzio Varrone e al liceo scientifico Carlo Jucci. Erano due licei maestosi, il liceo classico a pochi metri dall’arrivo, una costruzione alta, poderosa, di diversi piani, con scale ampie per la sommità, il quarto piano, credo, dove si trovavano le vaste aule, i larghi corridoi, i finestroni che dominavano la vallata reatina. Una scuola all’antica, con i banchi di legno simili a quelli delle chiese, il foro per l’inchiostro, la scansia per mettere i libri come i messali in chiesa, ben sollevata da terra la robusta cattedra, e la scura, piatta lavagna, il gessetto, il cancellino, un’ aula scolastica in piena regola tradizionale.

Il liceo Jucci, invece, era un monastero fatto scuola, aveva un cortile interno e dei corridoi interni colonnati al primo e al secondo piano, stava in una zona della Rieti antica, stradine medioevali, un’atmosfera del passato remoto. Rieti sarebbe stata una meta fastidiosa, pesante, con quell’andare e tornare che mi toglieva il sonno, il tempo, le forze, anche perché il pomeriggio andavo all’Università e nel contempo scrivevo libri e articoli, ma in realtà furono tra gli anni scolastici più effusivi della mia carriera di docente. I ragazzi, in ispecie del liceo Varrone, avevano nei miei confronti un vero trasporto, mi aspettavano con entusiasmo e il tempo perduto nel viaggiare lo risarcivo con il tempo trascorso nelle ore di insegnamento.

Nella mia vita lunghissima di docente ho avuto due momenti in cui l’insegnamento si trasfigurava in rapporto umano con una intera classe. Il momento del liceo Ugo Foscolo quando insegnavo alla classe delle “Banda dei Quattro” e il momento dell’insegnamento al liceo Varrone di Rieti. È indescrivibile l’atmosfera di quelle situazioni, soprattutto ragazze che mi guardavano dall’inizio alla fine della lezione e mi seguivano con gli occhi quando uscivo e mi dicevano che ci saremmo visti il giorno dopo. Scoprii che l’insegnamento è uno dei più potenti rapporti affettivi e che imparare e insegnare più che scambi di conoscenza, sono scambi affettivi, e nell’istante in cui si stabilisce lo scambio affettivo, l’insegnamento ottiene il suo scopo facilissimamente. Gli studenti, durante la lezione, spesso, anche in altre scuole, invece di rimanere sui banchi mi circondavano appoggiandosi alla cattedra, vedevo occhi specialmente femminili, dicevo. Erano ragazze, ed anche ragazzi, nel passaggio tra l’adolescenza e la giovinezza, con una spericolata voglia di vivere anche irresponsabile, non rendendosi conto che l’insegnante svolgeva attività sotto controllo, e doveva contemporaneamente impartire conoscenza e mantenere l’ordine, e quest’ultimo impegno era, ed è spesso più arduo che insegnare. Litigi fra studenti, gelosie, voglia di conquistare la simpatia del docente, differenze sociali, bellezza o bruttezza, tutto contribuiva al disordine, oltretutto vi era l’eterno desiderio di farsi gioco del professore, e proprio al Terenzio Varrone ne passai di rischiosissime. Era stato nominato preside un docente ambiziosetto e queste piccole cariche, specie in provincia, valgono considerazione sociale. Un personaggio stravagante e frenetico, la presidenza era lo scopo incandescente della sua vita e quando l’ottenne si scontrollò totalmente impartendo ordinanze generalizie come se fosse in guerra contro i bidelli, i docenti, gli alunni e chiunque mettesse piede nell’istituto. Pervenne a stabilire che il docente doveva accertare se gli studenti dicessero il vero richiedendo di andare in bagno. La richiesta suscitò il dileggio di tutti gli studenti e la stupefazione di tutti i professori, le lavagne si coprirono di disegni in cui i professori tastavano la vescica degli studenti, di studenti che se la facevano addosso e figurazioni del genere. Non meno stramba l’ordinanza che richiedeva al professore di inviare lo studente in presidenza per ulteriori accertamenti urinari o evacuativi nei casi dubbi. Rieti cominciò a sghignazzare, nei bar, nelle piazzette; se ne discuteva, di queste ordinanze presidenziali, i genitori si adirarono, gli studenti divennero beffardi, i professori si trovavano in difficoltà, esposti ai comandamenti presidenziali e all’insubordinazione degli studenti. Incominciarono offensive di tutti contro tutti, pervenendo ad una richiesta di ispezione da parte del preside contro i docenti e agli scioperi da parte degli studenti. Io stesso fui ispezionato e mentre l’ispettore ascoltava la mia lezione con una certa timorosità perché aveva saputo che io scrivevo sui giornali, taluni studenti, uno in particolare, si chiamava Francesco, molto indocile, schiamazzava in classe, e questo mentre io correvo sull’abisso dell’ispezione. Sì, c’è dell’irresponsabilità negli studenti. Un altro studente di cui ricordo il cognome, De Iulis, aveva tendenze artistiche, creava in classe situazioni teatrali, compiva sacrifici a un Dio di sua invenzione, Coco, ed eseguiva, sacerdotalmente, il Coco Rito, impossibile o drammatico, frenarlo. Quando vi fu l’esame di licenza liceale, recò una teiera e decine e decine di bicchierini e al cospetto della commissione distribuì il te ai compagni e la commissione fu talmente sbalordita che non intervenne. Lo stesso De Iulis mise in scena al maestoso teatro Vespasiano di Rieti un mio testo: “ Padre e Figlio”. Aveva dell’estro, non ne seppi nulla, dopo la scuola. Ricordo indimenticabilmente le ragazze con i volti proprio della adolescenza e prima giovinezza, la pelle dell’adolescenza, i capelli della adolescenza, i corpi slanciati, snelli, i polsi sottili, le mani ancora integre, invece i loro genitori apparivano vecchi e logorati a quaranta, cinquanta anni. Una si chiamava Francesca, la treccia bionda le giungeva sotto la schiena, era di portamento dirittissimo, alta, sembrava una divinità del grano; un’altra era figlia del gioielliere della città con degli occhi neri affettuosissimi, il fratello meno studioso della sorella, Paola, anche il fratello Luciano, possedevano e possiedono un albergo ed un ristorante di lusso, il Calice D’oro. Impossibile dimenticare Antonio Cicchetti, proprietario di una calzoleria con un fratello e i genitori, un piccolo capo popolo, comiziava fin da ragazzo, è stato sindaco della città e credo lo sia ancora. E Claudia, che poi studiò medicina… Erano tanto affettuosi che quando fui trasferito in sede romana vollero che io andassi a dare loro lezione e per qualche mese, in una abitazione, vennero… Una ragazza, sarda, divenne farmacista o possedeva una farmacia di famiglia, una, si chiamava Santoni, era di Leonessa… L’antica chiesa di San Francesco, il fluente fiume Velino, il Bar Quattro Stagioni, la Loggetta del Vignola, le tegole scagliose delle case reatine… Myriam Rosati Ponziani, una docente di italiano, piccola, animosa, quanti discorsi sul futuro quando avevamo un lungo futuro e non, soprattutto, ricordi…

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