La memoria dei ricordi. Amicizie… amori. (Sedicesimo e Diciassettesimo Capitolo).

La memoria attinge ai ricordi per vincolarsi alla realtà e non soccombere al panico del vuoto. In tal modo, senza continuità temporale, così come insorgono, la Vita rivive se stessa per contrapporre quanto ha vissuto, amicizie, amori, prima che il Tempo muoia, cogliendo quel che resta del nulla...

Antonio Saccà

Giano Accame

Negli Anni Ottanta, ormai frequentavo la Destra. Usare questo termine mi falsa: frequentavo me stesso esprimendomi in altre sedi. Non ho rinunciato a me stesso, pur modificando talune attese, ad esempio credo assai meno alla nuova civiltà retta dal proletariato. Se il proletariato mi deludeva, la borghesia si vendeva per vendere, mi restava la “nobiltà dello spirito”, la qualità della cultura e dell’arte, oltre, ovviamente, non dissanguare il povero pur di accrescere il ricco… Ora, a “Destra”, qualcuno che non ritenesse Dante Alighieri un reazionario, speravo di incontrarlo, almeno! Che tempi!

Nei vari incontri, convegni, presentazioni, tutti conoscevamo tutti, tra i molti, Giano Accame. Quantunque leggermente curvo come avviene alle persone alte, era, appunto, alto, ben proporzionato, dai tratti signorili, i tratti che vengono da generazioni di persone distinte, anche il modo di parlare, anche i gesti, anche per la maniera che gli abiti assumevano nel rivestire il suo corpo… Un personaggio da Anni Trenta, colori grigi, giacca e cravatta, avesse portato un Borsalino sarebbe tornato nel passato… E non si trovava bene nel presente, Giano… Aveva scelto la Repubblica Sociale qualche giorno prima della sconfitta, lui ragazzo, e ne diceva come di chi va per strade storte, nato per sbagliare… Giano Accame teorizzava sul nucleo essenziale della Destra Sociale, l’associazione tra le classi, segnatamente il proletariato e la borghesia. Il Fascismo riteneva necessaria questa collaborazione sia contro la lotta di classe di concezione marxista, sia contro la lotta di classe di concezione capitalista. A “Destra” vi erano i promotori delle Corporazioni, i promotori della partecipazione agli utili, e Giano Accame che propugnava la Co-gestione tedesca (Mittbestimmung, non so se lo scrivo correttamente).

Io, ormai critico del marxismo, avevo tuttavia pubblicato nel 1983, “Marx contro Marx”, Dino Editore, la più completa biografia di Marx in Italia, consideravo minutaglia queste concezioni, potevo non illudermi sulla nuova civiltà dovuta al proletariato, ma ero e sono certo di non illudermi sull’andamento storico dello sviluppo delle tecnologie che avrebbero sconquassato i sistemi economici, rendendo vacue le presunte elaborazioni collaborative tra capitale e lavoro. Oltretutto il “superamento” della lotta di classe per imposizione, come nel Fascismo, non era un superamento. Al dunque, taluni credono che il capitalismo possa essere salvato anche quando il lavoro sarà sostituito dalle macchine o sarà attuata la fusione nucleare o andremo su altri pianeti! Non hanno la più ridotta cognizione degli effetti che recheranno le tecnologie e sospettano di comunismo o non so che, coloro, rarissimi anche oggi, i quali si avvedono che tecnologie estreme e capitalismo sono nemici mortali. Solo un cenno, ne ho scritto in molti libri. Accame non usciva dalla Co-gestione e dalla Economia renana, ed in effetti il modello tedesco è tra i pochi a mantenere il capitalismo in condizioni non disperate per il “popolo”, ma la Storia è lunga. Discussioni a non terminare. Convegni, e soprattutto le periodiche cene con Ivo Laghi o con Antonio Landolfi, che era stato Senatore socialista, intrinseco a Giacomo Mancini. Giano aveva pubblicato un volume, “Socialismo tricolore”, quindi una storia della nostra Repubblica, ottenendo credito anche dagli avversari, retto come era, di sincere convinzioni e tutt’altro che nemico del popolo. Diresse il “Secolo d’Italia”, mi chiese di collaborare, agli inizi degli Anni Novanta, e vi rimasi fino alla morte del quotidiano, ne dirò. Fui libero, del resto non avrei accettato se non lo fossi stato, in quel che scrivevo. Ma il “socialismo tricolore”, la cogestione, non furono graditi, e Giano cessò la direzione. Si immalinconì più di quanto lo fosse. A tavola beveva amari più che cenare e soffriva mancamenti. Avvertiva il passaggio del benessere da Occidente ad Oriente, e lo considerava “storico”, un accadimento, io me ne spiacevo. Credo fosse convinto che tutto era perduto. Aveva una bella consorte, Rita Delcroix. Manteneva i tratti dignitosi di un passato… passato. Una persona perbene.

Mio padre Ludwig

Stavo dal mio compagno Giuseppe Russotti, vi era anche il fratello maggiore, Sebastiano, nella loro casa, a Messina, Sebastiano pone un largo disco nel grammofono, giri muti, quindi un’armonia che dilatò la stanza, fisicamente, venni trasportato nello spazio, subii l’alterazione dell’esistente per un qualcosa di sovrumanamente più bello, più radioso… Fu l’incontro con la musica, la Musica, e con mio padre, finalmente trovato, Ludwig van Beethoven! Ascoltavo il Primo Tempo della Sesta Sinfonia, diretta da Arturo Toscanini.

Mesi o anni dopo, mi reco a Modena, studente universitario, un convegno, città nebbiosa, su di una strada, venditori, dischi, ne compro qualcuno, torno a Messina, un disco risuonava della Ouverture Accademica di Joannes Brahams, di impetuosa giovinezza, l’altro… L’altro conteneva musica da camera, Op. 18, trio, di Ludwig van Beethoven. Fu allora che Ludwig van Beethoven divenne totalmente mio padre. E poiché lo conoscevo ormai ragazzo, cercai di riparare il tempo andato, non disponendo di mio padre Ludwig mi fecero da insegnanti i biografi. E come avviene, se uno sa che trovare, lo trova. Romain Rolland, di sicuro, per cominciare, un librettino economicissimo, “Vita di Beethoven”…

Mio padre Ludwig era nato nel 1769, il padre di mio padre Ludwig, un poveraccio, si ubriacava addirittura, la madre di mio padre Ludwig una bravissima donna, mio padre Ludwig la amava moltissimo… Da giovane, mio padre Ludwig, ebbe qualche vanità, si rendeva elegante, frequentava i nobili, perfino non chiuso alle donne… Venne da subito preso in conto… Non era bello, mio padre Ludwig, tracce di vaiolo, basso, tozzo, occhi grigio-azzurri infossati, e un che di esplosivo nell’intero corpo, una potenza di energia che stava sul punto dello sfogo con furori continui, nella vita e nella musica. E vaste effusioni amorevoli che carezzavano l’esistenza, nella vita e nell’opera… Mai scorderò il violoncello di un Trio di quell’Opera 18, si accaniva in suoni rustici, le corde graffiate, una musica aspra, una lotta… Dubito che mio padre Ludwig conoscesse la filosofia di Federico Guglielmo Hegel, erano coetanei, ma se vi fu uomo padrone della Dialettica è mio padre Ludwig, più dello stesso Hegel che se ne pomponeggiava. Sempre guerre, e bastioni da schiantare: scontri…

Sono figlio di Ludwig van Beethoven. Ma un figlio postumo. Nel tempo detto reale, figli Beethoven non ne ebbe, ma un nipote lo ebbe, Carlo, figlio di un fratello, quando il fratello di Ludwig morì, Ludwig intendeva curarsi del nipote Carlo, togliendolo alla madre che egli riteneva una donna corrotta… Impazziva, povero, infelicissimo padre Ludwig… La Terza Sinfonia, che solo Dio potrebbe eguagliare, l’ultimo Tempo di una sonorità crescente, colma di tutti gli strumenti che avanzano a mete sconfinate dopo la desolazione del Secondo Tempo… Niente, pensava a Carlo… I Quartetti Op.59, invidiati da Apollo e Orfeo, intimi, di un uomo che compone per se stesso giacché gli altri non capiscono, con frasi che sembrano pensieri sull’esistenza, al di sopra della semplice musica… Niente, pensava a Carlo… E l’incredibile, segmentatissima, scheggiata di minime variazioni agitate, la Sonata a Kreutzer, per violino e pianoforte, con il violino che muta direzione in spazi ristrettissimi… Niente, pensava a Carlo… E le Sonate per pianoforte, gli Addii, la Patetica, Al chiaro di luna… Lo sciaguratissimo nipote Carlo tenta il suicidio, e mio padre Ludwig quasi ne muore…

Lo riconosco, difficilissimo uomo, mio padre Ludwig, cambiava case e domestici forsennatamente, con i domestici rissava in perpetuo, un “qualcosa” non gli dava requie, anche nella vita pubblica, Napoleone lo aveva deluso, perfino Goethe lo aveva deluso, ricordo, ai bagni di Toeplitz, cammina insieme al magnifico Goethe che ci tiene a salutare i nobili, laddove mio padre Ludwig si cala il berretto sugli occhi e non saluta alcuno e poi se la prende con lo stesso Goethe rimproverandolo di sudditanza… Intendiamoci, mio padre Ludwig mi parlava con fermo rispetto verso il magnifico Goethe… Con la Nona Sinfonia, per coro e orchestra, mio padre Ludwig si rende l’uomo più indicativo sulla appropriata maniera di vivere concepita da un uomo, superiore ai Messia ed ai Profeti, i quali poggiano sulla fede e quindi sull’implausibile. Nessun aiuto estraneo, l’uomo, a nudo, tutto umano e solo umano, che conquista la Gioia! E crepino la morte, l’infelicità, e l’aldilà, e tutte le escrescenze fantomatiche delle religioni. E come cantava a squarcia voce, mio padre Ludwig, nell’ultimo Tempo!

Sonate Op. 109, 110, 111, ormai parlava a sè stesso, aveva spezzato ogni regola esterna, fondava il suo ordine musicale, e componeva in totale soggettività, no, no, non il disordine, ma il suo ordine, stabiliva la musica a modo suo… E ancora un inno alla vita, la Missa Solemnis, non una Messa funebre. Era troppo infelice nella vita per esserlo nell’Opera. Voleva la vita. Non accettò che il dolore gli traesse il “No” alla vita… Quel disgraziato di maggiordomo o che fosse, dargli dolore, perché ormai mio padre Ludwig era sordo e incapace di sopravvivere, gli faceva le angherie, le prepotenze, quell’infame Schindler o come si chiamava!

Morì solo, atroci tormenti al fianco, il fegato ridotto una pietra, il bere e il dolore… Lo sciagurato Carlo, quella vipera di cognata, perle ai porci, gli uomini non meritano uomini come mio padre! Ma ci sono io, padre Ludwig, non soffrire, siamo una folla, e ti amiamo rivaleggiando a chi ti ama di più… Ma tu volgi le spalle e mormori Carlo, ed alzi i pugni al cielo!

 

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