La Memoria dei ricordi (Capitoli 19 e 20).

Amicizie... amori...

Armando Verdiglione

Fu Antonio Altomonte a dirmi che Armando Verdiglione voleva conoscermi. Chiesi chi mai fosse, e Altomonte fu sorpreso che non lo conoscessi neanche di nome, e me ne accennò con serietà.

Al Grand Hotel, vicino Piazza Esedra, a Roma, incontrai Armando Verdiglione. Salii nella sua stanza lussuosa, si abbigliava, mi accennò che aveva piacere di conoscermi, che mi leggeva su “Il Tempo”… Era un giovanotto grasso, voluminoso, occhi scuri da calabrese, capelli nerissimi da calabrese, pelle olivastra da calabrese, parlata da calabrese, ed era calabrese, ma un calabrese che si era innestato a Parigi, frequentato studi di psicoanalisi, credo il noto Jacques Lacan, quindi si era stabilito a Milano professando la psicoanalisi, e tendeva a fare “scuola” di suo. Il soggiorno a Roma nasceva da un convegno al Grand Hotel. E fu il primo degli spettacoli di quel regista del teatro culturale che era Armando Verdiglione. Il Mondo, proprio, da tutto il Mondo, scrittori, docenti, pittori, imprenditori, giornalisti, e i più famosi, interventi a non smettere, con Verdiglione a reggere l’intero, senza ombra di stanchezza, in completo frescolana sempre, in cravatta sempre, in grigio, colletti stiratissimi, come la piegatura dei calzoni.

Si era creato e si creava un linguaggio ed una filosofia, parlava con termini di conio psicoanalitico, sembiante, cifra, cifrematica, ma è un cenno, al dunque voleva far da fondatore di una psicoanalisi alla Verdiglione, l’inconscio, il linguaggio, il malinteso, avversava lo jungomarxismo, come lo definiva, la terapia farmacologica, e proponeva un uomo progettuale, imprenditore di sé, in una totale imprenditorialità, dall’arte alla finanza, un “Secondo Rinascimento”, pubblicò un testo e una rivista con questa denominazione. E diede campo ad una casa editrice e ad una ulteriore rivista, Spirali, e poi, mi pare, Cifrematica. La casa editrice, Spirali, fu, per anni, la più inconsueta del nostro paese, pubblicava i testi dei dissidenti dell’Est, e volumi ormai eclissati, di radicale interesse… Aveva dei collaboratori, Verdiglione, che lo seguivano nelle convinzioni e nell’impresa editoriale, innanzi a tutti, la compagna e poi consorte, Cristina Frua de Angeli, bella, operosa, di illustre famiglia lombarda, e tanti, tanti altri… Seguii la ventura di Armando passo passo, collaborai alle riviste, partecipai ai convegni in Italia e all’estero, pubblicai dei libri con Spirali, un libro di poesie, due di saggistica, un libro di racconti, un romanzo, conobbi, da Verdiglione, la civiltà culturale internazionale, da Borges a Jonesco, Zinoviev. Henry Bernard Levy, ma davvero solo qualche nome, c’era il “mondo”… A Milano, la sede degli incontri in via Torino, di fronte al Duomo. Poi, Senago. Senago, Villa Borromeo. Ed il Rinascimento diventa realtà. Villa Borromeo. Un gran cortile. Ai due lati e in fondo le costruzioni, un lato vuoto per l’ingresso nel cortile. Aura Secentesca, mantenuta anche nel riadattamento, saloni giganteschi, corridoietti minuscoli, stanze per gli ospiti come per dei monaci antichi, mobili d’epoca, massicci. Ed il parco intorno e lontano. Arrivavo a Linate, mi venivano a prendere o noleggiavo il trasporto, e via, a Senago, venti minuti da Milano, il cancello, la salita, il cortile, scendevo, e tanti conoscenti, amici, ormai, dopo anni ed anni. Colazioni, pranzi, cene, i convegni, le cuffie per le traduzioni, tutto registrato, lotta al comunismo, lotta ai farmaci, viva l’inconscio, abbasso l’uomo addomesticato… Qualcosa dovette spiacere, in quegli anni Ottanta, di questo calabrese attivo, fattivo, e senza partito politico. Sia che sia, sono a Milano, al centro, firmo il mio libro di poesie per inviarlo ai critici, parlo con Armando, ci vedremo a Roma tra due giorni all’Hotel Excelsior per la presentazione, torno a Roma, il mattino acquisto i giornali, e che leggo: Armando Verdiglione arrestato! La presentazione avvenne lo stesso, giunse Cristina, una folla. Arrestato, e perché? Dicevano, i magistrati, che Verdiglione, sia pure non personalmente, un suo collaboratore, aveva tratto denaro da un “paziente” in stato di soggiacenza, ed, anche, che era avvenuto un abuso sessuale… Non ricordo bene, Armando venne condannato al carcere. Lo andai a trovare. Mi chiese di aiutarlo con la stampa. Ma per anni Verdiglione fu bandito. Tornò libero, dopo la pena. Riprese in pugno l’esistenza. Villa Borromeo più rinascimentale del passato, convegni, riviste; la casa editrice, però, scema, la Villa diventa anche albergo di lusso, sede di convegni altrui, la concezione dell’imprenditorialità è una realizzazione, ma ripete se stessa, culturalmente, in ogni caso il nostro Paese non vive un secondo rinascimento. Armando e Cristina hanno problemi giudiziari rinnovati. Ma quel che abbiamo vissuto non lo cancella nessun tribunale!

Stefania Ferrero

Stefania Ferrero aveva origini piemontesi e svizzere. Figlia unica, nipote unica, la opprimevano eredità cospicue da ogni parte. Case, negozi, sezioni di alberghi, tutto suo. Ma di questo “ tutto suo” non amministrava alcunché, erano amministratori il padre, per quel che riguardava i beni ancora del padre e l’eredità materna di Stefania, di cui il padre era usufruttuario, ed un cugino, per quel che riguardava l’eredità materna in beni di cui i cugini avevano anche essi proprietà. Stefania si sentiva spodestata, e, nei momenti eccitati, derubata. Oltretutto, non sapeva che fare. Deliberatamente o timorosi dei suoi nervosismi, la scansavano dall’impegnarla nella conduzione del patrimonio, con ira ulteriore di Stefania, la quale riceveva una rendita mensile da ricca, che lei giudicava da povera, dunque contrasti perpetui. Non aveva una salute potente, piuttosto una salute da agitazione, e ricadeva in abulie, animazioni turbolente, voglie di imprese, in modo da mostrare alla famiglia, di costruttori, ed ai parenti, titolari di un marchio famoso, lo Strega, che lei, Stefania, era “capace”. E poiché la escludevano dall’economico, si era inventata una attività culturale, come accade ai figli, e soprattutto alle figlie di borghesi abbienti.

Anni Sessanta-Settanta, finisce il realismo o neorealismo che sia, con l’avvento dell’industrializzazione, il mondo contadino, che aveva fornito materia alla letteratura ed alla pittura lascia campo all’arte di avanguardia, sperimentale. Stefania coglie la possibilità di “realizzarsi”, è proprio un classico, si stacca dall’utilitarismo borghese e si pone come mecenate della cultura. Nella sua grande abitazione, ai Parioli, accanto a Piazzale delle Muse, in Roma, fonda il Centro Culturale ArteSpazio, impegnando il vasto salone per mostre, conferenze… Doviziosa come era, di famiglia ragguardevole, ha facilità nelle conoscenze, del resto i pittori non cercavano altro che una opportunità di mecenatismo. Era bellissima Stefania, la bellezza di chi viene da generazioni di persone benestanti. Le mani morbide, lunghe, levigate; i polsi sottili; i capelli fini, lunghi, nerissimi; gli occhi marroni con un qualcosa di turbato, una foschia, talvolta; la fronte che chiudeva un ovale da ragazza fragile, rispetto al corpo alto, consistente, formoso; elegante senza studio, per la qualità delle vesti, le gonne ampie, zingaresche, gli orologi preziosi, un brillante paglierino grande come una nocciola… Nei frangenti di questa operosità artistica, Stefania incontra un uomo che deciderà anni della vita di entrambi. Paolo Ganna fu un pittore, non celebre, negli Anni Sessanta-Settanta, ma non da scartare. Abbandonava la ritrattistica contadina, al modo di Carlo Levi, o proletario-erotica, al modo di Guttuso, e si riferiva a Leger, componeva pure delle panoramiche di mare dalle apprezzabili coloriture spaziose, ed incisioni di alberi niente male… Non aveva fortuna, si legò a Stefania, in qualche maniera convissero, Stefania mise il salone della sua abitazione a disposizione dei pittori e di Ganna, mostre, conferenze, perfino qualche edizione, ma Stefania conservava le ascendenze piemontesi e svizzere, molto parsimoniosa, vivevano di sogni, Ganna si inquietò di non riuscire, Stefania si inquietò di sostenere un uomo che non riusciva. E la storia finì.

Sposai Stefania Ferrero il 2 Febbraio del 1980, nel Municipio di Messina. Le vicende private non sono oggetto di questo ricordo, lo saranno, nella loro strabiliante veemenza, in sede “romanzesca”, perché romanzesche furono. Ma con Stefania Ferrero, con Stefania, con mia moglie Stefania… Quanto abbiamo vissuto, quanto ho cercato di renderla all’altezza della sfida con la sua famiglia, i suoi parenti, per dimostrare che non era una nullafacente sbandata… La famiglia voleva un erede maschio che continuasse l’impresa avita di costruttori, lei era donna, si che la “famiglia” non la accettava, e Stefania doveva “dimostrare”, ripeto, di valere… Entrai in questa macchinazione mentale… Solo un cenno… Docente, giornalista, autore di libri, inondai ArteSpazio di conoscenti, di amici… Per decenni non esistette a Roma una sede non pubblica paragonabile alla nostra. Sebbene io potessi disporre dell’Università, dell’Università della Terza Età, ero ospite di Armando Verdiglione, e cominciavo il sodalizio più rilevante della mia vita culturale, con Salvatore Dino, tuttavia quel Centro a casa “mia” costituiva una mescolanza di rapporti personali e rapporti sociali come potevano esserlo i “salotti” del passato… Le stesse persone, dopo le riunioni, le cene, nel giardino di casa o al ristorante, ogni settimana, ogni quindici giorni, romanzi, saggi, ancora quadri… E un’ondata di persone che cercavano qualche opportunità, chi voleva esporre vestiti, chi gioielli, chi voleva reclamizzare spettacoli, il cartomante, il chiromante, il grafologo, il produttore di vini… Sapendo che Stefania era ricca e che veniva da noi tanta gente benestante, i “poveracci” tentavano di rosicare mollichine, e poi gli scrittori, e gli attori, i cantanti o le cantanti… e i politici, che talvolta giungevano, non invitati, e si reclamizzavano… Ma si discuteva sul serio, feci conferenze, presentai libri, Massimo Grillandi, Antonio Altomonte, Fausto Gianfranceschi, Domenico (Mimmo) Fisichella, il tossicologo Prof. Malizia, lo psicoanalista Emilio Servadio, Francesco Grisi… Solo qualche nome… Il giudice Imposimato, Alberto Bevilacqua… Se la vita culturale era come detto, la vita economica quotidiana fu un viavai di proposte dei più mirabolanti “affari”, tra i quali, mi riguardò esclusivamente Stefania, il finanziamento per la costruzione di caverne atte a difendere l’umanità dalla eventuale guerra atomica, in cambio Stefania avrebbe ricevuto un busto marmoreo, con una targa, presumo… Molto più concreti i dipendenti della Finanza che venivano a recare attestati falsi, poniamo sulle plusvalenze, ottenendo remunerazione. Che meraviglia! Che solerzia! Che devota premura! Stefania aveva una salute incerta o debilitata, impennate operose, cadute, i medici non capivano, e quando capirono fu tardi. Si recava a Saturnia, ai bagni sulfurei, in un albergo costosissimo, faceva tutte le cure, si sentiva rinata, per qualche tempo… Aveva acquistato tre casette, nel paese, ma non le abitammo, stavamo nel comodissimo albergo delle Terme. Frequentava le Terme anche Giulio Caradonna, parlamentare, con la moglie Ortensia, eravamo amici, anche a Roma. A Saturnia, Stefania era vittima di vere truffe. La sera, vi erano banditori di aste, tappeti, mobili, servizi di posate, orologi, Stefania, cautissima nel denaro, spendeva cosmicamente per le cure e per le vendite, si che i banditori stringevano con lei (falsa) amicizia, le proponevano chi sa che, oppure, nelle aste, si accordavano con un “compare” o una “comare”, salivano l’offerta, e Stefania, pur di vincere, pagava dieci quel che valeva due. Non era facile intervenire, avrei dovuto farle capire che veniva ingannata, la mente di Stefania era fin troppo delicata per sopportare un giudizio che la deludesse… E così tornavamo a Roma in una casa dove, per dire, un vaso cinese di millenni cadeva per l’incuria di un domestico o una domestica senza che Stefania si agitasse e invece un tappeto persiano comprato all’asta, di medio valore, sembrava un affare, e dovevamo rispettarlo. Scrisse poesie, Stefania, semplici, sentite, due volumetti, con la sua bella immagine in copertina. Ci separammo, tornammo insieme, ci separammo, divorziammo, Stefania si ammalò radicalmente, si risposò, qualche mese prima di morire. Ma di questa sarabanda luttuosissima occorre tanto spazio in altro luogo.

 

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