La Memoria dei ricordi (Ottavo, nono e decimo capitolo) – Amori… Amicizie.

Tre capitoli dedicati ad altrettante figure femminili tratte dall'ulltimo libro del Professor Antonio Saccà, di memorie familiari e di amici, edito da Armando Editore, con la copertina realizzata da Carmelo Crea.

Antonio Saccà

Enrica M

Ho scritto di te, poesie, anche nel mio primo romanzo, “ Un uomo provvisorio”, dove esagero la chiusura, dicendo che non restava alcunché di te in me.

È vero a metà, ho ripensato al male che ti ho inferto, e non lo meritavi, non mi avevi colpito se non per le mie fantasie, che ti creavano falsa e non lo eri, disamorata e non lo eri, distante ed era il contrario. Ma io tenevo in me queste fantasticherie e te le applicavo, rendendoti quel che ti pensavo. Hai sopportato abbandoni, ritorni, appostamenti, sfuriate, sospetti, sempre a cercare di restare con me… Decenni hai inviato auguri a mia madre per le festività, filo di seta con me…

Quando ti ho definitivamente abbandonata dopo giorni mi hai chiamato e ricordo la tua voce balbettante a chiedere le mie intenzioni, ci vedemmo, piansi, eri invecchiata, una vecchia non la giovane piena che conoscevo, piansi, ma ti lasciai… Dopo anni, pubblicando il romanzo, te lo inviai, pazzo come continuavo ad essere, e mi rispondesti con un bigliettino, ringraziandomi (!). Ora non so se vivi, vorrei vederti, non vorrei vederti, come per Elsa, per Stefania, intenderei chiederti scusa, l’esistenza sovente mi ha preso la mano, sono stato malvagio a casaccio, senza costrutto, ho dilapidato me stesso, e tu sei finita nei labirinti di un uomo che in fin dei conti cercava di distruggersi distruggendo. Non so capirmi.

Rita P

Quanto eri bella! Scoppiavi di bellezza. Sana, lucente, una mela colorata, gli occhi gialli, i capelli, a caschetto, dorati, ed un corpo degno delle femmine dell’arte greca dell’antica Atene, i seni alti, eretti, a coppetta bombata. Anche su di te passò il carro armato delle mie gelosie, delle avidità impazienti e prepotenti, dei timori di perderti, della violenza di averti. Ti ridussi uno straccio secco. Poi sei rinata e illuminavi le strade, mi aspettavi, ormai io ero in altri amori, e tempeste, ti vedevo girare come una stella disorientata, chi sa quale costellazione ti ha presa. Meritavi di splendere.

Laura C

Come gioiello, falso, vera, come puttana vestita da signora, una morta di fame snob, uno scheletro nell’armadio. Tempo gettato ai porci e alle mogli dei porci.

Trecento chilometri andata, ritorno di trecento chilometri, per vederti cinquantadue, al massimo cinquantacinque secondi, e sfiorarti un dito (oggi mi posso contentare, ti dicevo, sorridendo bilioso), poveraccia come eri mi scorazzavi sulla schiena per avere dominio su qualcuno. Quando infine ti salutai con un arrivederci che era un addio e sentivi che uscivo dalle tue mani unghiose, perdesti la presa della roccia e ti udii sgomenta, panicheggiante. Questa è la bellezza dell’amore, che cessa di battere, e colui venne arrotato soccombente ai desideri e alle privazioni e per un atto di presenza scardina l’esistenza, diviene lui il mancante, il privatore, e l’altro sprofonda lungo le pareti dell’indifferenza di chi troppo amò e si è stancato di amare una come te.

Mi hai chiamato, dopo, ed eri afflittina, povera rondinella. Cercavi di nuovo il nido e la grondaia. Forse, vecchietta e con il bastoncino, cerchi ancora. Non sai vivere senza ingannare.

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