La Memoria dei Ricordi (XVIII capitolo).

Amicizie... Amori...

Mio fratello

Mi sono considerato figlio unico, e non concepivo che mia madre avesse amore per i miei fratelli, esistevano ma non esistevano in relazione a mia madre, che esisteva esclusivamente per me. Ma fratelli ne avevo, un maschio, due femmine. E sentivo nei loro confronti un affetto del tutto immedesimato, tra me e loro, purché mia madre restasse per me, e questo neanche immaginavo che non avvenisse. Una sorella, Ermanna, era troppo delicata per sopravvivere. Un’ombra lieve, i lunghi capelli finissimi, gli occhi scuri, vasti, incantati, bianchissima di pelle, sul punto di dissolversi, e neppure adolescente, più che morire, svanì…
L’altra sorella, maggiore di tutti noi, era scurissima di capelli e di occhi… Mio fratello era mio fratello, perché era mio fratello, ma se un estraneo ci avesse visti accanto mai avrebbe detto: ecco due fratelli! E se ci avesse frequentato, avrebbe detto: non sono fratelli. Robusto, biondo, bellissimo, socievolissimo, mio fratello, io, tranne qualche chiarità infantile, scurissimo, timidissimo, e rifugiato in mia madre. Studiò in collegio, mio fratello, ed anche le due sorelle, ci scambiavamo lettere sui giornalini che leggevamo, ne eravamo pazzi. Studiava da seminarista! E ad immaginare che prete ne sarebbe uscito… A Pedara, vicino Catania. Ma non era il caso di continuare. E tornò a Messina, da noi. E iniziò un corso di infemminamento che cessò con la vita. Un cane da caccia per donne. Da ragazzo. Tornava a casa oltre l’ora ufficiale. Mia madre lo aspettava per rimbrottarlo o malmenarlo, mio fratello scalava il balcone, io, complice, gli aprivo le imposte. Anni terribili. Stavamo, mia madre ed io, in attesa che ci dessero notizie estreme, che fosse finito sotto un tramway, che qualche fidanzato o marito lo avesse accoltellato… Tardi, tardissimo, per quei tempi, anni Cinquanta, mia madre ed io, seduti, muti, disperati, all’ingresso, mia madre fantasticava punizioni, io non mi addormentavo se mio fratello non tornava… Capivo dal grattare che era sul balcone, gli aprivo, si addormentava nel sonno del giusto… Mia madre fingeva di non capire che era tornato… Non aveva tempo per studiare, mio fratello, comunque il Liceo lo frequentò dai Gesuiti, raggiunse l’Università, Giurisprudenza, troppo ardua a Messina, e si spostò nella accomodante Palermo, e si laureò.
Fece praticantato in uno Studio illustre, dell’Avvocato Giuseppe Gentile, padre di Titti Gentile, che divenne consorte di Giuseppe Russotti. I Gentile erano parenti di una famiglia a sua volta eccellente, i Mazzaglia, e mio fratello sposò una Mazzaglia, imparentandosi con i Russotti. Al dunque, mio fratello fu all’interno della buona società messinese. E poiché era di una effervescenza non trattenuta, al contrario, e cantava, ballava, suonava, di bell’aspetto, e cominciava una dignitosa carriera di professionista, pervenne alla presidenza dell’Ordine degli Avvocati della Città, implicato nelle associazioni dei “signori”, del genere Lions, Rotary o che altro, divenendo il riferimento, l’animatore, l’amico di tutti, e specialmente di tutte. Inventò gruppi musicali, tenne luoghi di danza, fu il primo a fondare una televisione privata nella Città, ancora esistente, RTP, inoltre gli venne il mal della pietra, e acquistava abitazioni giungendo a suscitare una cooperativa di amici che edificarono un palazzo con veduta sullo Stretto di Messina, che non è secondo a Istanbul. Quando mi recavo a trovarlo, ormai da anni assente, io, se scendevo o salivo a piedi, in questo palazzo, ad ogni piano vi erano i conoscenti o gli amici del tempo che fu, e tutti i miei nipoti, figli di mio fratello, e di mia sorella maggiore, avevano casa lì… Si costruì una villa sulle colline, sempre con vista al mare, alle isole Eolie, a Capo Milazzo… Medici ed avvocati, in quel palazzo, si incontravano a cena, mio fratello cucinava con dedizione, pescavano, si beffavano spesso tra di loro, giocavano a carte, e soprattutto vedevano le partite di calcio, dove l’amicizia finiva… Mio fratello, se la “sua” squadra andava male, si chiudeva in un dolore shakespeariano… Lavorava forte, dormiva non più di quattro ore, il pomeriggio un riposo minimo… Ogni giorno andava a salutare “mia” madre… Io seguivo le vicende da lontano, Firenze, Roma, e tanti viaggi in tanti paesi… Quando tornavo, per un momento mi immergevo nella cronaca locale, i conoscenti, i luoghi, pur sapendo che c’era il vasto mondo… Mio fratello accettava discontinuamente che io avessi un mondo di maggior respiro, i libri, i giornali… Mi chiamò il figlio maggiore, di sera, e mi disse che il padre, mio fratello, era in fin di vita e forse non avrebbe resistito la notte. Quando mi richiamò, al mattino, seppi della morte di mio fratello. Partii, da Roma. Giunsi al funerale appena iniziato, Chiesa di San Francesco, antica, con una lunghissima navata e le statue dei Santi ai fianchi, se non mi avessero salvato il posto sarei rimasto in piedi, una folla da spettacolo, lo spettacolo dell’amicizia e dello sbalordimento. L’Avvocato Saccà, morto! Una contraddizione. Era la Vita, gli piaceva tutto della vita, stava bene nella vita, godeva la vita, non perdeva un attimo di vita… Le amanti di certo ricordavano la sua passione, gli amici i balli, le canzoni, le cene, i colleghi le dispute forensi… Morto l’Avvocato Saccà? Ma no, stiamo sognando, tra poco ci chiamerà per la cena di domani! Ciascuno temeva per se stesso, se la Morte aveva tirato giù quell’uomo… Come dire a mia madre che il figlio era morto? Decisi e dissi ai parenti di non dirglielo. Per anni, da Roma, la chiamai inventando che mio fratello aveva una malattia contagiosa che lo obbligava in una stanza incomunicabile, gesticolavamo separati da un vetro, sì, mi diceva di salutarla, sarebbe tornato… Mia madre mi chiedeva di riferire a mio fratello che lo aspettava… Inventavo successive mezze guarigioni, possibili trasferimenti, quando mi recavo a Messina le narravo quanto stava bene mio fratello… Mia madre ascoltava contenta… Ma la notte piangeva, cauta, per non farsi scoprire… Visse anni ed anni, mia madre, credo che volendo rivedere il figlio si accrebbe l’esistenza. Cento anni. Quando stava per morire, le dissi: Mamma, Franco è in viaggio, arriva, e mi sforzai di sorridere a lei che sorrideva, morendo.
What do you want to do ?

New mail

1 Commento su La Memoria dei Ricordi (XVIII capitolo).

  1. Memorabile narrazione.

Rispondi a Elisa Annulla risposta

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*