La Nazione Europa – parte terza.

Italia: cominciare dal passato.

INDIVIDUO E COMUNITA’

Non vi è contraddizione nel difendere, nell’affermare la Nazione e nel sentirsi cittadini del mondo e difensori dell’umanità. Siamo individui specifici, caratterizzati. La concezione la quale ritiene che per farci pienamente umani occorre eliminare le caratterizzazioni ci farebbe perdere l’indivudualità. Non diventeremmo cittadini del mondo ma astrazioni viventi. L’uomo è individuo, associato, solo, nazionale, continentale, mondiale, planetario. Parte dall’individuo allo stato grezzo, e dopo il percorso accennato, diventa individuo arricchito di cultura, di civiltà, dimensione esistenziale, membro della società e dell’universo. L’individuo grezzo è disumano, ma il non individuo, l’individuo non caratterizzato, è un niente che cammina, un’ombra universalistica insostanziale. Se l’universalità dissolve l’individualità è una falsa universalità. L’universalità non deve accadere come espropriazione della individualità bensì accrescimento. E’ un’individualità cosciente degli altri e delle varie dimensioni di questa coscienza: gruppo, nazione, mondo, universo. Esistenzialmente l’individuo è crocefisso all’unicità mortale e non ha scampo, la vita e la morte sono esclusive, impartecipate. Nello stesso tempo l’uomo ha una esistenza non esistenziale ma sociale, partecipata, collocata in situzione determinate. Vive circostanze comuni svolte da individuo a individuo. Contrapporre individuo e comunità non favorisce la società e non suscita civiltà. Le civiltà promanano da un empito individuale che si rende collettivo, da un empito collettivo che penetra negli individui. L’individuo sente come pesonale lo scopo comunitario ma si rafforza sentendolo comunitario. Nella concretezza degli individui vive la società. L’individuo sente come personali gli scopi sociali. La società è interiorizzata, non è contro gli individui. Non soltanto è negli individui ma gli individui diventano, restando individui, sociali. Condividere è l’essenza di ogni impresa. Anche l’opera più solitaria si accende nella voglia di consegnarla agli altri. Se manca questa fede non c’è ragione di vitalità. Non c’è fatica, non c’è renitenza a dare, se il nostro scopo vive nell’entusiasmo comune o il singolo sente l’entusiasmo di offrire se stesso agli altri. Persino la morte, la condizione meno significativa che esiste, la “cosa”, ha un senso quando è parte dell’entusiasmo che avvince l’individuo e la società. Può uno scopo universalistico passare per gli individui senza recidere la concretezza dell’individualità caratterizzata? Certamente. Purchè non pretenda di annullare i passaggi che identificano l’uomo: individualità, società specifica, nazione,  eventualmente religione… Se l’universalismo pretende di negare il retroterra caratteristico e opporre universalismo a individuo, società specifica, nazione, eventualmente religione per costituire universalismo della negazine non dell’accrescimento, esso è la rovina delle civiltà, le quali sono state sempre unversali ma peculiari, universali nelle loro caratteristiche differenziate.

CONTRO LA NEUROSI SOCIALE

Oltre certi limiti, e limiti certi che il corpo sociale avverte come il corpo umano nell’assumere cibi, bevande, nel respirare, vi è la reiezione. Solo un corpo malato ingozza e non prova enfiagione e disgusto. A differenza del giudzio corrente è l’insopportabilità sintomo di salute. L’alcolista assuefatto non avverte l’eccesso. Il malessere sentito come malessere dimostra la sanità. Il malato finale non reagisce. Troppo malato per mantenere anticorpi. L’idea che saremmo intolleranti non percepisce che segnaliamo, con l’intolleranza, il pericolo dell’annebbiamento delle nostre società. L’ipotesi dell’integrazione va soppesata. Infatti: o l’integrazione significa che gli altri perdono se stessi o che noi perdiamo noi stessi o che viviamo nella difformità coesistendo. I primi casi più che integrazioni sono disintegrazioni. Nel terzo caso non vi è chi possa trascurare rapporti quantitativi e di forza. Ma il rischio supremo è una perdita di se stessi in nome di una ideologia dell’accoglienza che induce a negare se stessi da parte di chi ospita per dimostrarsi ospitale. Il peggio del peggio è la neurosi sociale, la perdita di orientamento, la babilonia a mosca cieca…

INTERMEZZO NICHILISTA

Tutto è vano, vano, vano. Tutto finisce cominciando giacchè finisce. L’uomo è una specie fatto di ombra e polvere. Finirà prestissimo. Negli spazi e nel tempo rappresentiamo il deserto. Le religioni sono abili combinazioni di prestigiatori. Le religioni politiche, Comunismo, Nazismo, delitti in vista di un bene che non c’è, di un male che c’è. La “religione della Libertà” occulta i misfatti compiuti in nome della libertà, vede il positivo e si acceca agli orrori. Le religioni vere e proprie, esigono dall’uomo una fede tanto incredibile che accontenerà chi “vuole” credere ma rattrista chi vorrebbe credere con un minimo di fondamento. Non ci rimane che la vista del deserto, ma non per questo occorre credere pur di non vedere il deserto. No. C’è il puro deserto. Un deserto da vedere e da attraversare prima di giungere alla fine, la morte. Se qualcuno preferisce non percorrerlo ne abbia il diritto. La vita non appartiene soltanto alla società. Ma chi intende vivere ha talune scelte, vivacchiare, credere in qualche ideologia, in qualche religione, vivere in nome dell’amore per la vita ossia l’arte, la conoscenza, il bene, l’erotismo….

Chi vivacchia, sia, trascini i giorni, passi il tempo come un nemico da vincere, da sorpassare senza fastidi, e giungere all’inesistenza mai esistendo…Chi crede a un’ideologia creda pure, chi ha fede in una religione, abbia fede… In che credere, in che aver fede? Da chi può prendere esempio l’europeo, l’italiano europeo? Dagli Stati Uniti? No, ci viene esclusivamente tecnologia non civiltà. Dall’Islamismo? No, ci viene un regresso comunitario fideistico, teocratico, non c’è posto per le altre religioni e per il non credente. Finchè l’islamismo non darà spazio alle altre religioni nel mondo islamico ed al non credente, il valore comunitario che taluni apprezzano nell’Islam è distruttivo della libertà di credere e non credere, non è libera comunità voluta. Visto che noi questa libertà l’abbiamo, perchè regredire?

Oltretutto oggi dall’Islam non ci viene arte. Il mondo ebraico possentemente unitario sarebbe esemplare ma esso è tale per un numero ristretto. Ed allora? L’Europa e le nazioni europee devono trovare in se stesse l’esemplarità per se stesse. Siamo obbligati a coniugare nazioni europee con nazione europea. In fondo da millenni tutte le fasi delle civiltà nazionali sono stsate civiltà europee.

ITALIA

Viviamo in un Paese strabiliante dove ogni angolo ha la memoria del passato. Siamo il popolo più stratificato che esiste. Siamo un popolo archeologico in un territorio archeologico. Non vi è civiltà accumulata come la nostra. Ogni popolo che vi sostò lasciò sedimento . Dagli antichi italici, a seguire, è una caterva di statue, templi, gioielli, fino alle vertigini etrusche e della Magna Grecia. Siamo greci almeno quanto i greci, i Templi, i Teatri sul nostro territorio eguagliano i greci in Grecia. Roma, poi, gareggiò per grandiosità con l’Egitto dei Faraoni, oltre a lasciare dipinti e mosaici insuperati. E quando il cristianesimo nella versione cattolica, iconica, continuò la Grecia e Roma, le Chiese, le sculture, i dipinti segnarono per oltre un millennio la civiltà artistica europea. Popolo, il nostro, disunito statualmente, ebbe in parte vantaggi dalla disunione. Ogni borgo, ogni comune, ogni Principato, Signoria, Regione tentò di farsi valere..

ITALIA:IL FUTURO SARA’ COME IL PASSATO?

In un mio recente testo, un romanzo filosofico: “Il labirinto di Sisifo. Memorie di un Superuomo malinconico”, il protagonista, Dodicesimo Barone di Munchhausen, il quale necessita di compiere imprese esasperate per sfuggire al sentimento del nulla e distrarsi dal pensiero della morte, incontra l’Ottavo Zarathustra, certo di confortarsi a stare accanto ad un Superuomo, addirittura al Superuomo. Accade l’opposto di quanto prefigurato. L’Ottavo Zarathustra è un poveraccio, oppresso senza dimora, non pienamente saldo di testa… L’amico Barone cerca di comprendere il perchè di tale sconforto e l’Ottavo Zarhatustra gli svela la ragione della propria derelizione. Egli, Ottavio Zarathustra, discendente diretto del Primo Zarhatustra e dello stesso Friedrich Nietzsche, ha ormai compreso, sì, ha ormai compreso, piange nel dire quel che ha compreso…ha ormai compreso che il Superuomo del futuro sarà chimico, meccanico, non un uomo che supera se stesso restando uomo, ma  un’entità estranea a se stessa, un meccanismo che darà estremi risultati ma non compiuti dall’uomo bensì dai quei meccanismi disumani o introdotti nell’uomo. Il Superuomo-uomo non ci sarà, avverrà il  Superuomo non uomo, meccanico-chimico, appunto.

Le modicazioni che la tecnologia sta recando ai sistemi produttivi ed all’uomo, sull’uomo, dentro l’uomo, strabiliano, e son poca faccenda,  con riguardo all’avvenire. Di sicuro colonizzeremo lo spazio e abiteremo altri pianeti, sfrutteremo meteoriti, fondi marini, giungeremo alla fusione nucleare, controlleremo la mente, la potenzieremo, l’avviliremo, di certo la muteremo, il corpo di ossa, carne, sangue riceverà parti non corporee, vivremo più a lungo… Impossibile concepire in modo realistico quel che altererà un tale gigantesco operare. Non saremo chi siamo stati, è sicuro. Che significa tutto questo per gli individui e per le nazioni? Per la Civiltà come avveniva e come era concepita nel passato?

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