La prima volta di Leonardo.

Presentata a Roma, per la prima volta in assoluto, la vera, prima opera del maestro dei maestri, lo ‘stupor mundi’ dell’arte italiana di tutti i tempi. Si tratta di una quadrella, una piastrella di maiolica invetriata raffigurante l’Arcangelo Gabriele.

Una cosa è certa. Se un accadimento culturale di tale portata fosse avvenuto oltre oceano o poco più vicino a noi, che so, a Londra, questo sarebbe stato considerato l’evento dell’anno. E invece qui da noi, con un certo sottaciuto snobismo che ci distingue da sempre (come per dire ‘ne abbiamo fin troppa di arte’) la cosa si è svolta quasi sotto silenzio.

La ‘cosa’ in questione è la presentazione della prima opera pittorica di Leonardo da Vinci svoltasi ieri mattina, il 21 Giugno, più o meno all’ora del solstizio d’estate, presso la sede della Stampa Estera, a poche centinaia di metri dal Quirinale. Sì, avete letto bene, si tratta dell’esposizione – per la prima volta in assoluto – della vera, prima opera del maestro dei maestri, lo ‘stupor mundi’ dell’arte italiana di tutti i tempi. E’ una quadrella (20×20 per uno spessore di 1,2 cm), una piastrella di maiolica invetriata raffigurante l’Arcangelo Gabriele, dipinta a simil-lustro, trattata cioè con due soli passaggi di cottura anziché tre. In estrema sintesi, il manufatto pittorico in questione, dopo un’accuratissima opera di autenticazione e attribuzione di paternità, grazie a un lungo studio diagnostico, durato più di tre anni, da parte del professor Ernesto Solari, noto studioso di Leonardo, e della dottoressa Ivana Rosa Bonfantino, grafologa, già professoressa di Grafologia Comparata e Storia della Grafologia presso La LUMSA di Roma, l’opera, dicevamo, è stata attribuita a Leonardo da Vinci. L’Arcangelo Gabriele è stato riconosciuto come il suo dipinto più antico giunto fino a noi che offre la sua prima firma autografa, imprigionata nella sua ‘pittura d’eterna vernice’ e corredata di una sorta di rebus, sempre ad opera dell’artista.

Era il 1471, e un diciannovenne Leonardo aveva appena lasciato la bottega del suo maestro, il Verrocchio, per iniziare il suo percorso indipendente di artista. L’Arcangelo Gabriele era di gran moda quell’anno: il Beato Amadeo da Sylva y Meneses, durante il suo soggiorno a Roma in San Pietro in Montorio (tempo addietro), ebbe la visione dell’Arcangelo Gabriele che durante l’estasi gli rivelò segreti celesti e informazioni straordinarie sull’Apocalisse di San Giovanni. Amadeo visse a Milano per qualche tempo ed essendo dotato di virtù taumaturgiche e capacità visionarie, acquisì fama di guaritore entrando così con facilità alla corte sforzesca. Nel 1471 fu anche l’anno del viaggio a Firenze di Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano, e di sua moglie Bona di Savoia. Quale occasione migliore per la creazione di un’opera raffigurante il simbolo religioso del momento e pare proprio che la piastrella fu ammirata dalla coppia principesca. Poi, un vuoto di più di vent’anni ed ecco riapparire la maiolica in un atto di donazione da parte di Giovanna d’Aragona, Duchessa di Amalfi, a Francesco Fenicia e consorte per i servigi resi. E’ il 1 Giugno 1499 e la donazione consiste in svariati appezzamenti di terra insieme alla maiolica leonardesca. Da allora ad oggi il manufatto resta di proprietà della famiglia Fenicia di Ravello o almeno di un ramo da cui discende l’attuale proprietario.

Oltre alla storia senza dubbio affascinante delle famiglie coinvolte nei passaggi di proprietà (su cui a malincuore, devo sorvolare per motivi di sintesi) c’è la questione, importantissima, della firma dell’artista insieme a una sorta di rebus, tipico del suo stile. Durante gli esami termoluminescenti e ingrandimenti fotografici è stato scoperto qualcosa che somiglia molto all’autografo di Leonardo posto sulla mandibola dell’arcangelo e visibile solo attraverso accurate indagini scientifiche. La firma è là, visibile tra il mento e la mandibola e rivela profonde somiglianze con la firma ‘Vinci Leonardo’ e poi, in aggiunta, ecco numeri e altre lettere a formare una sorta di rebus: ‘io na 52 – io 72-a 1471’, ovvero ‘Io Leonardo da Vinci, nato nell’anno 1452 ho creato me stesso ad immagine dell’arcangelo Gabriele, 72 Gb con pittura di eterna vernice, per il mio genetliaco ricorrente il giorno del Lunedì dell’angelo, 15 Aprile 1471’.

Le spiegazioni degli esperti durante la presentazione dell’opera sono state tante, puntuali ed esaustive, seguite a raffica dalle domande dei giornalisti, del Times, del Daily Telegraph, di CNN, dell’Ansa, di testate russe e turche, tedesche e ovviamente italiane. Per quel che mi riguarda ero ipnotizzata dalla piccola scatola di plexiglas opportunatamente coperta da un telo color avorio e circondata da guardie armate. Il suo valore è indubbiamente inestimabile, com’è stato ripetuto al giornalista del Times che insisteva a chiedere quanto quest’opera potesse valere. Io non riuscivo a staccare gli occhi su quel telo e immaginare la bellezza che nascondeva e il privilegio che avevo in quel momento, insieme a una quarantina di ospiti. La prima volta che si mostra al mondo il dipinto più antico di un giovanissimo Leonardo. E quando è arrivato il momento della scoperta della teca, si è potuto percepire il brivido comune, l’energia sfrigolante dello stupore e della meraviglia. C’è stato un momento, brevissimo, di un’intensità quasi solida, di un totale silenzio. Ero sicura che avessimo smesso anche di respirare. Fermi, catturati da quella luce brillante che emanava la piastrella, dall’oro del viso che scintillava dalla teca, dai lineamenti ieratici dell’angelo, dalla perfezione dell’immagine incastonata, quasi un’icona occidentale. Poi è seguito l’assalto, contenuto a fatica, dal servizio di sicurezza, foto, video a raffica. Io ho fatto un passo indietro, ho tenuto stretto lo struggimento dell’attimo precedente, della magnificenza dell’istante. Il resto non riusciva a testimoniare nemmeno una goccia di quel mare di emozioni provate nella stasi della rivelazione. Me ne sono andata lasciandoli tutti lì, tra interviste e flash, pensando che la maiolica tornerà a brevissimo nel buio di un caveaux di una banca con la speranza che a breve un museo, ci si augura italiano, possa esporla a beneficio di tutti. Godere della bellezza, in fondo, deve restare un nostro diritto.

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