La tragedia vitalistica.

Al Teatro Petrolini di Roma è andata in scena una rappresentazione tratta da due testi del Professor Antonio Saccà, "Atto Unico" e "Sì/No". Ciascuno degli attori sul palco, ha recitato una poesia del testo, intervallati, alla fisarmonica, da Sergio Vasapollo. Applausi e qualche seme riflessivo.

In primo piano: Antonio Saccà

La nostra epoca non è particolarmente vitale, eroica, almeno non sono queste le caratteristiche connotative della nostra epoca, imperversa l’uomo medio-mediocre, la sopravvivenza, che non è cosa da poco, intendiamoci, ma non c’è sentimento della qualità, della supremazia, della superiorità d’animo, l’ammirazione verso l’alto che connotano, che sono l’essenza delle civiltà.

Il mondo greco, che fu e resta di gran lunga il più rappresentativo mondo che l’umanità abbia mai forgiato, coltivava la tragedia perché la tragedia mette a prova l’uomo, non era una società nella quale dominava la speranza in un altro mondo, bensì la felicità in questo mondo, e sebbene molti filosofi invitassero alla serenità, ciò valeva a significare che vi era un ribollio di passioni, altrimenti non vi era bisogno di proporre la serinità, era una serenità con il fuoco dentro. Delitti, incesti, orge, cannibalismo, parricidi, matricidi, i Greci imbandivano la tragica vicissitudine dell’uomo recandola agli estremi, fissandola, a prova di coraggio, ripeto. Oggi, la vita è tragica, ma la percezione della vita è pavida, timorosa, perfino vile, nasconde il male o lo esagera per nascondersi. Non vi è il sentimento tragico perchè non vi è l’inviduo che dà valore a se stesso, il tragico è aristocratico, il singolo stima se stesso e ritiene un’offesa ciò che lo colpisce. Shakespeare ad ogni morte dei suoi personaggi fa sparire il mondo.

Ormai viviamo all’ammasso, nell’indistinto indifferenziato, la democrazia non si è volta alla selezione verso l’alto, all’opposto, individui senza individualità, quindi non toccati dalla morte, che è il sigillo della individualità senza barlumi vaghi e vani, ma in nudo scontro con la Morte ed ogni male.

Avendo scritto testi teatrali, in specie nella sfera della tragedia, mi sono trovato spesso a dover rispondere a delle persone che mi chiedevano e mi chiedono come mai tratti quale argomento essenziale la morte. Non so che dire, gli argomenti decisivi dell’uomo sono la vita e la morte, e la vita non sarebbe ciò che è se non ci fosse la morte e la morte non sarebbe ciò che è se non ci fosse la vita, tragiche, vita e morte, perché moriamo e di altro sovente rimediabile patiamo, ma la morte è l’irrimediabile. Non basta a considerarla fondamentale quanto la vita?! Sicchè al Teatro Petrolini, dove ho rappresentato in Prima tutti i miei testi finora messi in scena, ho ancora una volta posta la domanda: come, perchè vivere sapendo di morire? Non propongo un comportamento universalistico, ciascuno reagisce alla morte a modo proprio, nel testo rappresentato, anzi, nei testi, ho espresso uno dei modi possibili di affrontare la morte, Ettore Savarese, una Morte stridula, beffarda disputa con la Gioia, Riccardo Moccia, veemente o sfiduciato ma fedele al suo segno, Gioia, la quale per voce di Moccia ribalta la condizione umana: appunto perchè c’è la Morte, occorre vivere all’eccesso. L’incalzante contrapposizione di Gioia e Morte, Moccia/Savarese, non la dimenticherò. Come non dimenticherò l’ironico e disperato, ma volitivo, Diego Vasapollo, dalla voce colma, ben scandita, che scaccia la Speranza, incarnata da una Sabrina Tutone attrattiva, convolgente nella … speranza, dalla voce minima e linda, rasserenante, un dialogo perfetto nella contrapposizione anche delle voci e nella cadenza dei tempi. Nell’ATTO UNICO, “SI’/NO”, si introduce un altro Attore che ha rappresentato vari miei testi, Armando Como, è l’interlocutore occasionale, in un Bar, di un marito che crede di essere ingannato, fa l’interlocutore che interpreta a modo suo ciò che dice il marito (Diego Vasapollo) con equivoci divertentissimi resi massimi dalla seriosità di Como, la Tutone recita la moglie che contrasta le sospettosità del marito, lo spettatore non sa chi dice il vero, né lo sanno gli attori, una dialettica dell’incomprensione.

Alla fine, ogni Attore ha recitato una mia poesia. Intervalli alla fisarmonica di Sergio Vasapollo, con passione melodica. Applausi e qualche seme riflessivo.

Vivere contro la Morte, vivere oltre la malattia? Io dico: SI’! Rifondare la tragedia vitalistica.

Foto: Francesca Violo

 

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