“Le allegre comari di Windsor”.

La commedia di Shakespeare, adattata in questa versione da Edoardo Erba, e diretta da Serena Sinigaglia, ha debuttato ieri sera alla Sala Umberto di Roma.

Uno Shakespeare “stravolto”, ribaldato, vagheggiato, praticamente riscritto, a cui si assiste vedendo la piece “Le allegre comari di Windsor”, in scena da ieri, e fino a Domenica 16 Febbraio sul palco della Sala Umberto di Roma.

La scrittura di Edoardo Erba e la regia di Serena Sinigaglia riadattano, tagliano e montano il tutto con ironia, innestando brani, suonati e cantati dal vivo, dal “Falstaff” di Verdi.

La versione di un’ora e venti di Erba de “Le allegre comari di Winsor”, originariamente in cinque atti, vede in scena cinque donne con la presenza-assenza assai ingombrante, non solo per stazza, di un uomo, che aleggia per tutto lo spettacolo: Sir John Falstaff, personaggio già presente nell’Enrico IV, compagno di bagordi del re, poi gettato alle ortiche dal monarca, diventato adulto e consapevole del suo ruolo.

Nella commedia del Bardo, il nostro crapulone, sempre all’osteria a sperperare il suo poco denaro tra ozi e vizi, cerca nuovi soldi ed avventure, corteggiando due danarose donne sposate, la signora Ford e la signora Page. A tale scopo, senza intuire che una conosce cosa capita all’altra, invia loro due identiche lettere d’amore. Le donne, dopo avere ricevuto le lettere, si mettono così d’accordo per vendicarsi di Falstaff.
Nella vicenda si insinua poi la liaison tra la figlia della signora Page, Anne, con il giovane Fenton, aspramente contrastata dai genitori.

Elemento fondamentale per la vendetta delle due comari, risulta madama Quickly, che Erba trasforma nella serva di madama Page, vero deus ex machina della vicenda, che suggerisce alle donne due divertenti imbrogli per rendere ridicolo davanti a tutti l’infame traditore.
Nel primo, viene organizzato un finto incontro amoroso tra Falstaff e la signora Ford, durante il quale, caso abilmente congeniato, improvvisamente arriva il marito con alcuni amici; la signora Ford fa nascondere Falstaff nella cesta dei panni sporchi che poi viene gettata con, annesso, lo sciagurato omone, nel Tamigi.
Nel secondo, Falstaff viene invitato a vestirsi da cacciatore per un incontro stregato nella foresta di Windsor. Appena l’incontro ha luogo, i presenti, vestiti da folletti, si scatenano contro il malcapitato, mentre ovviamente Fenton e Anne cementano il loro amore.

Nella versione di Erba e Sinigaglia, in scena troviamo cinque interpreti femminili: Mila Boeri (Anne), Annagaia Marchioro (comare Page), Virginia Zini (comare Ford) e Giulia Bertasi (Fenton armata di fisarmonica) che mettono in scena la vicenda, costringendo la povera Quickly (una trascinante Chiara Stoppa) ad interpretare per l’occasione la parte di Falstaff.

La scenografia è minimale, composta da un fondale bianco lavorato e da pochi sgabelli ed oggetti, a ricreare il salone della casa della signora Page. I costumi, tutti bianchi, esaltano le personalità dei personaggi, sin da subito individuabili.

Le donne, a ritmo di musica, si bloccano in pose statiche e, una per una, iniziano a parlare svelandoci i loro personaggi.

Ma vi è un altro protagonista assoluto che lega tutto lo spettacolo: Giuseppe Verdi che, attraverso i momenti più significativi del suo “Falstaff”, punteggia i momenti salienti della vicenda, arricchendoli di nuove suggestioni. Viene così creato un gioco teatrale in cui, per le due dame protagoniste della burla, l’immaginazione per un amore che è la parvenza di un ricordo diventa la sola ragione d’essere.
Comare Ford e comare Page, fortemente caratterizzate dalla regia come due signore la cui vita poco sembrerebbe ancora donare, si sentono invece del tutto vive, non tanto dissimili da chi ha cercato di ingannarle, perché – come per il vecchio John – “L’amor, l’amor che non ci dà mai tregue… finché la vita strugge… E’ come l’ombra… c’è chi fugge… insegue. E chi l’insegue… fugge”.

Vi è, forse, qualche eccessiva concessione al doppio senso che frena la leggerezza e la poca definizione del personaggio di Fenton, ma lo spettacolo, dominato visivamente dal bianco su bianco, risulta alla fine un inno all’amore e al contempo all’immaginazione.

Coinvolgente il momento in cui il pubblico, diviso fra uomini e donne, viene invitato a recitare la formula magica per tiranneggiare Falstaff.

La commedia non termina come l’originale. Proprio attraverso le parole che sul proscenio, la stessa Mistress Quickly descrive, osservando dalla finestra il suo funerale, sembra dare voce a una sorta di riscatto per quello che nella vita si compie di allegro, di scherzoso, di sensuale e che è mal visto dai malpensanti ipocriti.

“Per la sua ostentata dissolutezza in Falstaff si possono scorgere dei tratti di Don Giovanni e respirare aria buona di libertà; nella sua evidente “decadenza” si rispecchia quanto di più umano e disarmato si possa concepire”, ha raccontato la Sinigaglia, che ha voluto in scena anche una fisarmonicista che, oltre a suonare dal vivo le note di Verdi, interpreta Fenton, il grande amore di Anne, “un ruolo “en travesti” – prosegue – come vuole la tradizione shakespeariana (ma al contrario!)”.

Le cinque interpreti femminili sono davvero brave a rendere, ciascuna, la natura di ogni singolo ruolo, dominando il palco e suscitando spunti di grande ilarità, tuttavia, non sono riuscite a farmi appassionare a questo pezzo, che, da amante di Shakespeare quale sono, ho trovato troppo stravolto nella sua essenzialità… Del grande autore vi è solamente un anelito di fiato, ed ho trovato finanche poco pertinente, l’intercalare romanesco, utilizzato, ad un certo punto, da una delle protagoniste, che ben poco c’entra con l’autore inglese.

La trovata di eliminare in scena le figure maschili, sarà anche originale, non vi è dubbio, ma, personalmente ho avvertito la mancanza di quei molteplici personaggi.

Attrici bravissime ben guidate da Serena Sinigaglia, come detto: Annagaia Marchiorio, nei panni di Mistress Page, rende prestigiosamente la sua parte, mentre legge la lettera ricevuta da Falstaff o colloquia ipocritamente con Mistress Ford, un’altrettanto eccellente Virginia Zini nel ruolo della finta tonta. Una menzione particolare va alla brillante caratterizzazione di Chiara Stoppa nella parte di Quickly che è stata indubbiamente la più divertente di tutte.

La comicità scaturita dal pezzo è spesso volgare, risultando ridondante in alcuni punti dello spettacolo, considerato che la vicenda si svolge senza cambi di scena né particolari accadimenti ma, anzi, tutto ruota attorno ad una sola questione centrale.

Per gli amanti di un genere d’Avanguardia è sicuramente consigliato!

 

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