Le Aquile e la lunga corsa.

Lo stile degli Eagles ha risentito dell'influenza di vari generi, quali il country rock, l'hard rock, ma anche il rock 'n' roll, il folk rock e persino il soft rock. Nel corso della loro carriera, oltre alle numerose raccolte, hanno pubblicato 7 album discografici e 2 live ufficiali. Il loro album di maggior successo è indiscutibilmente Hotel California.

CIRCA 1976: (L-R) Don Henley, Joe Walsh, Bernie Leadon, Glenn Frey, Randy Meisner of the rock band "Eagles" pose for a portrait in circa 1976. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Profumo d’estate, le palme al vento, gli spazi sterminati, le onde oceaniche, il sole accecante, le colline di Sonoma e i vitigni a Chardonnay, le connessioni digitali e la Silicon valley. Droga in abbondanza e way of life, odore di California del sud. Questo il melting pot che illuminò le idee di uno dei più famosi gruppi della storia musicale americana: gli Eagles!

Rock, country, blues e molto altro. Chi non ha guardato negli occhi la dolce metà, mentre le mani di Felder e la voce di Henley, gli accarezzavano il cuore? Ancora una volta una pietra miliare. Uno stile musicale nato da molte influenze. Non voglio parlare di un solo album, ma del percorso che permise la nascita e il consolidamento di una leggenda. Uno dei concerti più famosi, venne immortalato al Santa Monica Civic Auditorium a fine Luglio del 1980. Gli Eagles si esibirono davanti a cinquantamila fan e il fermento della città degli angeli, si fermò per una notte. I ragazzi della costa ovest regalarono al mondo la loro idea di vita. Stranezze sentimentali, déjà-vu dadaisti, spiagge incontaminate, cocktail dai nomi impronunciabili, e il vento nei capelli. L’onda anomala dei surfer, pronti a sfidare la potenza del pacifico. La forza della coca, e la marijuana fatta in casa. Si stava bene in California. C’era tutto quello che volevi. C’era l’estro di una generazione di geni che avrebbe cambiato la storia. Avrebbe cambiato il futuro, permettendo ai ragazzi di oggi di interiorizzarsi sugli smartphone.

Mi ricordo una sera di Agosto del 1983. Avevo appena compiuto diciannove anni e con i miei amici, Maurizio, Roberto e Plinio, ci apprestavamo a un lungo viaggio automobilistico, che ci avrebbe portati fino alle bocche d’Ercole. Partimmo da Roma con una macchina che poteva al massimo arrivare in Toscana e invece riuscimmo a toccare Gibilterra. Hotel California ci fece sognare, così come il meraviglioso, sensuale, tecnico assolo di chitarra, che viene ad oggi considerato il secondo più bello di tutti i tempi. Nasce in battere, mezza misura fuori battuta su un tempo a quattro quarti, in re maggiore. Sono anni che lo suono e ogni volta un brivido mi fa accapponare la pelle. Quell’incedere lento, sexy, sentimentale, quasi una miscela tra un prologo e un epilogo e poi il motivetto finale che diventa un loop straordinario. Tanto straordinario che ci si potrebbero costruire migliaia di nuovi riff. Vento freddo nei capelli e autostrada deserta, caldo odore di colitas e una luce scintillante. L’intro inconfondibile alla chitarra bissato due volte, in un crescendo che arriva al doppio colpo di cassa di Don Henley. Poi la voce, e i quattro quarti puliti. Charleston e rullante. Personalmente la versione che preferisco è quella eseguita durante il tour del 1994 che diventò poi il dvd più venduto della storia della musica, con oltre dieci milioni di copie. Don Felder si destreggia in un arpeggio stratosferico con una base mista tra accenti spagnoli e latini che ne trasformano lo style. Il brano nasce come una miscela di rock reggae messicano elettrico che, dopo qualche reticenza da parte del gruppo, venne inserito nel nuovo album. Si raccontano diverse storie. Henley parla di abuso di droghe e alcol, ma quella che mi piace di più, quella che mi tocca il cuore è la versione di Felder. Racconta di un periodo della vita del chitarrista, attratto dall’oscura personalità di una ragazza italiana. Hotel California, nasce dalla passione per una donna. Felder ebbe l’ispirazione un giorno di Luglio nella sua casa di Malibou di fronte al mare. Il sole, la salsedine sulla pelle, l’aria di mare, lo sterminato oceano pacifico. Gli accordi nacquero sulla dodici corde, come fossero stati impressi nella sua mente da sempre. Tommi Iommi dei Black Sabbath racconta che quando seppe che nello studio di fianco a quello dove stavano provando, c’erano gli Eagles, li andò a salutare. Con somma sorpresa, trovò una busta enorme di cocaina sul mixer. Se le aquile componevano dolci melodie, non si poteva certo dire lo stesso, della loro vita privata.

Così come è storia la leggendaria copertina che ritrae il Beverly Hills Hotel nella golden hour, qualche minuto prima del tramonto. La dirigenza dell’albergo voleva fare causa al gruppo, ma quando seppe che le prenotazioni erano triplicate dopo l’uscita del disco, ci ripensò. Le stranezze non finiscono quì. Sembra che Don Henley, si portasse nei tour un materasso a due piazze, per alleviare i dolori della postura.

I brani che mi piacciono sono molti. Dalla straordinaria e ariosa Peaceful easy living con i cori in style Mamas & Papas, ripresi poi a braccio da tutte le band che si rifecero alla tradizione del gruppo. Take it easy, spettacolare canto generazionale, scritto a quattro mani con Jackson Browne e poi la ballad intimista di Desperado e la copertina del disco. Tex mex e cow boy. Il lavoro non fu considerato positivamente per molti anni. Ispirato alla banda criminale dei Doolin Dalton, racconta di una vita dura, fatta di sconfitte e vittorie, un po’ come quella degli Eagles. Il brano parte con un bellissimo intro di armonica che ricorda il leggendario far west. Insomma, gli Eagles a metà strada tra la Los Angeles contemporanea e le storie di frontiera. Il greatest hits con la faccia dell’aquila, vendette talmente tanto che la RIIA, la Recording Industry Association of America, si dovette inventare la certificazione del disco di platino per premiare l’album. Il resto è leggenda. I violenti diverbi spaccarono il gruppo, così come la pausa di riflessione creativa, che traghettò l’uscita del nuovo lavoro, The Long Run, addirittura tre anni dopo. La morte per complicazioni di Glen Frey, cofondatore insieme a Don Henley, chiuse il lungo capitolo dei ragazzi della costa ovest.

Siamo in Estate e non mi va di proporvi un rosso. Meglio un bianco, anche se strutturato. Può essere bevuto anche freddo, perché sorretto da un notevole spessore, una struttura importante e un intenso profumo. Un prodotto che nasce in Umbria da un blend con taglio di Chardonnay e Grechetto. Sapore di agrumi in testa, ma anche pere, acacia e nocciole. Matura ben cinque mesi in barrique, poi si lascia vivere in bottiglia. Sto parlando del Cervaro della Sala di Antinori. Grandissimo prodotto a tutto tondo. A me piace assaporarlo abbinato a una tartare di tonno, o con i crostacei crudi, ma ammetto di averlo voluto provare anche con il cinghiale in umido, giusto per fare dell’eccentricità un vezzo. Beh, vi devo dire che il ragazzo se l’è cavata bene anche in quel caso. Ovviamente gli amici sommelier, mi relegarono all’inferno.

Non sono tipo da serie televisive. Ho sempre preferito i film, perché iniziano e finiscono la stessa sera, però ammetto con piacere, di essermi appassionato alla fiction del disastro di Chernobyl. Ho sempre preferito gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, perché, anche se paese di forti contrasti e pesantemente imperialista, ha dato al mondo cose meravigliose. Della Russia invece, non si è mai saputo più di tanto, quindi impossibile fare un confronto. Di certo noi dell’occidente, li abbiamo sempre visti come un popolo piegato dalle sofferenze della collettivizzazione di massa e preoccupato della rigida nomenclatura interna. Il popolo che ama il patronimico, ha sempre vissuto guardandosi le spalle. Ma la sofferenza, lo sappiamo, rende unici, forti, duri e capaci di sfide che altri non potrebbero nemmeno vedere da lontano. Ammetto che non sapevo, che, se non ci fossero stati tre generosi eroi, oggi probabilmente molti di noi non sarebbero qui a respirare il dolce profumo dell’Estate. Alexei Ananenko, Valeriy Bezpalov e Boris Baranov, ebbero il coraggio di sfidare la morte, pochi giorni dopo l’esplosione del reattore nucleare, immergendosi nell’acqua fortemente radioattiva, per evitare un secondo tragico epilogo che sarebbe sfociato in altre esplosioni nucleari. Per non parlare dei minatori che nudi, sbrecciarono a suon di pala e piccone, una lunga galleria e una sala di contenimento sotto la centrale. Epica la scena della fiction, dove un ministro del lavoro imbellettato e profumato come un inutile dirigente statale, si presenta in miniera accompagnato da soldati armati. I minatori lo guardano e non fanno una piega. Poi interviene il capo tecnico e chiede spiegazioni. Poche parole, aria da duro, aria da uomo abituato a vivere sottoterra. Abituato a faticare e a combattere per il socialismo. Una scena straordinaria. Vuoi che lavoriamo per te? E allora devi diventare come noi! I minatori salgono sul pullman che li attende, non prima di aver accarezzato con le mani nere, il vestito del politico. Le palle di uomo, contro l’incapacità di un altro. Chi di noi sarebbe stato capace di un gesto simile?

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