L’Otto Marzo, da queste parti.

Le donne piangono. Da sempre. Anche e soprattutto quando sorridono, quando sembrano gioiose, bocche spalancate alle risate, abbracciate alle amiche, calici levati a non si sa quale successo, a quale vestito appena sfoggiato nel milionesimo autoscatto, a quale incontro eccitante e travolgente.

Ma dentro c’è l’urlo primitivo, lo strazio della sottomissione che sembra non abbandonarci mai anche se lo ricacciamo nell’angolo più buio e nascosto della nostra anima. Quella ricerca dell’appagamento costante che ci perseguita dal primo momento della nostra esistenza e che nel tempo abbiamo cercato di identificare nella realizzazione di noi stesse. E’ una ricerca che dura una vita, è complicata, dura, sempre dolorosa perché spesso è lotta contro noi stesse, contro il nostro essere segreto. La realizzazione è un concetto complicato, ognuna la percepisce a suo modo: attraverso l’amore, la maternità, l’affermazione professionale, ma anche semplicemente nel vivere felice con nessuna di queste tre cose.

Nel profondo dimentichiamo la gioia autentica di noi, che è luce naturale, le radici conficcate nella madre terra, la libera scelta di essere quello che siamo, la nostra accettazione (prima ancora di quella degli altri) fuori dai vincoli e dalle imposizioni di società che ancora oggi poco o nessuno spazio lasciano alla vera realizzazione e desiderio di ognuna.

Ci illudiamo da sempre e per sempre. Abituate al dolore, da quello più antico, ancestrale, delle lune, delle doglie, alla disillusione – che di tutti è il più feroce, quella di non essere ancora riconosciute come persone. Siamo nell’albo di quelli che meritano una giornata speciale alla memoria come riconoscimento del nostro stato di perseguitate, di esseri a rischio, di categoria debole e necessaria di salvaguardia e di protezione. Una giornata, insomma, per ricordare, al mondo la nostra esistenza, il nostro diritto di essere considerate a pieno titolo parte dell’umanità. Il mondo, comunque, continua a essere maschile con buona pace anche di chi si è battuta per anni per la declinazione dei mestieri al femminile. Come se bastasse essere chiamata architetta, o ingegnera, oppure chirurga per vedere equiparate le opportunità professionali e i trattamenti economici, per esempio. E poi l’infinita tristezza nel ricordare, in questo giorno, l’eccellenza – femminile ovvio – di impegno nella salvaguardia della cultura, del sociale, e via discorrendo. Come se fosse cosa strana e molto rara, in quanto donne, elevarci a tali traguardi. E quindi, via con la liturgia di una giornata fitta di citazioni, aneddoti, ricordi, testimonianze, commozione, di ‘bravo’ a rotta di collo. Tranquilli, domani tutto tornerà come sempre.

Noi ci accontentiamo così, da millenni. Basta una carezza e una parolina dolce. Oppure no. C’è chi tra noi gioisce e si commuove per una colazione a letto, un fascio di mimose e una cenetta ‘tra amiche’ e chi, ogni anno vorrebbe cancellare questa data dal calendario. Ed è inutile continuare a precisare che questa non è una festa, ma una giornata per riflettere. E’ solo una ‘giornata alla memoria’, appunto. E fintanto continuerà ad esistere non ci sarà parità, dignità. Non aspettiamoci cambiamenti reali, sostanziali se non riusciamo a comprendere pienamente il significato di queste parole, dignità e parità appunto, e se continuiamo ad ignorare un fatto fondamentale: sta a noi, ai nostri esempi e insegnamenti. Perché, ricordiamocelo bene tutte, i misogini hanno una madre.

1 Commento su L’Otto Marzo, da queste parti.

  1. sempre magnifica e profonda!

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