Lucrezia Ercoli: “L’universo della Ferragni è lo specchio deformante di ciò che accade nella vita di ciascuno di noi”.

LF ha incontrato la filosofa millennial in occasione dell'uscita del suo saggio “Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer”, agile analisi, ricca di citazioni, su quel che succede attorno alla bocconiana partita dal blog The Blond Salad.

Lucrezia Ercoli

Quando si parla di Influencer, il mondo digitale non può non far riferimento all’Italia, vista la popolarità guadagnata da alcuni personaggi ormai di rilievo anche a livello internazionale.

Il primo esempio è la fashion blogger Chiara Ferragni: in Italia, con i suoi 16 milioni di Instagram followers e con la media di 250000 like per ogni post, è indiscutibilmente sul podio della classifica dei Social influencer, dopo essere riuscita a trasformare il suo blog di moda The Blonde Salad in un vero e proprio impero, tanto da essere nominata nel 2017 l’influencer più importante del mondo da Forbes, rivista statunitense di economia e finanza. Grazie al suo successo come influencer, Chiara Ferragni è inoltre stata scelta come testimonial di vari brand, come Amazon moda, oltre ad essere nominata global Brand ambassador di Pantene.

Chiara Ferragni è oggi una realtà (?) di successo. Piaccia o meno, l’influencer con base a Milano e Los Angeles è diventata una celebrità partendo dal nulla. È riuscita a costruire un impero, mediatico, economico ma anche culturale.

A smontare, cercando di comprenderne le cause, e rimontare, commentandone gli effetti, quello che c’è dietro, ci ha pensato una filosofa millennial: Lucrezia Ercoli.

Il suo “Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer”, pubblicato da Il melangolo, uscito proprio ieri, 5 Novembre, è un’agile analisi – e ricca di citazioni – su quel che succede attorno alla bocconiana partita dal blog The Blond Salad. Ercoli cerca di spogliare la Ferragni dei suoi abiti e dei suoi accessori all’ultimo grido, cogliendone i pregi che hanno contribuito a portarla lì dov’è, e smascherandone le ipocrisie che i social nascondono bene. Un saggio per conoscere l’influencer ma soprattutto per cogliere le dinamiche che ci sono dietro: la professionalità.

Anche i mezzi – quindi Instagram, Facebook e gli altri social – e il flusso continuo di informazioni, finiscono al centro del racconto della filosofa millennial, direttrice artistica del Festival “Popsophia” e docente universitaria. Una che non ha paura di ammettere nel suo saggio che parlare della Ferragni è anche un modo per far parlare di sé.

Ercoli, infatti, come il logo della Chiara Ferragni Collection, rimane zitta e fa l’occhiolino dinanzi alle accuse che Fedez aveva già mosso a un altro filosofo che aveva definito Chiara «uno stand con merce da esposizione». «I vostri editori – le parole del rapper e marito dell’influencer – sono contenti perché quando parlate di Chiara Ferragni qualcuno vi ascolta, mentre quando parlate di misticismi vari e sensi della vita non vi caga nessuno!».

In un passaggio del suo saggio Lucrezia Ercoli cita Umberto Eco e paragona la Ferragni dei social al Mike Bongiorno della neonata televisione italiana. Il mito di Mike, scrive Eco, è quello di un everyman, un uomo assolutamente medio, senza nessuna qualità eccezionale, che parla un italiano elementare e commette infinite gaffe. Ma il successo del presentatore più famoso di Rai e Mediaset è racchiuso proprio in queste sue caratteristiche, tipiche del divismo televisivo: essere “un esempio vivente e trionfante del valore della mediocrità”. La sua fama straordinaria non sembra giustificata da un talento fuori norma, da una bellezza iconica, da un’intelligenza superiore. Tutto è all’interno dei codici dell’ordinario. Ecco la forza del messaggio: l’everywoman.

Ma se da un lato tutto sembra normale e naturale, in realtà si tratta di un grande e perenne spettacolo. Come il Grande Fratello. Meglio, come The Truman Show. Tutto deve diventare instagrammabile. La Ferragni – e la sua famiglia The Ferragnez – ha traslato il suo diario privato a diario pubblico. Le foto professionali dell’influencer devono mimare le foto amatoriali. Chiara Ferragni è, allo stesso tempo, la protagonista e la creatrice del reality in cui vive. Tuttavia, come spiega bene il saggio, la narrazione filtrata dai social non è mai asettica. Raccontarsi vuole dire scegliere il punto di vista da cui farsi guardare. Tutto il resto merita l’oblio.

Ma non c’è nulla di male. Al contrario, Chiara ha inventato qualcosa di nuovo e lo sta cavalcando. La Ferragni è un fenomeno che produce attrazione e repulsione. Il fenomeno Ferragni dice molto dei follower millennial che la seguono e idolatrano. Ma anche di chi con tanta foga ribadisce quotidianamente il suo odio e disprezzo nei confronti della giovane regina dei social, magari commentando con insulti irripetibili il suo ultimo post. Non sapendo, inoltre, che commentare e condividere un fenomeno con l’idea di arginarlo sortisce l’effetto contrario. È l’algoritmo, bellezza! Non possiamo fare “la Storia”, ma possiamo fare “una storia”.

Lascio la parola a Lucrezia Ercoli…

Lucrezia, benvenuta su LF MAGAZINE: come nasce l’idea di questo libro che prende in esame la figura di Chiara Ferragni in particolare?

“Come direttrice artistica del festival “Popsophia”, mi occupo da anni di contaminazioni tra cultura pop e filosofia. E nel dialogo quotidiano con i miei studenti dell’Accademia di Belle Arti ho maturato sempre di più la consapevolezza che l’arte e la filosofia oggi possano, anzi debbano, confrontarsi con i fenomeni che invadono il nostro immaginario. Se esiste uno “spirito del tempo”, per usare il titolo di un saggio di Edgar Morin, sicuramente Chiara Ferragni ne è una declinazione.”

Cosa l’ha colpita maggiormente della Ferragni?

“Paragonarla alle altre influencer è riduttivo, la Ferragni è un caso a sé. Basterebbe ricordare che nel 2015 Harvard ha aperto un case study per analizzare il successo del suo blog “The Blonde Salad” aperto nel 2009. Oggi è un fenomeno complesso, molto interessante dal mio punto di vista, perché oltre a rappresentare una professionalità inedita, incarna molti dei cambiamenti dell’universo dei nuovi media che ci riguardano da vicino.”

Influencer tra le più pagate al mondo!!! Non crede che sia stata sopravvalutata? A tal punto che il Presidente Conte l’ha anche contattata per convincere i giovani ad indossare mascherine e tenere i distanziamenti sociali del periodo!”

“Bisogna dividere i dati dalle opinioni. Il successo di Ferragni è un dato che va compreso e analizzato senza sterili pregiudizi. La Ferragni, volenti o nolenti, influenza i consumi e influenza anche i comportamenti di un pubblico molto numeroso e molto giovane. Che utilizzi la sua influenza per invitare i suoi follower a seguire le regole del distanziamento invece di diffondere teorie complottiste (come fanno molti suoi omologhi) non mi sembra così scandaloso.”

Cosa ci dice di noi il fenomeno Chiara Ferragni?

“L’universo della Ferragni è lo specchio deformante di ciò che accade nella vita di ciascuno di noi: siamo tutti coinvolti nella costruzione quotidiana della nostra identità sul web, i social sono la nostra casa digitale dove vogliamo (e dobbiamo, pena l’inesistenza) essere visti, ascoltati, riconosciuti e apprezzati. Essere nel mondo oggi vuol dire partecipare a questa continua performance di autorappresentazione.”

… e il fatto che dopo la sua visita agli Uffizi si siano incrementate le visite in quel museo?

“Mi sono divertita a raccogliere i commenti di molti dei miei colleghi di Accademia e di Università. La maggior parte di loro si è scagliata contro l’influencer con un’arroganza moralizzatrice e paternalista che, francamente, ho trovato ridicola. Non posso che essere d’accordo con il direttore degli Uffizi che nel difendere la Ferragni ha usato la categoria del “puzzalnasismo”, stigmatizzando una cultura autoreferenziale che non ha alcuna intenzione di dialogare con il mondo contemporaneo.”

Non trova che i nostri ragazzi seguano troppo questi personaggi, quasi fossero dei guru, dei portatori di verità?

“Nella mia analisi ho cercato di liberarmi dagli stilemi giudicanti della critica apocalittica che considera gli influencer soltanto un segno della decadenza dei tempi. Credo sia molto più interessante analizzare filosoficamente i meccanismi di imitazione e rispecchiamento che gli influencer al loro pubblico. Non si tratta di un fenomeno nuovo: tutte le generazioni hanno sognato di assomigliare ai loro idoli, hanno cercato modelli a cui ispirarsi. Siamo così sicuri che le star di ieri fossero meglio di quelle di oggi?”

Cosa ne pensa lei del fatto che una influencer come la Ferragni, faccia ‘entrare’ continuamente i follower anche nella sfera privata, mostrando sin da piccolissimo, anche suo figlio?

“I social ci concedono un’accessibilità voyeuristica sull’esistenza degli altri. E Ferragni, in quanto protagonista e regista del suo personale Truman Show, è la punta dell’iceberg di una trasformazione in atto da anni su cui la filosofia non ha riflettuto abbastanza. Il confine tra sfera pubblica e sfera privata è sempre più sfumato, siamo tutti perennemente “in vetrina”. Invece i giudizi pedagogici sulla Ferragni “madre snaturata” li lascio ai leoni da tastiera.” 

Gli haters, secondo lei, chi sono, come nascono?

“Se il fenomeno Ferragni dice molto dei follower millennials che la seguono e idolatrano, la stessa fenomenologia potrebbe essere applicata a chi con tanta foga ribadisce quotidianamente il suo odio e disprezzo sui social. Ho dedicato al fenomeno degli haters un altro saggio e un intero festival: se l’odio è un sentimento antico e ineliminabile, il web è un megafono che ha esteso a dismisura le sue potenzialità.”

Dobbiamo ormai “rassegnarci” al fatto che gli influencer avranno sempre più un ruolo dominante nelle nostre vite?

“Una cosa è certa: il divismo è sempre esistito, semplicemente si esprime con forme e strumenti nuovi. È esploso con l’industria cinematografica hollywoodiana, si è trasformato con il medium televisivo entrando nella nostra quotidianità. Oggi – come sostiene il sociologo Vanni Codeluppi – siamo nell’epoca dell’iperdivismo che si espande senza confini con il dilagare del web. E siamo solo all’inizio…”

Lei ha avuto modo di conoscere personalmente Chiara Ferragni? 

“Non conosco personalmente Chiara Ferragni né l’ho contattata prima di scrivere il testo. Il mio libro non è una biografia apologetica che ne ricostruisce le gesta, ma un saggio di pop filosofia su un personaggio pubblico con una notevole influenza nell’immaginario contemporaneo.”

Ci sarà un seguito a questo saggio?

“Non so ancora quale sarà l’argomento del mio prossimo libro, ma sto continuando a lavorare sul terreno della pop filosofia come faccio da anni. A fine mese organizzo un festival virtuale che ha come tema un vero enigma filosofico senza tempo: “la stupidità”.”

 

 

 

 

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