Luigi Scarpa, un regista all’avanguardia.

La video comunicazione in ogni sua forma è qualcosa di estremamente importante su cui si fonda e basa tutto.

Da giovanissimo si è trasferito dal Cilento a Milano, per inseguire il suo sogno professionale: diventare un valido regista. E lui, grazie al suo talento e alla sua determinazione, ci è riuscito. Luigi Scarpa ci racconta dei momenti universitari e di quelli più attuali, mettendo in chiara luce nelle sue riposte grande caparbietà e voglia di farcela nel mondo mediatico, rimanendo però sempre sé stesso e con i piedi ben ancorati a terra.

Luigi, oggi sei un regista professionista, ma che ricordi hai dei tempi dell’Università?

“L’università per me è stata una sfida. Sono partito con le idee molto chiare e non volevo perdere tempo. Ricordo ancora che dopo poche settimane di corsi, scrissi una mail a una professoressa, dicendole che la vedevo come un importante punto di riferimento e che quindi volevo da lei tutti i consigli possibili e immaginabili. Questo aneddoto è divertente, perché quando mi presentai al ricevimento, lei mi rispose che ad una prima lettura, era rimasta un po’ inquietata da quella richiesta. Poi ovviamente le spiegai bene ed è stata in effetti una guida molto preziosa. Io ero così, cercavo sempre di carpire le situazioni giuste, i contatti giusti, le occasioni giuste. Ho poi trovato delle persone fantastiche, sono stati anni molto importanti. Riassumendo, posso dire che questa mia “irrequietezza” era dettata dal fatto di voler dimostrare a me stesso, ma anche a chi credeva in me, ossia la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto in tutto, che era la strada giusta, che ce la potevo fare con impegno e dedizione.”

 Che ricordi hai della gavetta?

“Parlando della gavetta devo doverosamente ringraziare una persona: Elisa Valt. Ultimi anni universitari ebbi l’occasione di fare un colloquio in una web tv, un portale di informazione ed intrattenimento. Fu in quell’occasione che conobbi Elisa, la direttrice della TV. Mi diede fiducia vedendo la mia serietà e passione. A quel tempo, a livello pratico non sapevo praticamente nulla. Ricordo un giorno, in seguito ad uno dei miei montaggi per un servizio giornalistico, che le presentai un video con una panoramica che durava più di otto secondi, lentissima, non lo dimenticherò mai. Lei si mise ad insegnarmi col cuore tutto quello che sapeva. Ho ripagato quella fiducia, con il tempo siamo diventati colleghi e anche ottimi amici. Mi ha insegnato tutto, anche ad accettare le critiche e a farne tesoro. Se oggi sto raggiungendo dei risultati è di sicuro grazie a lei, che continua a rimanere un punto saldo in tutto quello che faccio.”

E come hai vissuto il trasferimento a Milano?

“Il trasferimento a Milano non è stato facile. Ricordo il primo giorno di corsi, dovevo prendere mille mezzi per arrivare quasi dall’altra parte della città. Mi svegliai un paio d’ore prima totalmente frastornato, era ancora tutto buio. Era Settembre e giorni prima andavo ancora al mare al Sud. Ma quella visione, quel buio fuori dalla finestra, lo ricordo come se fosse ora, anche perché la prima cosa che pensai fu: “ma dove sono capitato” e non nascondo che quel pensiero mi generò non poca ansia. Fortunatamente poi l’ottimismo è subentrato e da quel momento dissi a me stesso testuali parole: “Ok Luigi, sei qui e ci devi stare perché lo hai scelto tu, quindi fai tutto quello che serve per starci bene”. Ed è stato così. Grazie a mia cugina, che ha insegnato a un figlio unico a stare al mondo, ai miei amici, collaboratori, compagni di corso e a tutte le persone che ho incontrato nel tempo, ho imparato ad amare questa città. Il mio cuore è sempre al Sud, ma Milano è ormai diventata la mia seconda casa e ci sto bene.”

Man mano che i tuoi studi si ultimavano e ti avvicinavi ai tuoi primi lavori importanti, quanto sentivi che stesse cambiando il Luigi che si era imbarcato lungo tale rotta e quello che ora invece si avvicinava a qualcosa di concreto e importante?

“Questo tipo di lavoro – a mio avviso – è come un percorso senza fine. La natura stessa del mezzo, che porta all’utilizzo di sempre nuove tecnologie con uno spettatore sempre più esigente e affamato di nuovi contenuti, porta alla presa di coscienza di non considerarsi mai arrivati. Lo studente universitario, che finito il corso di storia e critica del cinema alle 18:30 e che prima di tornare a casa passava a comprarsi alla Ricordi un film d’autore, ne ha fatta di strada. E no, non è una frase fatta, perché la strada è stata lunga, perché ho avuto la fortuna di trovare le persone giuste che mi hanno fatto capire che c’era tanto da imparare. Io con umiltà e riconoscenza l’ho fatto. Ricordo ancora i primi servizi per una web tv di informazione e intrattenimento, poi lavori per importanti brand, interviste a personaggi famosi fino ad arrivare a vedere i propri lavori in TV. Ho sempre avuto la consapevolezza del cambiamento, che, mattone dopo mattone, costruivo qualcosa di nuovo. Ad ogni traguardo arrivavo con consapevolezza ma anche con la gioia di un bambino, quando ai miei genitori potevo dire “oggi ho conosciuto questo, il video lo trasmettono in TV” ecc. ecc. L’arrivo, poi, alla concretezza di un film, al momento in cui dici stop all’ultimo ciak, a quando vedi in anteprima il tuo film in una sala cinematografica chiusa, per vedere che tutto funzioni. E sei lì, solo in compagnia del maestro che ha creato le tue musiche, nonché una sorta di fratello da anni, e vedi che tutto scorre e leggi alla fine: “scritto e diretto da Luigi Scarpa”, allora capisci che qualcosa è veramente cambiato.”

Che genere prediligi in particolare e chi potresti definire il tuo massimo “modello ispiratore”? E il tuo vero e proprio maestro?

“Prediligo il genere horror da sempre, perché sono attratto e incuriosito dalle atmosfere e immagini intense. Il cinema e quindi i film devono raccontare, ma devono coinvolgere lo spettatore, bisogna invitarlo a riflettere, ragionare, scuoterlo, a volte anche disgustarlo per poi farlo divertire e sognare. Quello che conta è farlo uscire dalla sua zona di comfort. Al di là del genere, chi per me riesce bene in questo, due assoluti maestri, diametralmente opposti come stile, ma che di sicuro arrivano dritti al cuore e alla mente dello spettatore sono Quentin Tarantino e Darren Aronofsky.”

(continua sotto alla Galleria fotografica)

Quando sei partito in quale genere cinematografico vedevi particolarmente il tuo futuro lavorativo?

“Da sempre nel genere horror, perché era ed è una passione forte. Comunque in generale non disdegno gli altri generi, l’importante è trovare la giusta idea da raccontare.”

In quanto addetto ai lavori, come mai sovente accade che chi si trova alle prime armi in questo mondo ed ha la parvenza di poter fare qualcosa di concreto o importante, tende a voler coinvolgere come figuranti principalmente amici e/o conoscenti anziché mestieranti o addetti ai lavori?

“Uno dei problemi più concreti di quando ci si ritrova a voler fare un film, in piccola, ma come del resto anche se in altri modi, su larga scala, è trovare i budget. Inoltre all’inizio devi farti conoscere, è quasi impossibile trovare degli investimenti a scatola chiusa. L’unico modo che hai per partire è quindi coinvolgere le persone che possono credere nel tuo progetto e fare il triplo degli sforzi. L’aspetto “positivo” di questo è che hai più libertà e meno pressioni, se poi ci credi, ma col triplo degli sforzi, qualcosa di buono viene fuori. Va da sè che per avere un prodotto totalmente impeccabile devi per forza affidarti a chi questo lavoro lo fa di mestiere.”

Credi che oggigiorno un lavoro come il tuo è considerato davvero un lavoro o c’è ancora chi lo vede come un gioco?

“Credo che il lavoro da regista oggi ha il giusto riconoscimento, se non altro perché al pari degli attori si sente sempre e più spesso parlare del regista e in qualche modo è di dominio pubblico l’idea che è lui il motore di tutto. D’altro canto invece, la figura del videomaker spesso non gode di gran considerazione. Si sente purtroppo spesso dire: “senti mi fai un video, porta la telecamera che fai due riprese”. Questo è un grave e attuale problema e purtroppo il più delle volte porta le persone a mollare il colpo e a tenersi il video solo come passione secondaria e non come un lavoro. Sfatiamo questa cosa una volta per tutte: la video comunicazione in ogni sua forma è qualcosa di estremamente importante su cui si fonda e basa tutto. Non la paragono di certo a un’operazione a cuore aperto che salva vite umane, ma è alla base di tutto. Immaginiamo la fase di #iorestoacasa senza alcun tipo di video… Beh, forse non sono proprio solo “due riprese”.”

Come si può farsi rispettare in tale direzione?

“Bisogna avere il coraggio di dire no. Prima di arrivare ad essere un regista, ho fatto la mia gavetta e sono tra i pochi fortunati ad essere assunto da 10 anni in una casa di produzione video. So cosa vuol dire essere un videomaker, un libero professionista che vive di questo. Quindi quando arriva il “simpaticone” di turno e chiede di fare un video per due soldi o per una pacca sulla spalla o perché sembra quasi che faccia un favore, bisogna dire di no. In questo modo si evita di svalutare il mercato e di svalutare sè stessi.”

Un artista oggigiorno è tutelato oppure no?

“Un artista oggigiorno per farsi tutelare deve lottare con tutte le sue forze. Non mancano alcune occasioni per venir fuori, quello che troppo spesso manca e che è difficile da procurarsi è avere la tua occasione per far vedere chi sei o che cosa sei in grado di fare.”

Che cosa ti auguri per il presente e per il futuro?

“Per il presente, che il mio corto attuale “Malum Aeterni” venga selezionato e visto il più possibile nei festival e che questo possa essere un ulteriore “mattone” in grado di aprire nuovi scenari e collaborazioni per una lunga e duratura carriera.”

 

 

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