“L’uomo dal fiore in bocca…e non solo”.

Il pezzo di Luigi Pirandello, per la regia di Gabriele Lavia, anche da lui interpretato, è messo in scena con tutto il pathos che lo caratterizza, al Quirino di Roma

Un uomo in penombra, piegato su se stesso, in una sala d’attesa di una stazione ferroviaria non meglio definita della Sicilia, una figura femminile che ‘appare’ e ‘scompare’, un altro uomo, l’avventore, alla frenetica rincorsa di un treno che perderà per poche manciate di secondi. Due esistenze che si incontrano così, per caso. L’uno, lo si definirebbe un po’ strambo, l’avventore un uomo pacifico, come verrà soprannominato dal primo…È quì che si svolge il dialogo tra i due protagonisti de “L’uomo dal fiore in bocca”, l’atto unico scritto da Luigi Pirandello all’inizio degli Anni Venti con il titolo “La morte addosso”, che è stato ‘completato’ dal sapiente tocco di Lavia, con ‘pezzi’ di novelle (da quì l’aggiunta al titolo “…e non solo”) che affrontano il tema del rapporto tormentato tra marito e moglie (“…si dovrebbe dire La marito e, per conseguenza, Il moglie…” come viene affermato da uno dei due protagonisti!), la parità dei diritti, la malattia, la fugacità della vita che scorre tra l’indifferenza della moltitudine, l’incomunicabilità, la solitudine, la morte. Si ripropone l’idea secondo cui alcuni beni si apprezzano solo nel momento del bisogno e nel momento in cui rischiano irrimediabilmente d’essere persi. E’ questo il tema di fondo dell’opera: un uomo, dall’identità sconosciuta e irrilevante, scopre inaspettatamente d’esser vittima di un epitelioma, un male che lo condanna a morte. Egli lo descrive con minuzia; ‘il suo nome è più dolce di una caramella, e ben si adatterebbe ad un fiore; si tratta però di un fiore maligno che mi è spuntato su un labbro e che mi costringe a pochi mesi di vita’.

Ma l’uomo non è disperato, non si lascia morire prima del tempo, non vive con angoscia i suoi ultimi giorni, anzi, vive la vita guardandola in modo nuovo…diverso! Il suo punto di osservazione cambia radicalmente, ogni accadimento anche banale e ripetitivo del quotidiano diventa improvvisamente di vitale importanza. Sempre più consapevole che saranno gli ultimi momenti che potrà vivere, si attacca incondizionatamente ad essi. Ciò che all’inizio potrebbe sembrare nient’altro che una fissazione maniacale per i particolari, che lo porta a fare una minuziosa descrizione del modo di incartare gli oggetti da parte dei ragazzi dei negozi e della disposizione dei mobili delle sale d’aspetto dei dottori, si rivela qualcosa di molto più profondo e tragico: l’unico punto di contatto con la vita rimasto all’uomo prima di morire. Le immagini normali, le vetrine dei negozi, la gente per strada, diventano il simbolo stesso della vita che scorre; essa scorre per tutti, anche e soprattutto per coloro che, colpevolmente, non si fermano ad assaporarne ogni dettaglio, anche quello apparentemente più insignificante.

Un Lavia eccezionale! Anche questa volta, come sempre del resto, non si risparmia, rendendo l’intero pathos, il dramma di questa esistenza che sta sfumando. Lavia non è mai ‘scontato’ ed aggiunge un tocco sapiente che non lascia inerte lo spettatore. Lavia non sembra accontentarsi della nuda storia, ha bisogno di ‘altro’ per imprimervi un sigillo personale, come se volesse proiettarsi in una dimensione nascosta che lo attrae. E così, con un copione irrobustito, fa i conti anche con questo Pirandello. Non lo ambienta nel caffè di una stazione come Pirandello, ma, appunto, in una enorme sala d’aspetto dominata da un orologio che non segna più il tempo. Monumentali vetrate lasciano intravedere i treni in corsa ed i lampi di un temporale estivo fitto di pioggia. Soprattutto, ci fanno intravedere una donna (Barbara Alesse) che passa da lontano e che forse è il simbolo, lei stessa, di quella ‘morte’ che l’uomo si porta appresso come un’ombra, divenendo la protagonista invisibile dei ‘guai’ grandi e piccoli ma pur sempre inguaribili dei due uomini. In questa scenografia ‘liberty’  (di Alessandro Camera), Lavia avvia il gioco dell’uomo condannato a morte dall’epitelioma cresciutogli sul labbro, il quale si trova a conversare con un ‘Pacifico’ avventore (Michele Demaria).

Lavia sembra essersi cucito addosso la parte, come un sapiente sarto che cura artigianalmente anche il più insignificante dettaglio! Inizialmente, con grande sarcasmo, sembra quasi un folle farneticante, fino a giungere poi al suo filosofeggiare con ‘leggerezza’ sulla morte imminente. Denso il finale, quando l’uomo chiede all’avventore di raccogliere un ciuffo d’erba e di contarne i fili: “Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò”. La battuta è un colpo al cuore!

Applausi interminabili per due grandi, lo scrittore da un lato, l’attore, dall’altro, ‘fusi’ perfettamente in questo pezzo ancora attualissimo.

 

 

 

 

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