“Made in Japan”.

Il noto album live dei Deep Purple, registrato nell'Agosto 1972 e pubblicato nel Dicembre 1972, è considerato uno dei migliori album dal vivo di sempre, una pietra miliare della storia del rock.

Deep Purple

Ogni ragazzino, in quegli anni, provò a suonare il riff più famoso della storia.

Ogni ragazzino si sentì grande dopo aver pizzicato l’ultima nota.

Ogni ragazzino sentì battere il cuore in petto, quando la più carina della classe lo guardò ammaliata da tanta destrezza.

Ogni ragazzino sperò di poter diventare come loro. Come i Deep Purple.

Bentornati a tutti. Bentornati a quelli che mi stanno leggendo, a quelli che non si divertono, a quelli che si sganasciano e a coloro che sperano che la politica ci potrà aiutare.

La luce ha prevalso sul buio. Il bene è riuscito a sconfiggere per l’ennesima volta il male. La cattedrale ha resistito. Le fiamme l’hanno devastata ma non l’hanno piegata. Il bene non si piega. Il bene vince. Sempre!

Le bombe uccidono, ma non sradicano. Mai!

C’è stato un momento in cui noi dei ’60 siamo diventati grandi. Un momento in cui la musica diventò più importante delle figurine, permettendoci di camminare a fianco delle prime ragazze, con le quali la avremmo condivisa, tra baci e carezze.

Gli impianti stereofonici entravano nelle case degli italiani e noi iniziavamo ad adorare gli eroi delle band. I front man ed i chitarristi sono stati quelli che abbiamo amato di più. Chi non ha sognato di poter imbracciare una sei corde mentre uno stuolo di ragazze gli lanciava le chiavi? Chi non ha sognato di essere l’idolo delle folle? In questi periodi di buchi neri, muri segregazionisti e note scaricate aggratis, bisognerebbe tornare agli albori, alle pietre miliari della musica, parlando di alcuni concerti che sono impressi nella memoria.

Stavolta racconteremo di uno di questi. Quella notte nessuno sapeva quello che sarebbe successo. Quella notte nella città di Osaka, non si stava festeggiando il giorno di ferie voluto dall’imperatore Augusto, no. Una schiera di ragazzi si metteva in fila, non sapendo che avrebbe cambiato la storia della musica. Quella notte di ferragosto del ’72, giovani nipponici si sedevano ignari che le loro urla sarebbero state immortalate per l’eternità.

Chiedersi quale dei brani sia il più bello è come tentare di scoprire il sesso degli angeli. È come chiedersi se è meglio un Amarone del 2012 o del 2013… l’Amarone è buono sempre, anche dopo il caffè. Per non sbagliare seguiamo la scaletta. Accendete l’impianto e girate la manopola del volume al massimo. Ho detto… al massimo!

Basso e organo… WRAUMMMM! Highway Stars parte come fosse una locomotiva a tempo di marcia militare, per poi esplodere. Il primo assolo è di John Lord all’organo. Mani da conservatorio di classica per poi inerpicarsi in una salita cromatica a semitoni e scendere per mezza scala tutto su quarti e ottavi. Ma sono le dita di Richie Blackmore a far diventare stellare il pezzo. Inizia copiando quello fatto da Lord, dando la sensazione di non saper fare nulla di più, e invece, tira fuori una frase che fa crescere un semitono per volta trasformando tutto il pezzo, mentre Ian Pace alla batteria, ci mette del suo per regalare un po’ di jazz in sottofondo.

È poi la volta della gola del ragazzo scozzese. Nato nelle lande come Pete Townshend e Mark Knopfler, ci aspetta. Attende che “Child in Time” si scaldi. Un inizio cimiteriale. Quelle note da anticristo di Lord, si permette uno stralcio modale abbassando la progressione armonica. Una ballad in attesa dell’inferno. L’urlo dell’animale braccato. Come se lo spirito di un dannato si aggirasse lento tra le urne e poi, toccato da ferocia, si abbandonasse alla progressione di una forza inaudita. Una cavalcata con le mani di Blackmore che pizzicano le corde riuscendo per l’ennesima volta a creare virtuosismi indimenticabili, loop di piccole frasi, salite cromatiche a cercare il cielo, come per esplodere in una fine senza fine, per poi tornare alla falsa quiete e riesplodere dopo pochi minuti. Come un angelo che insegue un Dio che fugge. Brano di oltre dodici minuti. Un pezzo che potremmo definire di hard progressive rock, tanto cambia dall’inizio alla fine.

Dopo che ti sei asciugato la fronte per la fatica, arriva il riff universale. La storia del concerto di Frank Zappa. Il cretino che appicca il fuoco con il petardo. Il soffitto che s’incendia… guarda che coincidenza con la storia di questi giorni. I pompieri, la fuga degli spettatori, l’hashish, la notte, il freddo, il fumo acre che si posa sul lago di Ginevra, ed ecco quelle semplici fluide e perfette note con quella pausa d’ottavo alla fine della prima battuta, in un brano nato in Si bemolle. Il riff di “Smoke on the water” ha fatto il giro della galassia qualche milione di volte senza mai infastidire nessuno ed è tornato indietro perfetto, limpido, entusiasmante come sempre. Abbiamo provato tutti a suonarlo sulla stratocaster del fratello maggiore del nostro migliore amico, preoccupati che tornando ci avrebbe preso a calci nel sedere. È il classico pezzo evergreen che ascolteresti anche quando dormi. Spesso ho immaginato gli extraterrestri che si muovevano a ritmo, mentre lo ascoltavano.

Tiriamo un respiro profondo e siamo pronti per “Strange Kind of woman”. Quasi un pezzo a metà strada tra disco music e hard rock pesante. Caratteristica spettacolare dei Purple, la voglia di spezzare i brani con scelte liriche molto ad effetto. Trascinante e autostradale. Da sentire in macchina. Assolo incredibile di Blackmore lungo e composto, quasi troppo classico, poi l’effetto che non ti aspetti. Si mette a lavorare su poche note ripetendole all’infinito e sottolineandone la partenza mentre duetta con Gillan. Sembra che si prendano in giro. Come al solito il chitarrista si inventa dei jingle spaventosamente orecchiabili. Quattro note, ma messe così bene che potrebbero essere usate per comporre altri mille brani, mentre è sostenuto solo dalla batteria in un momento di grande pulizia del suono. Poi un acuto di Gillan che spezza l’aria. E siamo arrivati a metà della side three dell’album.

Quello color oro con la foto di Balckmore che sembra affetto da lordosi. Quello che nella libreria trovavi sempre perché era più spesso degli altri. Quello che volevi mettere sempre perché ti svegliava quando dormivi. Mi ricordo che in caserma, all’alba, lo passavano nei megafoni per svegliarci.

Per ultimo parliamo di vino. Oggi mi sento di proporvi il Ripasso Tommasi. L’ho bevuto diverse volte e il suo senso di corteggiamento mi ha affascinato dal primo sorso. È il frutto del lavoro sui tini, dove sono state prima pigiate le uve del Corvina, del Corvinone, del Rondinella e dell’Oseleta. Le uve del Valpolicella base, vengono lasciate riposare per una quindicina di giorni in mezzo alle vinacce del cugino Amarone, prendendone un poco di struttura e il profumo. Se siete fortunati, ne potreste trovare uno vinificato con uve di Recioto. Vino raro e molto pregiato e una volta, vera star veneta. Ripasso, vino di media struttura con un buon profumo di frutta, fiori e minerali. Non è da supermercato, ma non costa nemmeno caro.

Ci leggeremo a fine Maggio, per parlare del disco principe del punk rock.

1 Commento su “Made in Japan”.

  1. Maria Elena Giorgi // 30 Aprile 2019 a 17:48 // Rispondi

    Sempre preciso e attento..bravo Ale

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