Marco Brama: “Quando compongo è perché il lavoro è nell’aria…devo solo afferrarlo e fissarlo.”

LF ha avuto il piacere di incontrare questo artista originale e prolifico, assolutamente estraneo ad 'etichette' o definizioni.

Marco Brama al piano

Stamane LF vi presenta un personaggio straordinario, unico, direi, nel suo genere: Marco Brama, artista poliedrico e prolifico. Brama, fortemente versatile, come un pittore che, con mano leggera, pone i vari colori su una tela, similmente compone musica (e non solo…), utilizzando il metalinguaggio, intrecciandola con tutte le forme espressive, dalla videoarte alla letteratura, dalla scienza alla filosofia.

Le sue opere indagano i territori della fisica acustica e della sperimentazione elettronica, discostandosi con forza dalle regole, dagli stereotipi, dai generi. Ascoltandolo, innanzitutto ci si libra nell’aria con i pensieri più disparati, si sogna, si riflette e certo, non si cataloga.

Marco Brama ha iniziato gli studi musicali all’età di 5 anni e si dedica alla composizione dall’età di 10 anni.

Marco realizza integralmente le sue opere, girando, montando e/o animando la parte video e scrivendo, arrangiando, mixando, masterizzando le relative  colonne sonore. Tra le numerose pubblicazioni ricordiamo Psike ed Electra del 1993, il poema sinfonico “Divina Commedia – Inferno” del 2001, il balletto “I colori fantastici”, il saggio “Distoria – per una crono conoscenza dell’uomo”, l’audiovideografia “musiCaos” basata sull’accordatura dei numeri primi e la raccolta di composizioni sinfoniche “Le fiabe sono vere” ispirate ai lavori della pittrice Lidia Scalzo. Tra il 1990 e il 2017 ha ottenuto riconoscimenti, collaborato con numerosi artisti, suonato dal vivo in molti contesti, realizzato colonne sonore, performance, spettacoli teatrali e mostre, creando un dialogo costante tra musica, immagini, danza e scrittura.

Vista la complessità dei lavori realizzati da Brama, direi che la cosa migliore è dare a lui la parola, in un’intervista tutta da leggere!

Chi è Marco Brama?

“Sono una persona che cerca di non creare immagini di sé lungo la via.”

Lei utilizza il metalinguaggio, in modo del tutto naturale, attraverso il quale riesce a legare quasi tutte le forme artistiche…

“Cerco di recuperare il linguaggio naturale per farlo dialogare con quello culturale, che sappiamo essere una componente invasiva della comunicazione. Siamo quello che noi e gli altri abbiamo creato in base ad un modello e proprio per questo dobbiamo ricordarci di essere unici. Gli accidenti non devono essere visti come difetto, mancanza, allontanamento dall’archetipo, ma devono palesare il nostro essere irripetibili. Perciò il tentativo è recuperare il linguaggio inconscio personale, che siamo in grado di percepire e capire agevolmente nell’infanzia, prima della stratificazione culturale, e cercare di  relazionarlo proprio con l’acquisito, per analizzare e comprendere a più livelli. L’obiettivo finale è la consapevolezza di un discorso stratificato, che non deve avere come scopo la conoscenza, ma l’azione.”

Difficoltà ve ne sono, ‘cammin facendo’ ?

“Le difficoltà sono numerose, proprio perché siamo abituati a paragonare. Abbiamo creato generi, target, modelli, linguaggi, che utilizziamo da migliaia di anni per raccontare le stesse storie. La diversità spaventa, si cerca sempre qualcosa di comprensibile e tranquillizzante. Non abbiamo la capacità di valorizzare e comprendere il nuovo, piuttosto sviluppiamo l’abitudine a tollerare il quasi uguale al modello. Chiaramente se usassimo il nostro vero linguaggio, quello che sempre più abilmente nascondiamo per integrarci, non potremmo mai essere uguali al modello, perché siamo unici, come il nostro DNA che è irripetibile. Ecco, la maggiore difficoltà è vivere in un contesto che non esalta o rispetta le diversità, ma tollera il quasi uguale, creando un discorso statico e reazionario. E questo in tutti i settori, non meno in quello dell’arte.”

Lei ha realizzato per primo video, film e documentari esclusivamente con il cellulare! Ce ne parla?

“Quando nel 1990 iniziai a registrare musica in digitale e a realizzare animazioni con il computer con l’ausilio dei primi programmi “popolari”, non avrei mai pensato che dieci anni più tardi avrei videocomposto la mia prima “grafia” con l’ausilio di un telefono, che notoriamente serviva per comunicare a distanza e non certo per filmare. Era il 2000 e dopo decine di videografie e composizioni, quasi per gioco, iniziai ad utilizzare il primo cellulare dotato di fotocamera integrata. Non mi sembrava certo qualcosa di eccezionale, piuttosto ero consapevole di non poter acquistare una “vera” videocamera professionale e mi accontentavo di quel piccolo giocattolo tecnologico. Inaspettatamente nacque un sodalizio incredibile, che mi ha portato per ben 15 anni a sperimentare e realizzare opere con dispositivi mobili digitali a bassa risoluzione e con ottiche “scadenti”, che mostravano apertamente la “vista” di un terzo occhio digitale, che finì per condividere lo stesso spazio virtuale delle mie composizioni.”

Ci parli un po’ del suo primo poema sinfonico “Inferno- Divina Commedia”.

“Il mio essere compositore e manipolatore di suoni, ancor prima che regista, mi ha portato a dare grande rilievo alla musica, eppure anche nel caso di Inferno, composto tra il 1996 il 2001, non ho mai considerato i miei lavori come opere musicali accompagnate da video. Non ho neanche trattato la musica come semplice accessorio delle immagini, piuttosto ho sempre concepito ogni mio racconto come “discorso audiovisivo”, un’audiovideografia, un intreccio che mantiene visibili le trame e consente ai vari linguaggi di coesistere o “vivere” separatamente.  
L’Inferno dantesco ha ispirato il mio primo poema sinfonico. È stato ed è tuttora un progetto estremamente ambizioso. Dico tuttora, perché proprio in quest’ultimo anno ho ripreso l’arrangiamento della composizione, che è diventata nel tempo un vero work in progress sul quale è difficile mettere un punto. Ho studiato per quattro anni il testo che ha ispirato la struttura dell’opera. Ad ogni verso del poema corrisponde una misura musicale, il tempo corrisponde al numero totale dei canti, le tre cantiche hanno definito il ritmo in misura. Originariamente l’idea era quella di musicare integralmente il testo, ma il lavoro avrebbe avuto una durata smisurata. Ovviamente l’idea di una riduzione del testo era e resta improponibile, per cui la scelta finale è stata quella di far “parlare” gli strumenti. La prima versione del 2001 era più vicina alla musica concreta che a quella sinfonica. Si avvaleva di strumenti elettronici in grado di riprodurre rumori di ogni tipo e che seguivano gli eventi del testo. Una vera e propria colonna sonora realizzata in elettronica, della quale ho conservato una copia. Nel tempo la mia idea di musica è molto cambiata e seguire fedelmente il racconto non è più una prerogativa, tanto che ho recuperato gli spartiti originali iniziando un nuovo arrangiamento che vuole fondere tonale e atonale, elettronico e acustico.”

 

Ascoltando la sua musica, si assapora una grande ‘sperimentazione’, una armonia che non saprei collocare in una sterile definizione, o sbaglio?

“La musica che realizzo senza vincoli produttivi e distributivi, per audiovisivi, teatro o performance, sfrutta la mia idea di linguaggio. Oltre alle ricerche sulle frequenze, che mi hanno portato a sperimentare accordature inusuali – come l’accordatura microtonale basata sulla successione dei numeri primi – o non più utilizzate – perché ormai impossibili con i nuovi strumenti acustici – c’è un intreccio tra astratto e concreto che non ha come obbiettivo finale la forma, piuttosto la coesistenza degli elementi: acustici ed elettronici. Quando compongo è perché il lavoro è nell’aria, è già lì, impalpabile ma presente, devo solo afferrarlo e fissarlo. È una sorta di rêverie che dura pochi istanti e mi permette una totale “astrazione” – in cui l’acquisito porta alla luce armonia, contrappunto, notazione – sulla quale intervengo successivamente attraverso il suono e l’ascolto, trasformando concretamente i suoni in materia. Forse è proprio questa insolita combinazione a rendere difficile la sua collocazione.

Lei con i suoi lavori audiovisivi calca anche i palcoscenici. Che tipo di esperienza si vive ‘sul palco’ ?

“Il palcoscenico è croce e delizia. Croce perché prima, durante e dopo, c’è un lavoro spietato con sé stessi. Quando ci si trasforma in performer, ci si chiede perché lo si è fatto e rispondere ci mostra le nostre paure, le nostre mancanze, i nostri bisogni. Inevitabilmente si finisce per far parte di un discorso che può spaventare, soprattutto se lo si conosce bene. Per me l’idea di entrare in determinati meccanismi è sempre più difficile da accettare. Si passano mesi, addirittura anni a preparare un discorso che potrebbe essere frainteso, denigrato, ignorato. Non avere aspettative è il primo vero traguardo da raggiungere se si sceglie di mettersi a nudo. D’altro canto, il palco potrebbe trasformarsi in un atto d’amore nel momento in cui si sceglie di donare il proprio fallimento agli altri. Fallimento perché un’opera non è mai la verità. L’artista cerca la verità, l’origine, la risposta, ma non la trova. Quello che fa è un cammino in salita, dove talvolta si ferma e il traguardo raggiunto si mostra sottoforma di lavoro. Ma l’artista sa che quello non è un traguardo, ma un piccolo step lungo il cammino, un semplice momento che si decide di condividere, forse per necessità. In questo senso non dovrebbe esserci differenza tra il palco, dove si presentano performance, e il palco – o la galleria – dove si presentano istallazioni e videografie. In entrambi i casi si dovrebbe arrivare ad un distacco, quindi concepire sé stessi come un’opera finita che è lì, esposta ma indenne, è reale e compiuta, esiste e non si aspetta niente da nessuno.”

Come vengono accolte le sue opere?
“Tutti i lavori presentati sono stati accolti con grande entusiasmo dal pubblico. La difficoltà è trovare gli spazi, specialmente se si presenta un lavoro intermediale che supera i generi. Inoltre alcuni progetti richiedono grandi investimenti e portare avanti un discorso indipendente costringe a rimandare, talvolta a rinunciare a idee anche brillanti. Ecco allora che cerco di mostrare i miei lavori nell’essenza, senza fronzoli, senza eccessi, in nuovi spazi d’attenzione dove c’è rispetto per il piccolo e il diverso, come nel caso di Sintonia.”
Progetti futuri?

“Ci sono molti progetti che spero di completare entro il 2018. Innanzitutto proseguirò la serie di mostre itineranti Marco Brama. Videoart_Soundart_Xpanded Cinema, in cui presenterò le audiovideografie realizzate tra il 2015 e il 2017. La prima data è fissata al 24 Agosto presso l’associazione culturale Kur, dove, oltre alle audiodiffusioni e alle videoproiezioni, mi confronterò con il pubblico, rispondendo a domande e curiosità sulle opere. Spero in seguito di completare un lavoro su “lo straordinario nell’ordinario” e presentarlo al Fracto Experimental Film Festival di Berlino. Tornerò a suonare dal vivo in duo o in trio, presentando al pubblico un live audiovisivo molto energico. Infine pubblicherò il primo volume di Inferno, contenente i primi undici canti, che vorrei proporre dal vivo con un ensemble d’archi e fiati ed estratti del testo recitati da attori.”

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